Educazione finanziaria,indagine: solo 3 GenZ su 10 hanno competenze di base

Il 60% apprende su social e community online

23 giugno 2026 | Redazione Adnkronos

Solo il 35% dei giovani italiani della Gen Z possiede competenze finanziarie di base. Il dato – che colloca l’Italia tra gli ultimi Paesi dell’area Ocse per alfabetizzazione finanziaria giovanile – emerge dalla ricerca ‘Educazione finanziaria a ritmo della Gen Z’ presentata oggi al Senato della Repubblica nel corso del convegno ‘Educazione finanziaria e giovani. Comprendere la Gen Z per costruire il futuro’, promosso dal Senatore Dario Damiani e patrocinato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha visto la partecipazione di Nunzio Lella, presidente dell’Associazione italiana educatori finanziari, Laura Menicucci, dirigente del Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Domenico Ioppolo, Amministratore Delegato di Campus, Gabor David Friedenthal, Managing Director di Value Partners, e Domenico Pignotti, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale della Bat.

L’indagine di Value Partners in collaborazione con Aief, l’Associazione italiana educatori finanziari analizza valori, comportamenti e aspettative della generazione nata tra il 1997 e il 2012, evidenzia come i giovani italiani si trovino ad affrontare una crescente autonomia finanziaria in un contesto caratterizzato da forte incertezza economica, accelerazione digitale e nuove modalità di lavoro e consumo. Un dato che assume ancora maggiore rilevanza se si considera che la Gen Z entra sempre prima nel mondo delle decisioni economiche: il 42% utilizza piattaforme di investimento digitale, mentre il 22% genera reddito in modo autonomo, spesso attraverso attività digitali, freelance o creator economy.
La ricerca mette inoltre in luce come i social media stiano assumendo un ruolo centrale nella formazione economico-finanziaria delle nuove generazioni. I giovani si informano sempre più online e affidano parte delle proprie decisioni a influencer finanziari e creator. La famiglia continua, comunque, a rappresentare uno dei principali punti di riferimento nelle scelte economiche. Nonostante ciò, la Gen Z mostra “una forte consapevolezza dei propri limiti e manifesta una domanda crescente di formazione. Tra le caratteristiche più richieste ai fornitori di servizi finanziari figurano infatti strumenti di controllo delle spese, contenuti di educazione finanziaria, Maggiore trasparenza e servizi personalizzati”.

“Portare al Senato il tema dell’educazione finanziaria dei giovani – dichiara il Senatore Dario Damiani – significa riconoscere una priorità per il futuro del Paese . La Gen Z prende decisioni economiche in un contesto sempre più digitale e complesso, spesso senza strumenti adeguati. I dati della ricerca presentata oggi indicano un divario da colmare e una grande opportunità: rendere l’educazione finanziaria una competenza concreta, diffusa e accessibile”. La ricerca “conferma ciò che come Aief osserviamo quotidianamente nelle scuole, nelle università e nei percorsi formativi rivolti ai ragazzi: la Generazione Z è interessata ai temi economici e finanziari, ma cerca modalità di apprendimento diverse rispetto al passato. Oggi non basta trasferire nozioni: occorre costruire percorsi che parlino il linguaggio dei giovani, che utilizzino strumenti digitali, esempi concreti e un approccio partecipativo. L’educazione finanziaria deve diventare un’abilità di vita, capace di accompagnare i ragazzi nelle scelte quotidiane e nelle decisioni che determineranno il loro futuro”, sottolinea Nunzio Lella, Presidente di Aief.
“La Gen Z è già protagonista nelle scelte di consumo e gestione del denaro, ma resta esposta a un significativo gap di competenze finanziarie. Per banche, istituzioni e operatori finanziari è urgente ripensare la propria value proposition, offrendo strumenti educativi più digitali, concreti e personalizzati, capaci di costruire oggi una relazione di fiducia con clienti destinati ad assumere un peso crescente nei prossimi anni”, dichiara Gabor David Friedenthal, Managing Director di Value Partners.

Ansuini (Bankitalia): “Risparmio cambia con longevità, serve educazione finanziaria”

18 giugno 2026 | 13.26 Redazione Adnkronos

L’allungamento della vita “ha un effetto anche sul risparmio”, per questo serve anche “l’educazione finanziaria”. Negli ultimi anni di vita, ci sono esigenze di long-term care che dobbiamo prevedere. Questo è un elemento nuovo che entra nel nostro portafoglio. Un secondo aspetto, altrettanto importante e molto umano, è che, considerato il quadro complessivo, siamo spesso chiamati a prenderci cura molto più a lungo di figli e nipoti. Inoltre, in una società che invecchia, le pensioni pubbliche saranno sempre più insufficienti a fronteggiare ogni esigenza e questo impatterà sul risparmio privato che ciascuna famiglia o individuo riesce ad accumulare”. Lo ha detto Paola Ansuini, responsabile comunicazione cultura finanziaria e tutela della clientela Banca d’Italia, nel suo intervento al dibattito ‘La demografia cambia la società’, organizzato oggi da Adnkronos, a Palazzo dell’Informazione a Roma. Come far fronte a queste sfide? “Una strada è quella di adattarsi e affrontare questi temi con uno stile di vita più sobrio, quindi spendere di meno e far durare di più i propri risparmi – suggerisce Ansuini – Un secondo strumento può essere il prolungamento della vita lavorativa: si lavora di più per guadagnare di più e accumulare un monte contributivo più significativo. Un terzo aspetto, su cui si sta concentrando anche la comunicazione e le esortazioni della politica e delle autorità, compresa la Commissione Europea nel suo piano strategico, è quello di investire meglio, con maggiore oculatezza”.
Tra gli strumenti utili c’è sicuramente “l’iniziare presto a risparmiare: una persona che a trent’anni inizia a versare regolarmente in un fondo pensione arriva alla fase senior molto più tranquilla – chiarisce l’esperta – Il secondo strumento riguarda l’informazione. Occorre informarsi bene e avere la certezza che le informazioni siano affidabili. La cosa fondamentale – avverte – non è decidere in astratto quali strumenti utilizzare, ma essere consapevoli delle proprie necessità, che variano in base al tempo disponibile, al rischio che si è disposti ad affrontare e alla familiarità con gli strumenti di investimento”.

Recentemente “il legislatore ha introdotto l’obbligatorietà dell’educazione finanziaria nella scuola – ricorda Ansuini – Ci sono strumenti rivolti a specifiche fasce di popolazione. La vulnerabilità e la condizione di ‘senior’ sono cambiate come concetto negli ultimi anni, soprattutto con il rapido progresso tecnologico: rischiamo tutti di essere un po’ più vulnerabili. La Banca d’Italia mette a disposizione il sito ‘L’economia per tutti’ – illustra – con strumenti pratici, simulatori e calcolatori che aiutano a prendere decisioni consapevoli. C’è anche un programma molto strutturato di educazione finanziaria nelle scuole, attivo da molti anni. Inoltre – precisa – ci sono iniziative rivolte ai nuovi vulnerabili, tra cui una collaborazione con Caritas che coinvolge una rete territoriale su tutto il Paese per affrontare temi come il sovraindebitamento e le sue conseguenze”. In questo contesto “un altro aspetto centrale è la digitalizzazione: solo un italiano su 4 conosce l’uso dell’home banking. Sembra incredibile, ma è così. I punti di ‘digitale facile’ – conclude – servono proprio a entrare in contatto diretto con cittadini e utenti e spiegare come la digitalizzazione possa essere davvero al servizio delle persone e delle imprese”.

Intesa Sanpaolo con Avon e Global Thinking Foundation per l’inclusione finanziaria femminile

All’impegno formativo si affianca ora un’azione concreta: l’accesso a strumenti bancari pensati per sostenere le donne che scelgono Avon come percorso professionale e per contribuire al contrasto della violenza economica e delle disuguaglianze di genere

www.affaritaliani.it – 19 giugno 2026

Rafforzare l’inclusione finanziaria femminile e sostenere l’autonomia economica delle donne attraverso strumenti concreti. È questo l’obiettivo del progetto avviato da Avon, Intesa Sanpaolo e Global Thinking Foundation ETS, realtà attiva nella prevenzione della violenza economica e dell’abuso finanziario. L’iniziativa è dedicata alla forza vendita di Avon e prevede, attraverso Intesa Sanpaolo e la Divisione Banca dei Territori guidata da Stefano Barrese, l’accesso a una convenzione pensata per favorire l’utilizzo di strumenti finanziari come conto corrente e carta di debito a condizioni dedicate.

