Saper leggere le parole e non riuscire a ricavarne quello che serve. Riguarda il 35 per cento degli italiani. La Giornata accende i riflettori su una criticità globale e nazionale
www.iodonna.it | di SIMONA SIRIANNI \ iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA
La busta arriva la mattina e resta sul tavolo fino a sera. Dentro ci sono tre fogli e, quello che serve davvero sapere, se spetta qualcosa, quanto e che cosa bisogna fare per averlo, è lì dentro. Ma alle nove di sera parte la telefonata alla figlia: «me la leggi tu, che io non ci capisco niente». È una scena così comune, che non viene nemmeno più considerato un problema. Eppure in Italia riguarda un adulto su tre. È esattamente per questo che l’Unesco non ha mai smesso di celebrare l’8 settembre la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione l’8 settembre, nata ben sessant’anni fa.
Giornata dell’alfabetizzazione: perché ancora ce n’è bisogno
A guardare i numeri, la situazione non è incoraggiante: nel mondo, almeno 739 milioni di giovani e adulti non sanno leggere e scrivere, e quattro bambini su dieci non arrivano al livello minimo di lettura. In Italia leggere lo sanno fare quasi tutti: è capire quello che si legge che non riesce a un adulto su tre. Chi apre quella busta, infatti, ha fatto le scuole, firma, manda messaggi, legge i cartelli. Quello che non riesce a fare è un’altra operazione: tenere insieme informazioni sparse in un testo lungo e ricavarne una conclusione.
Leggere si sa, capire meno
È proprio questa la competenza che l’Ocse misura ogni dieci anni sugli adulti fra i sedici e i sessantacinque anni. E, l’ultima rilevazione, del 2023, mette l’Italia in fondo alla classifica, in compagnia di Cile, Portogallo e Polonia. Il trentacinque per cento degli italiani si ferma al gradino più basso della scala: capisce testi brevi e chiari, si perde davanti a un contratto o a un estratto conto. Dieci anni prima era il ventotto: è peggiorato. E la media nazionale tiene insieme posti molto diversi, perché nel Nordest riguarda una persona su cinque e nel Mezzogiorno e nelle isole quasi una su due.
Le italiane leggono, eppure
Anche a livello di genere, le cose cambiano. Le donne in Italia leggono molto più degli uomini: più di sei su dieci hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno, contro poco più di cinque uomini su dieci, e la distanza è massima intorno ai cinquant’anni. Verrebbe da pensare che davanti a quella busta se la cavino meglio. Sui testi, in effetti, uomini e donne in Italia se la cavano allo stesso modo. È sui numeri che le donne restano indietro: percentuali, interessi, confronti fra tariffe. Ed è un guaio, perché quasi tutto ciò che serve per far valere un diritto è scritto in numeri. Leggere un romanzo la sera e capire quale delle due offerte del gestore conviene, sono due cose che si imparano separatamente.
La scuola che non nomina nessuno
Contro tutto questo l’Italia ha uno strumento che esiste da anni e di cui non si parla quasi mai. Sono i Cpia, i centri provinciali per l’istruzione degli adulti: sono scuole statali, gratuite, aperte a chiunque abbia compiuto sedici anni. Ci si va per imparare l’italiano, per prendere la licenza media vent’anni dopo averla abbandonata, per arrivare al diploma lavorando di giorno. In questi giorni, riaprono come tutte le altre scuole, con la differenza che nei banchi si siedono persone di quaranta, cinquanta, sessant’anni.
Quanti sono gli studenti over 40
Quanti siano questi nuovi studenti si è saputo con precisione solo pochi mesi fa, quando il ministero dell’Istruzione e l’Indire, l’istituto pubblico che si occupa di ricerca sulla scuola, hanno pubblicato il primo censimento nazionale di questi corsi: oltre cinquecentoventiquattromila persone. Più di tre su quattro sono straniere, e la fetta più grande è iscritta ai corsi di italiano. Nello stesso censimento c’è, tuttavia, un dettaglio che stona con tutto il resto: quasi due iscritti su tre sono uomini.
Dove sono le donne?
Le donne, cioè, sono la minoranza di chi torna a scuola da adulto. Il censimento, però, dice quante sono. Non dice perché siano così poche. E qui i dati finiscono. Le spiegazioni possibili, tuttavia, esistono, basta guardare come sono organizzati i corsi: le lezioni si tengono nel tardo pomeriggio e la sera, cioè nelle ore in cui in molte case qualcuno, quasi mai un uomo, deve occuparsi di un bambino o di un anziano. Per le donne straniere, poi, che sono comunque la platea più grande dei corsi di italiano, alla stessa ora c’è spesso un lavoro di cura in casa d’altri, con orari decisi da qualcun altro.
Quanto costa non capire
Non capire ha un prezzo, però, e alto anche: il bonus che non si chiede perché il modulo scoraggia. Il contratto firmato senza aver letto fino in fondo. Il foglietto del farmaco letto a metà. La raccomandata messa da parte e poi dimenticata. Nessuna di queste, presa da sola, è una tragedia. Tutte insieme, invece, fanno la differenza fra far valere un diritto per conto proprio e dover chiedere a qualcuno di farlo al posto tuo. Ma non solo: c’è anche un altro effetto che allarga la distanza invece di chiuderla: chi ha competenze basse, partecipa molto meno ai corsi di aggiornamento sul lavoro. Circa una persona su sette, contro sei su dieci fra chi quelle competenze le ha alte. Il risultato? Chi sa, impara ancora. Chi non sa, resta dov’è.