Il progetto si inserisce in continuità con il programma di educazione finanziaria lanciato nel 2023 da Avon in partnership con Global Thinking Foundation, che ha coinvolto l’intera rete di consulenti con l’obiettivo di fornire competenze pratiche per una gestione più consapevole delle risorse economiche. All’impegno formativo si affianca ora un’azione concreta: l’accesso a strumenti bancari pensati per sostenere le donne che scelgono Avon come percorso professionale e per contribuire al contrasto della violenza economica e delle disuguaglianze di genere.
“Questo progetto rappresenta un passo concreto verso l’indipendenza economica e l’autodeterminazione delle lavoratrici autonome”, ha dichiarato Claudia Segre, fondatrice e presidente di Global Thinking Foundation. Dopo il percorso di educazione finanziaria realizzato per Avon, ha spiegato, l’accesso a una carta di debito e a un conto corrente a condizioni dedicate, grazie alla collaborazione con Intesa Sanpaolo, segna “un cambiamento reale in termini di inclusione finanziaria”.

Secondo Segre, offrire strumenti bancari accessibili significa rafforzare diritti e capacità di pianificazione, contribuendo a ridurre le disuguaglianze che ancora oggi limitano molte donne nel loro percorso professionale e personale.

L’urgenza di iniziative di questo tipo è confermata dai dati richiamati nel progetto. Secondo il rapporto “Sicurezza delle Donne” dell’Istat, il 13,6% delle donne in coppia non si considera economicamente indipendente. A questo si aggiunge il divario nell’accesso ai servizi bancari indicato dal World Bank Gender Data Portal: in Italia il 79,8% delle donne possiede un conto presso un’istituzione finanziaria, contro il 92,6% degli uomini, con una distanza di oltre 12 punti percentuali. Inoltre, tra le donne vittime di violenza economica, il 53,6% non dispone di reddito personale.
“Non potevamo restare inermi di fronte a questi dati”, ha commentato Rosita Conte, general manager di Avon Italia. Il brand, che nel 2026 celebra 60 anni in Italia e 140 nel mondo, ribadisce così il proprio impegno a sostegno dell’indipendenza economica femminile.

“Sostenere le donne nel loro percorso verso l’indipendenza economica è parte del nostro Dna”, ha affermato Conte. Fin dalla fondazione, ha aggiunto, Avon lavora per offrire non solo prodotti di bellezza a prezzi accessibili, ma anche una reale opportunità di emancipazione finanziaria alle oltre 35.000 consulenti attive oggi in Italia. La collaborazione con Global Thinking Foundation e Intesa Sanpaolo rappresenta, secondo Conte, “un ulteriore passo concreto in questa direzione”.

Il progetto si inserisce anche nel più ampio impegno di Intesa Sanpaolo sui temi ESG e dell’impatto sociale. La banca mette a disposizione competenze e strumenti bancari a supporto dell’inclusione finanziaria, con l’obiettivo di favorire una maggiore autonomia nelle scelte personali e professionali. “Accessibilità e inclusione sono centrali nell’impegno di Intesa Sanpaolo verso i propri clienti”, ha dichiarato Claudia Vassena, responsabile Sales & Marketing Digital Retail Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo. L’iniziativa con Avon e Global Thinking Foundation, ha spiegato, contribuisce a rafforzare l’emancipazione economica femminile, perché “la titolarità di un conto rappresenta una leva fondamentale per scelte libere e consapevoli”.
Vassena ha ricordato inoltre gli altri strumenti messi in campo dal gruppo, come i prestiti d’onore per sostenere i costi di corsi e master universitari, rivolti sia ai giovani sia a chi, anche in età più adulta, vuole reinvestire nella propria formazione, oltre ai prestiti agevolati per le mamme lavoratrici, pensati per conciliare vita familiare e professionale. Da oltre 140 anni Avon promuove il progresso delle donne nel mondo attraverso una rete globale di incaricati indipendenti e prodotti di bellezza e benessere accessibili. Il brand sostiene inoltre cause legate alla lotta contro la violenza di genere e alla sensibilizzazione sul tumore al seno, con donazioni complessive superiori a 1,1 miliardi di dollari a livello globale.

Global Thinking Foundation ETS opera invece per prevenire la violenza economica e l’abuso finanziario attraverso progetti di alfabetizzazione finanziaria e digitale rivolti a donne, famiglie, soggetti fragili, imprese impegnate nella parità di genere e fasce più deboli della società. Con questa iniziativa, Avon, Intesa Sanpaolo e Global Thinking Foundation rafforzano un percorso comune che mette al centro educazione finanziaria, accesso agli strumenti bancari e autonomia economica. Un progetto che punta a trasformare la consapevolezza in azioni concrete, offrendo alle donne strumenti utili per pianificare, scegliere e costruire il proprio futuro con maggiore indipendenza.

Formazione, istituzioni ed esperti a confronto su educazione finanziaria al Forum Aief di Roma

www.adnkronos.com – Redazione Adnkronos – 13 maggio 2026

Educazione finanziaria, formazione, linguaggio, giovani e pubblica amministrazione. Sono stati questi i temi al centro del Forum Educazione Finanziaria 2026 promosso da Aief, l’Associazione Italiana Educatori Finanziari, che si è svolto oggi all’Auditorium della Tecnica di Roma con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, docenti universitari, divulgatori ed esperti di comunicazione. L’iniziativa, organizzata dall’associazione che riunisce professionisti impegnati nella diffusione della cultura finanziaria, economica e assicurativa, che oggi si avvale di una rete nazionale di circa 2000 educatori finanziari, ha affrontato il tema della crescente necessità di rafforzare le competenze finanziarie dei cittadini in un contesto caratterizzato da trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali sempre più rapide. Nel corso della giornata si sono alternati interventi dedicati all’alfabetizzazione finanziaria, al rapporto tra intelligenza artificiale e comunicazione, al gender gap, ai giovani e al ruolo della scuola e della pubblica amministrazione.

Ad aprire i lavori è stato Nunzio Lella, presidente di Aief, che ha posto l’accento sulla necessità di “rendere l’informazione semplice, chiara e accessibile”. “Oggi l’informazione è accessibile a tutti, soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, ma il nostro obiettivo è trasformare le informazioni in conoscenza e consapevolezza”, ha spiegato Lella, sottolineando che il Forum nasce “per lavorare sulle persone” e non soltanto sugli strumenti finanziari. Nel suo intervento, Lella ha ricordato anche le attività sviluppate da Aief sul territorio nazionale, tra scuole, Comuni e progetti di inclusione linguistica. “Molto spesso ci chiediamo perché in Italia ci siano oltre 1.100 miliardi fermi sui conti correnti o perché il Paese sia poco assicurato. Probabilmente le persone non sono informate nel modo corretto”, ha affermato.
Tra gli ospiti istituzionali è intervenuto il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che ha evidenziato il ruolo strategico della formazione all’interno della macchina pubblica. “L’educazione finanziaria oggi è fondamentale perché viviamo un’epoca di profondi cambiamenti economici, sociali e tecnologici”. Zangrillo ha inoltre annunciato la collaborazione avviata con Aief per realizzare percorsi dedicati all’educazione finanziaria destinati ai dipendenti pubblici attraverso la piattaforma Syllabus. Al centro del confronto anche il ruolo della scuola e delle istituzioni nella diffusione delle competenze economico-finanziarie. Il senatore Dario Damiani, componente della Commissione Bilancio del Senato, ha ricordato come l’educazione finanziaria sia diventata obbligatoria nelle scuole attraverso l’educazione civica. “È un primo passo importante, ma l’obiettivo resta renderla una materia autonoma”. Nel corso della giornata si sono susseguiti anche gli interventi di Sebastiano Barisoni, giornalista di Radio 24 , sullo scenario economico, di Paolo Borzacchiello sui temi dell’intelligenza linguistica, di Patrick Facciolo sul linguaggio non verbale, della professoressa Emanuela E. Rinaldi dell’Università Milano-Bicocca sul gender gap finanziario e di Claudia Ghinfanti di Alleanza Assicurazioni sui dati preoccupanti dell’Edufin Index, riguardo alla scarsa cultura finanziaria degli italiani. Spazio, infine, anche ai giovani e alla divulgazione sui social con Davide Marelli, fondatore di Pillole di Economia.

Pagamenti digitali e contante: cosa cambia per famiglie e imprese

www.metrotoday.it – di Redazione – 11 maggio 2026

Transizione verso pagamenti digitali e riduzione del contante: effetti su famiglie, imprese e consumi quotidiani tra nuove abitudini finanziarie, innovazione tecnologica e trasformazione del sistema economico europeo

La progressiva trasformazione del sistema dei pagamenti sta ridisegnando il modo in cui cittadini e imprese gestiscono il denaro. La riduzione dell’uso del contante e l’espansione dei pagamenti digitali non sono più una tendenza futura, ma una realtà già in corso che sta modificando profondamente l’economia quotidiana.

In questo scenario, famiglie e imprese si trovano al centro di un cambiamento che riguarda non solo gli strumenti utilizzati per pagare, ma anche la cultura finanziaria nel suo complesso.

La fine dell’abitudine al contante come gesto quotidiano

Per decenni, il contante ha rappresentato la forma più immediata e intuitiva di pagamento. Oggi, però, carte, app e sistemi contactless stanno progressivamente sostituendo banconote e monete in molte situazioni quotidiane.

Questo cambiamento non è solo tecnologico, ma anche comportamentale. Pagare con un gesto sullo smartphone o con una carta contactless modifica la percezione stessa del denaro, rendendo le transazioni più rapide ma anche meno “fisiche”.

Molti consumatori apprezzano la comodità, ma altri avvertono una perdita di controllo percepito sulla spesa, proprio perché il denaro non passa più materialmente dalle mani.
Famiglie tra semplificazione e nuove abitudini finanziarie

Per le famiglie, la diffusione dei pagamenti digitali porta vantaggi evidenti. La possibilità di monitorare le spese in tempo reale, gestire budget tramite app e ricevere notifiche automatiche facilita una gestione più consapevole delle finanze personali.

Allo stesso tempo, cresce l’importanza della sicurezza informatica. Frodi digitali, phishing e accessi non autorizzati diventano rischi concreti che richiedono attenzione e competenze minime di protezione digitale.

La transizione impone quindi un nuovo tipo di alfabetizzazione finanziaria, in cui non basta più saper gestire il denaro, ma occorre anche saperlo proteggere in ambiente digitale.

Imprese e competitività nell’economia senza contante

Per le imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, la digitalizzazione dei pagamenti rappresenta un fattore competitivo sempre più rilevante.

Accettare pagamenti elettronici non è più solo un’opzione, ma una necessità per rispondere alle aspettative dei consumatori. Chi non si adegua rischia di perdere clientela, soprattutto nelle generazioni più giovani abituate a pagare con smartphone e carte.

D’altra parte, la riduzione del contante migliora la gestione contabile, riduce errori e semplifica la tracciabilità dei ricavi. Questo può tradursi in una maggiore efficienza complessiva del sistema economico.
L’innovazione tecnologica come motore del cambiamento

La crescita dei pagamenti digitali è strettamente legata all’innovazione tecnologica. Sistemi contactless, portafogli digitali e pagamenti istantanei stanno diventando standard sempre più diffusi.

Questa evoluzione non riguarda solo la comodità, ma anche la velocità delle transazioni. In molti casi, il pagamento avviene in tempo reale, riducendo tempi di attesa e semplificando i flussi economici tra soggetti diversi.

Il risultato è un’economia più fluida, ma anche più dipendente dalle infrastrutture digitali e dalla stabilità dei sistemi informatici.

Rischi, dipendenze e nuove fragilità del sistema

Accanto ai vantaggi, emergono anche nuove fragilità. Un sistema fortemente digitalizzato è infatti esposto a rischi tecnologici, come blackout, attacchi informatici o malfunzionamenti delle piattaforme di pagamento.

In questi scenari, il contante continua a rappresentare una forma di resilienza economica, garantendo una modalità di scambio indipendente dai sistemi digitali.

Questo spiega perché, nonostante la crescita dei pagamenti elettronici, il contante non scompare del tutto, ma mantiene un ruolo residuale di sicurezza e alternativa.

Una trasformazione irreversibile ma graduale

La direzione è chiara: il sistema dei pagamenti si sta spostando verso una sempre maggiore digitalizzazione. Tuttavia, si tratta di un processo graduale, che richiede tempo per essere assimilato dalla società.

Famiglie, imprese e istituzioni stanno adattandosi a ritmi diversi, in un equilibrio dinamico tra innovazione e tradizione.

Il risultato finale non sarà probabilmente la scomparsa totale del contante, ma la sua riduzione a ruolo marginale nel sistema economico complessivo, con i pagamenti digitali sempre più centrali nella vita quotidiana.

Il ruolo sempre più strategico della cybersicurezza

di Oreste Pollicino – www.huffingtonpost.it – 06 Maggio 2026

La proposta Ue di revisione del Cybersecurity Act punta a rafforzare controlli e certificazioni sui fornitori tecnologici, soprattutto nei settori più sensibili come telecomunicazioni ed energia. Oggi non conta solo se una tecnologia è sicura, ma anche chi la produce, da dove arriva e quanto sia affidabile tutta la rete di aziende coinvolte

Questo articolo è stato scritto con Rebecca Pupella, avvocato, legal advisor Pollicino & Partners Advisory

Negli ultimi giorni, il dibattito riacceso dal caso Salt Typhoon e dal recente incidente che ha coinvolto Sistemi Informativi, società del gruppo IBM, ha riportato al centro una verità semplice ma decisiva: la sicurezza delle reti non riguarda soltanto i grandi operatori delle telecomunicazioni, ma anche i soggetti che, a monte, forniscono infrastrutture, servizi e soluzioni digitali a supporto di funzioni pubbliche e private essenziali. È proprio la dimensione di filiera a rendere particolarmente sensibile anche un incidente circoscritto: non rileva soltanto il perimetro formalmente colpito, ma il ruolo che quell’ambiente svolge nell’ecosistema digitale complessivo.
È in questa prospettiva che va letta la proposta della Commissione europea del 20 gennaio 2026 di revisione del Regolamento (UE) 2019/881 (Cybersecurity Act). L’intervento si inserisce in un quadro regolatorio già articolato, che comprende il Cyber Resilience Act, la Direttiva (UE) 2022/2555 e il Regolamento (UE) 2022/2554, e si colloca nel più ampio processo di rafforzamento della resilienza digitale dell’Unione europea.
La proposta interviene sul sistema europeo di certificazione della cybersecurity, imperniato sul ruolo di ENISA e basato su schemi di certificazione per prodotti, servizi e processi ICT. Nella sua configurazione originaria, tale sistema si fonda prevalentemente su strumenti volontari, volti a definire livelli comuni di garanzia della sicurezza. La revisione mira a rendere questo framework più efficace e coordinato, anche nel rapporto tra le autorità europee e quelle nazionali.

Le implicazioni geopolitiche emergono soprattutto dal contesto in cui la proposta è stata presentata: il rafforzamento del quadro europeo di cybersecurity si accompagna a iniziative volte a ridurre progressivamente la presenza, nelle infrastrutture critiche, di componenti e tecnologie provenienti da fornitori considerati ad alto rischio, in particolare nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia. Pur in assenza di riferimenti espliciti a specifici operatori o giurisdizioni, questa traiettoria segnala una crescente attenzione alla sicurezza della supply chain ICT e ai rischi connessi alla provenienza delle tecnologie.

Il punto, quindi, non è soltanto la sicurezza tecnica del singolo prodotto, servizio o processo ICT, ma la fiducia nell’intera filiera: chi sviluppa la tecnologia, chi la fornisce, in quale contesto regolatorio e geopolitico opera e quali effetti sistemici potrebbe produrre una sua compromissione.
Questo orientamento riflette un’evoluzione del modello europeo: da un approccio fondato principalmente su strumenti volontari, raccomandazioni e standard tecnici, verso una maggiore integrazione tra requisiti di sicurezza, gestione del rischio e condizioni di utilizzo delle tecnologie in contesti critici. Non si tratta necessariamente di trasformare ogni certificazione in un requisito obbligatorio di accesso al mercato, ma di rendere la conformità agli standard europei e la valutazione dei fornitori elementi sempre più rilevanti nelle scelte di procurement e nella gestione delle infrastrutture strategiche.
Le reazioni internazionali confermano la rilevanza geopolitica di questa evoluzione: alcuni Paesi terzi hanno espresso preoccupazione per il possibile impatto delle nuove misure sugli investimenti e sulle relazioni economiche, segnalando il rischio che requisiti di sicurezza più stringenti possano tradursi, di fatto, in barriere all’accesso al mercato.

In questo quadro, la sicurezza della supply chain ICT, già centrale nella Direttiva (UE) 2022/2555, assume una valenza che va oltre la dimensione strettamente tecnica. Gli obblighi di gestione dei rischi legati ai fornitori impongono infatti di valutare non solo le caratteristiche tecnologiche delle soluzioni adottate, ma anche il contesto in cui tali soluzioni sono sviluppate, fornite e mantenute e gli strumenti di certificazione possono contribuire a rendere queste valutazioni più omogenee e a rafforzare il coordinamento tra Stati membri.

Nel complesso, la proposta si inserisce in una traiettoria in cui la cybersecurity assume una dimensione sempre più strategica. Il rafforzamento dei requisiti tecnici, dei meccanismi di certificazione e delle valutazioni sui fornitori contribuisce a definire le condizioni concrete di utilizzo delle tecnologie nel mercato europeo, con effetti che si estendono oltre il perimetro strettamente normativo. La portata effettiva di tali effetti dipenderà dall’evoluzione del processo legislativo e dalle modalità di attuazione del nuovo quadro.

L’alfabetizzazione finanziaria come asset strategico per il Sistema Italia

BY MARCELLO PRESICCI – 6 MAGGIO 2026 – www.fortuneita.com

In un mondo globalizzato dove l’economia reale e la finanza digitale si intrecciano con una velocità senza precedenti, la capacità di gestire il proprio patrimonio, piccolo o grande che sia, non è più un’abilità accessoria, ma una competenza di cittadinanza fondamentale. Eppure, per l’Italia, il tema dell’educazione finanziaria continua a rappresentare una sfida aperta, un gap strutturale che incide non solo sulla serenità dei singoli nuclei familiari, ma sulla competitività complessiva del Sistema Paese. Guardando ai dati più recenti del 2025 e del 2026, emerge un paradosso tipicamente nostrano: siamo un popolo di grandi risparmiatori, capaci di accumulare ricchezza con una costanza ammirevole, ma restiamo troppo spesso confinati in una “zona grigia” di analfabetismo funzionale quando si tratta di far fruttare o proteggere quel risparmio.

Il panorama attuale ci restituisce una fotografia a tinte chiaroscure. Se da un lato l’indice di alfabetizzazione finanziaria degli italiani mostra timidi segnali di miglioramento, con circa il 40% della popolazione che raggiunge la sufficienza nelle competenze di base, dall’altro restiamo stabilmente nelle retrovie delle classifiche OCSE. Il vero nodo gordiano risiede nel passaggio dalla teoria alla pratica quotidiana. Sapere, per esempio, cosa sia l’inflazione è un concetto che la recente fiammata dei prezzi ha reso dolorosamente concreto, ma comprendere come difendere il potere d’acquisto attraverso una corretta diversificazione del portafoglio o la conoscenza degli strumenti previdenziali integrativi resta ancora un traguardo lontano per la maggioranza.

Per elevare il livello di consapevolezza nazionale, è necessario agire su più fronti simultaneamente, superando l’approccio episodico delle campagne informative per abbracciare una visione sistemica. Una pietra miliare in questo percorso è stata l’integrazione dell’educazione finanziaria nei programmi scolastici all’interno dell’educazione civica, una riforma che nel biennio 2024-2026 ha finalmente iniziato a produrre i primi frutti e che ha visto la FEduF, presieduta da Stefano Lucchini, in prima linea.

Guardando oltre i nostri confini, l’Europa offre modelli virtuosi che l’Italia dovrebbe osservare con estrema attenzione. In paesi come l’Estonia o l’Austria, l’educazione finanziaria è trattata come una vera e propria infrastruttura strategica. L’Estonia, in particolare, ha saputo coniugare la sua vocazione digitale con la formazione economica, creando portali interattivi e dibattiti nazionali che coinvolgono attivamente i giovani fin dalle scuole elementari, portandoli a livelli di competenza tra i più alti al mondo. In Austria, la Strategia Nazionale per l’Educazione Finanziaria ha introdotto strumenti innovativi come la “Personal Inflation App”, che permette ai cittadini di calcolare l’impatto reale dell’aumento dei prezzi sul proprio paniere di spesa specifico. Questi esempi dimostrano che la chiave del successo risiede nel rendere la finanza un tema quotidiano, accessibile e, soprattutto, utile a risolvere problemi reali.

Un altro pilastro fondamentale per il rilancio italiano è il superamento del gender gap finanziario. Le indagini continuano a mostrare una distanza significativa tra le competenze economiche degli uomini e quelle delle donne, un divario che non ha alcuna giustificazione razionale ma che affonda le radici in retaggi culturali ormai anacronistici. Promuovere l’indipendenza economica femminile non è solo una questione di equità sociale, ma un formidabile motore di crescita economica: una gestione più consapevole delle risorse da parte delle donne si traduce statisticamente in investimenti più prudenti, una maggiore attenzione al risparmio previdenziale e una gestione familiare più resiliente agli shock esterni.

In un ecosistema economico sempre più interconnesso, il ruolo delle imprese private nell’elevare la cultura finanziaria non può più essere considerato un’attività di mera responsabilità sociale d’impresa, ma un investimento strategico sulla qualità del capitale umano. L’azienda moderna è il luogo in cui il reddito viene generato e, di conseguenza, rappresenta il contesto ideale per educare alla sua gestione consapevole. In quest’ottica, il lavoro svolto da realtà come il nostro Advisory Board della FEduF (Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, nata nel 2014 su iniziativa dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), traccia una rotta fondamentale: quella di una collaborazione strutturata tra il mondo bancario, le istituzioni e il tessuto produttivo.

Le imprese hanno la possibilità di trasformarsi in veri e propri hub formativi, integrando programmi di benessere finanziario all’interno del welfare aziendale. Non si tratta solo di offrire benefit economici, ma di fornire ai dipendenti gli strumenti cognitivi per comprendere la busta paga, gestire il debito, pianificare la previdenza complementare e valutare le opzioni di investimento assicurativo. Un lavoratore finanziariamente consapevole è un lavoratore meno stressato, più produttivo e più resiliente di fronte alle incertezze del mercato, con ricadute positive dirette sul clima aziendale e sull’ attrattività dei talenti. Infine, l’educazione finanziaria è vitale per le Casse di previdenza: garantisce scelte d’investimento consapevoli, mitiga i rischi e assicura la sostenibilità di lungo periodo. Professionisti informati comprendono meglio il nesso tra contributi e prestazioni, tutelando il proprio futuro previdenziale.

Donne e denaro, l’educazione finanziaria è strumento di libertà

19 Aprile 2026 Simona Rossitto AlleyBooks – https://alleyoop.ilsole24ore.com/

Una donna indipendente a livello economico, che ha un conto corrente, che sa gestire le sue finanze è anche una donna più libera. Una donna che, anche in una situazione di violenza all’interno di un rapporto affettivo, è più capace e pronta a lasciare il partner e andare avanti da sola. Lo spiega, con dati, testimonianze, disamine accurate, il saggio “Denaro al femminile: una sfida possibile” di Chiara Galgani e Valeria Santoro. Ne nasce una chiara fotografia del fenomeno della disuguaglianza economica di genere che comprende varie declinazioni tra le quali il gender credit gap, il gender pay gap, il gender gap nelle pensioni.

Dopo aver indagato in una precedente pubblicazione il concetto di leadership al femminile (con il libro dal titolo “Leadership femminile: esiste davvero?”), con questo nuovo lavoro le autrici (Galgani lavora da 25 anni nella comunicazione d’impresa, Santoro è giornalista finanziaria dal 2003) fanno luce su un rapporto da sempre difficile per le donne: la gestione del denaro, storicamente considerata “roba da uomini”. Perché le donne fanno ancora fatica a parlare di denaro e gestirlo con sicurezza? Quando nasce questo “cattivo” rapporto delle donne con i soldi?

Per rispondere a queste domande le autrici partono da un’interessante e attenta disamina storica, passando per i numeri della disuguaglianza e raccontando gli episodi cruciali in cui donne pioniere si sono distinte per avere abbattuto importanti soffitti di cristallo. La strada da fare è ancora lunga, ma sicuramente i successi, a guardare anche la storia recente, sono tanti e vanno celebrati. I progressi sono innegabili, e anche le role model femminili ai vertici della finanza – varie figure spiccano anche a livello europeo e italiano, basti pensare alla Bce, a Borsa Italiana, al gruppo bancario Santander- sono un esempio di leadership femminile che potrebbe fare la differenza anche a livello sistemico.

Se è vero che ancora i dati sui conti corrente delle donne raccontano una storia di disparità, è anche vero che, in un passato neanche tanto remoto, la situazione era di gran lunga peggiore. Alle donne erano tagliate alle radici le opportunità di studiare, lavorare, gestire i soldi. «Tra le nostre madri e le nostre nonne – scrive Alessandra Perrazzelli, già vicedirettrice generale della Banca d’Italia nella prefazione -, nate tra le due guerre, innumerevoli sono i casi di donne escluse dalla ripartizione delle eredità familiari. Tra le famiglie meno abbienti, erano i figli maschi che potevano proseguire gli studi, privando così le figlie anche della possibilità di accumulare capitale umano».

Tuttavia, il quadro generale è ancora segnato da asimmetrie. Il volume, una volta individuate la cause, individua anche le vie di soluzione. «Bisogna avere il controllo delle proprie risorse economiche, perché solo così si può avere il controllo della propria vita». Ad affermarlo è Claudia Cattani, presidente di Bnl Bnp Paribas, una delle otto donne- manager ai vertici della finanza – che si raccontano e raccontano in particolare il loro rapporto con il danaro, fornendo utili consigli e suggerimenti.

Una cultura secolare e millenaria non è facile da sconfiggere ma le autrici ci indicano anche una strada che ha come chiave, tra le altre politiche di equità e inclusione, l’incentivazione dell’educazione finanziaria, per aumentare la consapevolezza e la capacità di gestire risorse e investimenti. Un lavoro fondamentale soprattutto per le generazioni più giovani, affinché non si sottovaluti più la questione della gestione del denaro. «Molte giovani donne – dice Silvia Rovere, presidente di Poste Italiane – si sentono libere ma sottovalutano la questione economica. Non la presidiano, E invece le ragazze devono sapere che l’autonomia non sarà mai completa se non impareranno a gestire i soldi».


Titolo: “Denaro al femminile: una sfida possibile”
Autrici: Chiara Galgani, Valeria Santoro
Editore: FrancoAngeli
Prezzo: 19 euro


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Gen Z: consuma di più, guadagna di meno e si indebita

La fotografia arriva da un report che indica fenomeni in aumento come il “subscription debt” e il “marketing emozionale”

di Eleonora Lorusso – 18.04.2026 – www.donnamoderna.com

La Gen Z non sogna più di comprare la casa, o quantomeno non mira a risparmiare per investire nel caro vecchio, vecchio mattone. È un dato di fatto e numerose indagini lo hanno confermato. Una appena condotta sui nati tra il 1997 e il 2012, però, mostra un altro aspetto dei giovani consumatori: spesso compulsivi, poco capaci di gestire il proprio bilancio, a volte vittime persino di “trappole” digitali, come la sottoscrizione di numerosi (troppi) abbonamenti, ai quali poi non riescono a far fronte. Perché?

La Gen Z fatica a far quadrare i conti
La nuova fotografia della Gen Z arriva dall’European Consumer Payment Report 2025 di Intrum, secondo cui i giovani tra i 14 e i 29 anni rappresentano la fascia di età di maggiori consumatori. Nel “paniere” rientrano, però, per lo più beni immateriali, che sottraggono risorse che i loro genitori e nonni avrebbero riservato (e riservavano) al pagamento di bollette e spese necessarie quotidiane. Se il concetto di risparmio per investimenti sicuri – “il caro vecchio mattone”, quindi l’acquisto della casa – appartiene al passato, oggi il vero problema è il rischio di indebitamento. Secondo la ricerca, benil 45% dei giovani dichiara di non riuscire a pagare puntualmente le utenze, spesso per mancanza di liquidità.

Giovani vittime di stress finanziario
«Non mi sorprende, anzi è coerente con quello che osserviamo sul campo. I giovani oggi vivono in un contesto digitale che stimola consumo immediato e gratificazione istantanea. Dai nostri dati emerge un elemento chiave: più della metà dei ragazzi si informa su economia e denaro tramite social e famiglia (57%). Ciò espone la Gen Z allo stress finanziario: seil 47% avverte la pressione sociale sui propri comportamenti finanziari, quasi la metà fa fatica a coprire le spese correnti», commenta Claudia Segre, Presidente e Fondatrice di Global Thinking Foundation, impegnata nell’educazione finanziaria, in particolare delle donne, e contro la violenza economica.

Poca educazione finanziaria, molti nuovi pericoli
«Se da un lato manca l’educazione nella gestione delle proprie risorse, esistono però anche altri e nuovi pericoli, che minacciano le finanze dei giovani. Come spiega ancora Segre, infatti «Spesso manca una base strutturata di educazione finanziaria. In più la nostra ricerca ADA Economics/Ipsos, condotta nel 2024, mostrava che il 63% degli adulti gioca d’azzardo e che una quota crescente usa il trading con logiche di breve periodo: si tratta di modelli comportamentali che inevitabilmente influenzano anche i più giovani».

Retribuzioni troppo basse
Ciò che caratterizza la Gen Z, poi, è il fatto di essere la generazione di coloro che sono appena entrati nel mondo del lavoro: una fetta di popolazione che, come evidenziano i ricercatori, conta retribuzioni medie più basse e discontinue: i contratti di collaborazione o – quando va bene – le assunzioni a tempo determinato hanno infatti sostituito in larga parte i rapporti a tempo indeterminato. Ciononostante verrebbe da pensare che, proprio in virtù di minori ingressi, si dovrebbe prestare più attenzione alle uscite. Perché non è così?

Un problema comportamentale
A rispondere è ancora Segre: «Perché il tema non è solo economico, ma comportamentale. I ragazzi hanno entrate discontinue, ma sono immersi in ambienti digitali progettati per spingere al consumo. Le piattaforme funzionano come “architetture della scelta”: rendono facile comprare e difficile fermarsi. Si emulano gli stili di vita dei social e lo vediamo chiaramente anche nelle scuole: c’è una tendenza a usare il denaro in modo poco consapevole e a cercare soluzioni rapide alle difficoltà. In un mix letale fatto di scarsa pianificazione, pressione sociale e accesso immediato al credito (buy now pay later, app, gaming)».

Meno risparmio, più esperienze di vita
C’è chi spiega la fotografia con motivazioni sociologiche: proprio per l’incertezza del futuro si tende a vivere maggiormente il presente, a costo di indebitarsi. «L’incertezza porta a vivere il presente (“consumo esperienziale”), ma il vero problema è non saper valutare le conseguenze – osserva Segre – C’è un dato molto chiaro: solo una minoranza comprende davvero il rapporto tra rischio e rendimento, mentre molti associano il guadagno veloce a strumenti rischiosi come trading o le scommesse. Il paradosso è che l’85% si lamenta per una scarsa educazione finanziaria nei programmi scolastici».

Arginare le dipendenze digitali economiche
Va in questa direzione un progetto promosso proprio da Global Thinking Foundation: «Si chiama “Dipendenze: NO, Grazie!”: l’obiettivo è lavorare per arginare le dipendenze digitali economiche, concentrandoci proprio su consapevolezza, capacità di scelta e riconoscimento dei rischi. I risultati si vedono: dopo i nostri interventi nelle scuole, oltre il 50% degli studenti raggiunge livelli alti di consapevolezza sui rischi derivanti dall’esposizione a queste derive comportamentali», spiega Claudia Segre.

Differenze tra maschi e femmine
Anche in questo ambito esistono poi differenze di genere: un tempo si riteneva che fosse l’uomo a portare a casa lo stipendio e la donna a occuparsi del bilancio familiare, perché più “oculata”. «Le differenze esistono, ma stanno cambiando. Dai dati ADA Economics/Ipsos emerge, per esempio, che gli uomini sono più esposti a comportamenti rischiosi (gaming, azzardo, trading frequente), mentre le donne mostrano maggiore cautela, ma possono essere più vulnerabili in condizioni di fragilità economica», chiarisce Segre.

Vulnerabilità diverse
Ma emerge anche un altro dato interessante: «In alcune fasce adulte, le donne tendono a cercare soluzioni rapide (anche azzardo) per compensare difficoltà economiche. Quindi oggi non parlerei più di “donne più oculate”, ma di vulnerabilità diverse – dice Segre – Nella gestione familiare, secondo le nostre ricerche, risulta che il 33,3% delle donne intervistate non sa impostare un budget familiare (di queste, circa il 30% non sa cosa sia). Come se si fosse persa un’eredità culturale, tanto che il 96% dichiara di usare l’home banking, affidandosi così solo al conto corrente per gestire le spese, senza una visione di medio termine. Questa è una di quelle conoscenze che potrebbero essere insegnate, in famiglia o a scuola».

Come riconoscere il marketing emozionale
Tornando ai social, secondo il report secondo l’European Consumer Payment Report 2025, il 71% dei giovani è consapevole che offrono modelli di vita irrealistici, ma ben il 39% ammette di essersi indebitato proprio per adeguarsi. Il report indica che i contenuti sponsorizzati spingono ad acquisti impulsivi, che sono in crescita. «Lo shopping compulsivo online è alimentato dagli influencer. I giovani sono “ingaggiati” tramite una personalizzazione algoritmica, alimentando così un’esposizione mirata di quello che si definisce il “marketing emozionale” – spiega Segre – Parliamo di comportamenti che danno piacere immediato, ma generano poi senso di colpa e perdita di controllo».

Subscription debt: micro-acquisti, macro spese
Anche gli acquisti a rate, che nulla hanno a che vedere con quelli del passato, sono fattori che contribuiscono alla fragilità economica dei nuovi consumatori. Oggi si parla di “subscription debt”: ci si fa “ingolosire” per la possibilità di ricorrere a “micro-pagamenti” o formule come “compra adesso, paga dopo” che però, sommati, diventano insostenibili: basti pensare agli abbonamenti per canali streaming, al mondo del gaming, ma anche alle palestre o al delivery, che insieme superano tranquillamente i 100 euro al mese. Cifre che, pur non sembrando “invisibili” alla fine portano a non riuscire a pagarle. A rendere tutto più rischioso sono strumenti digitali come le carte revolving.

La Gen Z non è irresponsabile, ma va supportata
Attenzione, però, a colpevolizzare la Gen Z: «Le nuove dipendenze (gaming, trading, shopping) condividono gli stessi meccanismi delle dipendenze tradizionali. La Gen Z non è irresponsabile: è semplicemente cresciuta in un ecosistema che rende facile consumare e difficile scegliere. Laddove i figli non vengano educati ad una cultura finanziaria, saranno propensi a ripetere, nella loro vita da adulti, quello che hanno visto fare in famiglia (assenza di dialogo, condivisione e confronto). Occorre condividere le dinamiche e le scelte legate ai soldi. Solo in questo modo le ragazze e i ragazzi prenderanno confidenza con l’uso del denaro e perderanno la ritrosia a parlarne apertamente. Per questo oggi l’educazione finanziaria non è più un’opzione, ma una forma di tutela sociale», conclude Segre.

Cybersicurezza, difese più rapide con l’AI. E la governance diventa il vero banco di prova

Federica Meta – Direttrice – Pubblicato il 4 mag 2026 – www.corrierecomunicazioni.it

Con attacchi sempre più automatizzati e mirati, aziende e istituzioni sono spinte a integrare nuovi strumenti nei presìdi digitali: il vantaggio operativo arriva solo se dati, responsabilità e supervisione umana sono definiti prima della messa in campo. Una sfida anche per le telco. L’analisi del World Economic Forum e Kpmg

L’intelligenza artificiale sta sparigliando le carte nella cybersecurity. Il white paper Empowering Defenders: AI for Cybersecurity, realizzato dal World Economic Forum in collaborazione con Kpmg, mette a fuoco le condizioni necessarie per usare l’intelligenza artificiale nella sicurezza informatica in modo efficace e controllato. Il documento analizza applicazioni già operative lungo l’intero ciclo della cybersecurity, dalla governance alla threat intelligence, dalla protezione dei sistemi alla risposta agli incidenti. L’obiettivo è fornire a executive e chief information security officer un percorso di adozione basato su priorità aziendali, qualità dei dati, competenze, progetti pilota e supervisione umana.

In questo contesto l’intelligenza artificiale può generare benefici nella sicurezza informatica, ma solo quando viene adottata con una strategia precisa. Non basta introdurre nuovi strumenti nei processi esistenti. Quello che serve sono priorità aziendali definite, dati affidabili, processi documentati, competenze adeguate, infrastrutture compatibili e regole di governance in grado di stabilire ruoli, responsabilità e limiti.

E gli executive e chief information security officer dovrebbero seguire un percorso progressivo: prima occorre collegare l’adozione dell’intelligenza artificiale agli obiettivi dell’organizzazione; poi bisogna valutare la maturità interna, avviare progetti pilota, misurarne i risultati e solo in seguito passare a una diffusione più ampia. Il valore dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity dipende dalla capacità di inserirla in un modello di gestione del rischio già solido.

Indice degli argomenti
La pressione degli attacchi spinge verso nuovi strumenti
Dati interni e contesto aziendale fanno la differenza
Governance, audit e controllo delle policy
Threat intelligence e individuazione dei rischi
Protezione del software, cloud e identità
Rilevamento delle minacce e riduzione del rumore operativo
Incident response: tempi più brevi e processi più coerenti
Ripristino e continuità operativa restano meno sviluppati
La governance riduce il rischio di dipendenza dagli automatismi
Soluzioni interne, fornitori e modelli ibridi
Agentic AI, autonomia da gestire con cautela
Per le imprese conta la capacità di misurare i risultati
La difesa digitale dipenderà da equilibrio e controllo
La pressione degli attacchi spinge verso nuovi strumenti
E l’AI cambia anche a velocità e complessità delle minacce. Gli attaccanti usano strumenti basati sull’intelligenza artificiale per accelerare la ricognizione, individuare vulnerabilità, generare codice malevolo, costruire campagne di phishing più credibili e aggirare alcuni controlli tradizionali. Si tratta di una “svolta” che aumenta la pressione sui team di sicurezza, che devono analizzare grandi quantità di segnali e intervenire in tempi sempre più brevi.

Una trasformazione che i dati raccontano bene. Il 94% degli intervistati nel Global Cybersecurity Outlook 2026, citato nel paper, considera l’intelligenza artificiale il principale fattore di cambiamento nella cybersecurity. Il 77% delle organizzazioni dichiara già di usarla in attività di sicurezza. L’adozione, però, non è uniforme. Le grandi imprese dispongono in genere di maggiori risorse economiche, dati più strutturati e competenze tecniche più sviluppate. Le organizzazioni più piccole, le amministrazioni pubbliche e le realtà non profit incontrano invece maggiori ostacoli legati a budget, personale e maturità dei processi.

Per quanto riguarda i benefici misurabili, l’88% dei team di sicurezza segnala risparmi di tempo e maggiori possibilità di dedicarsi ad attività preventive. Le organizzazioni che usano in modo esteso l’intelligenza artificiale nella sicurezza hanno ridotto di circa 80 giorni i tempi legati alle violazioni e di 1,9 milioni di dollari il costo medio degli incidenti. Numeri, questi, che spiegano perché la cybersecurity stia diventando uno degli ambiti più concreti di applicazione dell’intelligenza artificiale in azienda.

Dati interni e contesto aziendale fanno la differenza
Uno dei temi centrali riguarda la qualità del contesto disponibile ai difensori. Gli attaccanti osservano l’organizzazione dall’esterno e cercano punti deboli. I team di sicurezza, invece, possono usare dati interni su asset, utenti, configurazioni, vulnerabilità, log, processi e priorità di business. Se questi dati sono completi e accessibili, l’intelligenza artificiale può aiutare a distinguere i segnali rilevanti dal rumore operativo.

Questo aspetto è particolarmente importante nella gestione delle vulnerabilità. Un sistema intelligente può valutare non solo la gravità teorica di una falla, ma anche il ruolo dell’asset coinvolto, la probabilità di sfruttamento, la presenza di minacce attive e il possibile collegamento con altre debolezze. In questo modo i team possono concentrare gli interventi sulle situazioni più rischiose.

La priorità non è automatizzare ogni attività, ma migliorare la qualità delle decisioni. Molte organizzazioni rischiano di adottare strumenti avanzati senza aver prima chiarito quali problemi intendano risolvere: certamente l’intelligenza artificiale può ridurre i tempi di analisi, suggerire azioni e supportare il lavoro degli analisti, ma non sostituisce la necessità di una valutazione umana nei casi ad alto impatto.

Governance, audit e controllo delle policy
Il white paper organizza i casi d’uso lungo le sei funzioni del Cybersecurity Framework 2.0 del National Institute of Standards and Technology: governare, identificare, proteggere, rilevare, rispondere e recuperare. La prima funzione, quella della governance, riguarda il controllo dei rischi, la conformità alle norme, la coerenza delle policy e l’allineamento tra sicurezza e requisiti di business.

In questo ambito l’intelligenza artificiale può verificare configurazioni, audit trail e implementazione dei controlli. Può anche aiutare a confrontare requisiti regolatori diversi, riducendo la complessità per le organizzazioni che operano in più Paesi. Un altro campo di applicazione riguarda la validazione delle policy interne, ad esempio per controllare se standard di password, autenticazione multifattore o impostazioni cloud siano applicati correttamente.

Il caso Rubrik citato dal report mostra un uso avanzato dell’intelligenza artificiale nella revisione della sicurezza dei prodotti. L’azienda ha sviluppato una piattaforma con più agenti per analizzare documenti di design, diagrammi architetturali e codice sorgente. Il sistema genera valutazioni di rischio, mappa le minacce, verifica le correzioni implementate e produce report di certificazione. Secondo il white paper, questo approccio ha aumentato di tre volte la copertura delle revisioni, ridotto del 50% i tempi e migliorato l’accuratezza dei risultati.

Threat intelligence e individuazione dei rischi
La funzione di identificazione riguarda la mappatura dell’ambiente digitale, l’inventario degli asset e la valutazione dei rischi. È uno degli ambiti in cui il report registra un numero elevato di casi d’uso. L’intelligenza artificiale può trasformare grandi quantità di dati grezzi in informazioni utilizzabili dagli analisti, collegare indicatori di compromissione, individuare relazioni tra campagne malevole e supportare attività di threat intelligence.

Kpmg, ad esempio, ha addestrato un modello personalizzato sul proprio archivio di intelligence. Gli analisti possono interrogarlo in linguaggio naturale e ricevere contesto, collegamenti tra attacchi, risultati di sandboxing e indicazioni sui possibili gruppi responsabili. Il risultato indicato è un aumento del 25% dell’efficienza operativa, con minore lavoro manuale e maggiore capacità di seguire più attori malevoli in parallelo.

Microsoft, attraverso la Digital Crimes Unit, ha sviluppato Haystack, uno strumento che usa l’intelligenza artificiale per individuare rapidamente indicatori di minaccia all’interno di grandi volumi di documenti e risposte legali. L’obiettivo è ridurre i tempi delle indagini forensi e rendere più semplice la comunicazione delle informazioni ai team difensivi e ai clienti. Il report segnala che attività prima misurate in ore possono essere completate in pochi minuti.

Un altro caso riguarda Accenture, che ha applicato l’intelligenza artificiale alla gestione della propria superficie d’attacco esterna. Agent Oliver analizza siti esposti su Internet, controlla la presenza di problemi comuni e testa applicazioni web tramite agenti specializzati. L’azienda lo ha distribuito su oltre 100mila siti, riducendo il tempo di analisi per ciascun sito da circa 15 minuti a meno di un minuto.

Protezione del software, cloud e identità
La funzione di protezione riguarda le misure che limitano la probabilità o l’impatto degli attacchi. Il report cita applicazioni nella sicurezza del software, nella gestione delle configurazioni, nella protezione dei domini, nella classificazione dei dati, nell’identity management e nella formazione del personale.

Google rappresenta uno dei casi più rilevanti. Big Sleep, agente basato sull’intelligenza artificiale, cerca vulnerabilità sconosciute nel software. CodeMender, sviluppato da Google DeepMind, genera patch per correggere problemi di sicurezza. Le correzioni vengono comunque sottoposte alla revisione di ricercatori umani prima di essere proposte upstream. Secondo il documento, CodeMender ha già corretto più di 100 problemi critici, inclusi casi in codebase complesse come il motore JavaScript V8.

AXIS Capital usa l’intelligenza artificiale per integrare controlli di sicurezza nei processi di sviluppo applicativo e nelle architetture cloud. Il sistema analizza codice e configurazioni, valuta il rischio in base a sfruttabilità e impatto sul business, suggerisce rimedi e monitora in tempo reale le configurazioni cloud. L’obiettivo è ridurre il carico sugli sviluppatori e prevenire errori prima che arrivino in produzione.

Nel caso del Dubai Electronic Security Center, l’intelligenza artificiale è applicata alla protezione della navigazione. RZAM, estensione browser e app mobile, analizza in tempo reale le pagine web per bloccare contenuti malevoli. Il sistema è stato addestrato su oltre un milione di Url e, secondo il report, raggiunge un’accuratezza superiore al 95% nell’identificazione dei siti malevoli.

Rilevamento delle minacce e riduzione del rumore operativo
Il rilevamento è oggi uno degli ambiti più maturi. I team di sicurezza devono controllare endpoint, rete, identità, e-mail, applicazioni e ambienti cloud. Il volume degli alert rende difficile distinguere rapidamente gli eventi realmente critici. L’intelligenza artificiale può contribuire alla prioritizzazione, alla correlazione e all’analisi dei comportamenti anomali.

Allianz ha sviluppato un sistema di analisi basato su ipotesi per evitare la raccolta centralizzata di quantità ingestibili di dati dagli endpoint. Invece di trasferire tutti i dati, il sistema genera ipotesi quando si attiva un alert, individua quali informazioni servono per verificarle e le recupera on demand tramite interfacce forensi. Questo consente di svolgere analisi su larga scala senza sovraccaricare l’infrastruttura.

Il Canadian Centre for Cyber Security ha integrato funzionalità di sintesi basate sull’intelligenza artificiale in Assemblyline, sistema open source di analisi e triage del malware. La piattaforma usa oltre 50 servizi analitici e può gestire milioni di file al giorno. Le nuove funzioni aiutano a ridurre il carico cognitivo degli analisti e a trasformare risultati tecnici in informazioni operative.

Santander ha usato l’intelligenza artificiale per migliorare il rilevamento del phishing. La soluzione combina analisi del dominio, ispezione visiva, controllo del brand e analisi semantica. Un modello linguistico multilingue, addestrato internamente, riconosce anche le tecniche psicologiche tipiche dei messaggi fraudolenti, come urgenza, autorità o scarsità. Il report indica un miglioramento di almeno il 10% nell’efficacia del rilevamento.

IBM, con ATOM, automatizza indagini e triage nei servizi gestiti di sicurezza. Il sistema gestisce circa il 95% delle investigazioni quotidiane, mentre gli analisti si concentrano sulla supervisione e sulle escalation. I risultati indicati includono oltre 850 ore di lavoro automatizzate al mese e una riduzione del 37% dei tempi di indagine.

Incident response: tempi più brevi e processi più coerenti
La risposta agli incidenti richiede raccolta di informazioni, classificazione, contenimento, comunicazione e decisioni rapide. Il report mostra che l’intelligenza artificiale può supportare ogni fase, dalla ricostruzione della timeline alla raccomandazione di contromisure, fino alla produzione di report per pubblici diversi.

Petronas ha integrato funzioni intelligenti nei flussi di lavoro del proprio Security operation center. Gli analisti ricevono sintesi in tempo reale degli incidenti, indicazioni sui passaggi successivi, traduzione dal linguaggio naturale alle query e supporto nella raccolta del contesto. Dopo un pilot di sei mesi, l’organizzazione ha ottenuto in tre mesi una riduzione del 30-40% nei tempi di risposta e risoluzione. Anche il tempo di preparazione dei nuovi analisti è migliorato del 50%.

Standard Chartered ha adottato una strategia di iper-automazione per SOC e case management. La piattaforma assegna punteggi dinamici di rischio, prioritizza alert e casi, arricchisce le segnalazioni con contesto e aiuta gli analisti a produrre sintesi e comunicazioni. L’approccio è stato introdotto gradualmente con guardrail, osservabilità e controlli di disattivazione. Il report segnala una riduzione del 25-35% dello sforzo manuale di triage e un miglioramento del 20-30% nel tempo necessario alla classificazione.

Dream Group ha sviluppato una capacità interna di analisi malware assistita dall’intelligenza artificiale. Il sistema esamina il codice malevolo, individua tecniche di persistenza, escalation, movimento laterale e comunicazione con gli attaccanti. Produce output strutturati, spiegabili e verificati dagli analisti. Secondo il documento, il tempo per generare indicazioni di remediation si è ridotto fino al 95%.

Ripristino e continuità operativa restano meno sviluppati
Il recupero dopo un incidente è l’area in cui l’adozione appare più limitata. Il white paper osserva che le applicazioni dell’intelligenza artificiale in questa fase sono spesso concettuali o ancora in esplorazione. Eppure il potenziale è rilevante, perché il ripristino riguarda la continuità delle operazioni, l’aggiornamento dei piani di recovery, la verifica delle dipendenze e il rafforzamento della resilienza.

L’intelligenza artificiale può supportare la creazione e la gestione dei piani di recupero analizzando dipendenze tra sistemi, scenari di rischio e dati storici sugli incidenti. Può anche aiutare a testare i piani attraverso simulazioni di guasti estesi, individuando lacune e proponendo miglioramenti.

Per le organizzazioni che dipendono da infrastrutture digitali complesse, questo tema è centrale. La sicurezza non riguarda soltanto il blocco degli attacchi, ma anche la capacità di ripristinare servizi, limitare l’impatto operativo e aggiornare i processi dopo un evento. La resilienza richiede prevenzione, risposta e recupero integrati.

La governance riduce il rischio di dipendenza dagli automatismi
Il report dedica attenzione al rischio di eccessiva fiducia nei sistemi intelligenti. L’uso esteso dell’intelligenza artificiale può ridurre la fatica operativa, ma può anche indebolire le competenze se gli analisti smettono di svolgere attività critiche in prima persona. Quando un sistema automatico sbaglia, si interrompe o produce risultati non attendibili, l’organizzazione deve conservare la capacità di intervenire.

Per questo il documento raccomanda di mantenere un equilibrio tra automazione e giudizio umano. I team dovrebbero simulare anche scenari di fallimento dei sistemi intelligenti e predisporre meccanismi di continuità operativa. I processi devono restare comprensibili, verificabili e modificabili.

Il tema riguarda anche la formazione. Il 54% delle organizzazioni considera la carenza di talenti qualificati il principale ostacolo all’adozione dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity. Le competenze richieste cambiano: non basta conoscere un singolo strumento. Servono capacità tecniche, pensiero critico, problem solving e abilità di comunicare risultati complessi a interlocutori non tecnici.

L’intelligenza artificiale può ridurre alcune attività manuali, ma aumenta la necessità di professionisti capaci di interpretare, validare e governare i risultati.

Soluzioni interne, fornitori e modelli ibridi
Una decisione rilevante riguarda la scelta tra sviluppare soluzioni interne o acquistare prodotti da vendor. Il report evidenzia che entrambe le opzioni presentano vantaggi e limiti. Le soluzioni costruite internamente offrono maggiore controllo su dati, architettura e modelli, oltre a una personalizzazione più elevata. Richiedono però investimenti consistenti, competenze specialistiche e capacità di manutenzione.

Le soluzioni commerciali consentono tempi di adozione più rapidi e riducono la domanda iniziale di competenze interne. Possono però generare dipendenza dal fornitore, minore flessibilità, costi crescenti nel tempo e rischi legati a portabilità dei dati, compliance e stabilità del vendor.

Molte organizzazioni adotteranno un modello ibrido. Le funzioni più standardizzate potranno essere coperte da strumenti commerciali. Le capacità considerate strategiche o legate a dati particolarmente sensibili potranno essere sviluppate internamente. La scelta dovrebbe dipendere dal ruolo che la cybersecurity ha nel modello di business, dal livello di controllo necessario e dalla disponibilità di competenze.

Agentic AI, autonomia da gestire con cautela
La parte finale del white paper guarda all’evoluzione verso l’agentic AI. Con questa espressione si indicano sistemi in grado di pianificare, coordinare ed eseguire attività con livelli crescenti di autonomia. Nel campo della sicurezza, agenti specializzati potrebbero collaborare su threat intelligence, gestione delle vulnerabilità, rilevamento, risposta e mitigazione.

Il report descrive quattro livelli di autonomia. Nel primo, l’intelligenza artificiale assiste l’analista organizzando dati e producendo sintesi. Nel secondo, raccomanda azioni che devono essere approvate da un essere umano. Nel terzo, esegue azioni reversibili, mentre gli operatori monitorano e possono intervenire. Nel quarto, agisce in modo indipendente, con controlli affidati ad audit o ad altri agenti supervisori.

La scelta del livello corretto dipende dal rischio e dalla reversibilità dell’azione. Bloccare temporaneamente un indirizzo IP sospetto è diverso dall’isolare un sistema critico o revocare credenziali con impatto su servizi essenziali. Le azioni a basso rischio e facilmente annullabili possono essere automatizzate con maggiore libertà. Le decisioni ad alto impatto richiedono supervisione umana più forte.

L’agentic AI introduce anche nuovi problemi. Gli agenti possono ampliare la superficie d’attacco, essere manipolati, ricevere obiettivi configurati male o produrre comportamenti inattesi. In ambienti multi-agente, un errore può propagarsi rapidamente. Per questo servono guardrail tecnici, controlli di governance, tracciabilità delle decisioni e responsabilità definite.

Per le imprese conta la capacità di misurare i risultati
Il percorso suggerito dal white paper parte da una domanda semplice: quale risultato deve produrre l’intelligenza artificiale nella cybersecurity? Le risposte possono riguardare la riduzione del rischio, tempi più brevi di indagine, minore carico sugli analisti, migliore qualità del triage, maggiore copertura dei controlli, riduzione dei costi o migliore conformità normativa.

Senza metriche, i progetti rischiano di restare sperimentazioni isolate. Il documento raccomanda di selezionare piloti con benefici rapidi e misurabili, definire criteri di successo, prevedere punti di uscita e coinvolgere cybersecurity, It e business. Questo approccio riduce il rischio di investire in strumenti che non producono valore reale.

Per le piccole e medie imprese il report suggerisce di partire da uno o due casi d’uso collegati ai rischi più critici. Spesso è possibile usare funzioni già integrate negli strumenti esistenti, senza sviluppare piattaforme complesse. Per le grandi organizzazioni, invece, la priorità è evitare frammentazione. I progetti devono essere coordinati, governati e monitorati nel tempo.

Una volta superata la fase pilota, l’intelligenza artificiale deve essere scalata con attenzione. I modelli possono degradare, i dati possono cambiare, i costi infrastrutturali possono crescere e le minacce possono evolvere. Servono quindi monitoraggio continuo, aggiornamento delle pipeline dati, revisione periodica dei guardrail e report trasparenti verso il management.

La difesa digitale dipenderà da equilibrio e controllo
Il white paper di World Economic Forum e Kpmg mostra che l’intelligenza artificiale è già usata in molti ambiti della cybersecurity: threat intelligence, gestione delle vulnerabilità, protezione del software, rilevamento del phishing, analisi malware, triage degli incidenti e risposta operativa. I casi raccolti indicano benefici concreti in termini di velocità, precisione e capacità di scala.

Il documento chiarisce però che la tecnologia non elimina le responsabilità organizzative. Le imprese devono definire obiettivi, dati, processi, competenze, governance e meccanismi di controllo. Devono anche evitare una dipendenza eccessiva dagli automatismi, conservando competenze interne e capacità di intervento umano.

L’adozione efficace dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity richiede un equilibrio tra automazione, supervisione e responsabilità. Le organizzazioni che riusciranno a mantenere questo equilibrio potranno migliorare le proprie difese senza aumentare la fragilità dei processi. Quelle che adotteranno strumenti avanzati senza una strategia rischieranno invece di aggiungere complessità a sistemi già difficili da governare.

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