Cyber 4.0 e cooperazione internazionale: la sicurezza digitale parla italiano


www.agendadigitale.eu | 20 ago 2026

Il cyber capacity building è diventato uno strumento centrale della cooperazione internazionale e della diplomazia cibernetica. Dalle Nazioni Unite all’Unione europea, fino alla strategia italiana, il rafforzamento delle capacità cyber assume un ruolo decisivo per sicurezza, resilienza e sviluppo digitale

Nel nuovo scenario geopolitico, la competizione tra gli Stati si gioca sempre più spesso in una dimensione tanto immateriale quanto strategica: quella della cybersecurity. La crescente digitalizzazione delle economie, delle istituzioni pubbliche e delle infrastrutture critiche ha trasformato il digitale in uno spazio nel quale si intrecciano sicurezza nazionale, sviluppo economico, innovazione tecnologica e politica estera. Garantire sicurezza e resilienza non rappresenta più soltanto una sfida tecnologica, ma una componente essenziale della capacità di uno Stato di tutelare i propri interessi, proteggere i servizi fondamentali e preservare la propria stabilità economica.

La cybersicurezza è così diventata un elemento centrale delle politiche di cooperazione internazionale e una leva di sviluppo, capace di influenzare gli equilibri geopolitici e di ridefinire le tradizionali relazioni diplomatiche.

La natura stessa del cyberspazio rende tuttavia evidente come la sicurezza digitale non possa essere costruita entro i soli confini nazionali: attacchi alle infrastrutture critiche, campagne di disinformazione, criminalità informatica e utilizzo malevolo delle tecnologie emergenti producono effetti che superano le frontiere e richiedono risposte coordinate tra governi, organizzazioni internazionali e settore privato.

La cybersicurezza nella politica estera e nella diplomazia cibernetica

In questo contesto, la cybersicurezza è progressivamente entrata anche nella dimensione della politica estera, dando origine al concetto di diplomazia cibernetica, che rappresenta oggi una componente sempre più rilevante della proiezione internazionale degli Stati, poiché collega sicurezza digitale, sviluppo tecnologico e capacità di cooperazione. Attraverso questo approccio, dunque, gli Stati utilizzano il dialogo internazionale, gli strumenti multilaterali e le partnership tecnologiche per promuovere un cyberspazio aperto, sicuro e resiliente, favorendo la definizione di principi condivisi, il rafforzamento della fiducia reciproca e la cooperazione nella gestione delle continue sfide poste dall’evoluzione digitale.

Tra queste, l’intelligenza artificiale (IA) rappresenta senz’altro la sfida più significativa per la sicurezza informatica. L’adozione sempre più diffusa di sistemi di IA sta infatti modificando profondamente il panorama delle minacce: da un lato offre nuove opportunità per migliorare la prevenzione e la risposta agli incidenti cyber, mentre dall’altro consente agli attori malevoli di automatizzare e rendere più sofisticate tecniche di phishing, malware, social engineering e le campagne di disinformazione. L’IA diventa così un moltiplicatore tanto delle capacità difensive quanto di quelle offensive, con potenziali ripercussioni particolarmente rilevanti nei settori critici come sanità, energia, trasporti, finanza e pubblica amministrazione.

L’architettura europea tra AI Act e sicurezza informatica

Per rispondere a questa doppia natura delle tecnologie emergenti, l’Unione europea ha progressivamente delineato una propria architettura di governance digitale volta a coniugare innovazione, tutela dei diritti e sicurezza. A partire dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), che ha definito un nuovo standard globale per la protezione dei dati personali, fino ad arrivare all’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), il primo quadro normativo dedicato all’intelligenza artificiale, basato su un approccio proporzionato al rischio: il regolamento introduce una classificazione “piramidale” dei sistemi di IA, prevedendo obblighi crescenti in funzione del potenziale impatto sui diritti fondamentali e sulla sicurezza. A completare questa evoluzione si inserisce il recente ‘Action Plan on Cybersecurity and Artificial Intelligence’ della Commissione europea, che mira a rafforzare il rapporto tra sicurezza informatica e sviluppo dell’IA. L’obiettivo è creare un ambiente tecnologico più resiliente, capace di sfruttare le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale senza trascurare i rischi legati al suo utilizzo malevolo. In questa prospettiva, la cybersicurezza non viene più considerata soltanto una dimensione tecnica, ma un elemento strategico della competitività europea.

Il ruolo del cyber capacity building nella cooperazione internazionale

In un dominio per sua natura transnazionale come il cyberspazio, il livello di sicurezza complessivo dipende dalla capacità di ciascun Paese di prevenire, gestire e rispondere alle minacce informatiche. In questo scenario, il cyber capacity building (CCB) assume un ruolo strategico come strumento per rafforzare le capacità istituzionali, normative, organizzative e operative degli Stati, favorendo lo sviluppo di ecosistemi digitali resilienti. Il CCB non si limita al trasferimento di competenze tecniche, ma comprende la definizione di strategie nazionali, la formazione di professionalità specializzate e il consolidamento della cooperazione tra governi, settore privato, mondo accademico e organizzazioni internazionali. In questa prospettiva, il capacity building rappresenta una componente essenziale della governance globale del cyberspazio e uno strumento di politica estera volto a consolidare la fiducia reciproca, i partenariati di lungo periodo e la promozione di standard, principi e best practice condivisi.

Il CCB ha assunto una posizione sempre più centrale anche nell’agenda delle Nazioni Unite. Nell’ambito del Primo Comitato dell’Assemblea Generale, dedicato alle questioni di sicurezza internazionale, il rafforzamento delle capacità cyber è stato progressivamente riconosciuto come una delle condizioni necessarie per promuovere un comportamento responsabile degli Stati nel cyberspazio. Tale impostazione, maturata nei lavori dell’Open-ended Working Group (OEWG), trova oggi continuità nel nuovo Global Mechanism on ICTs in the Context of International Security, il quadro permanente delle Nazioni Unite per la cooperazione sulla sicurezza nel cyberspazio, concepito per favorire un maggiore coordinamento internazionale e sostenere lo sviluppo delle capacità cyber, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Convenzione ONU sul cybercrime e rafforzamento delle capacità nazionali

Un approccio analogo emerge anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro il cybercrime, elaborata nell’ambito del Terzo Comitato dell’Assemblea Generale. Il trattato dedica infatti il Capitolo VII, e in particolare l’articolo 54 (Technical Assistance and Capacity-Building), alla cooperazione tecnica e al CCB, riconoscendo che il contrasto efficace al cybercrime richiede istituzioni solide, competenze adeguate e una cooperazione strutturata tra gli Stati. Entrambi i processi confermano come il rafforzamento delle capacità nazionali venga considerato un presupposto indispensabile per promuovere un cyberspazio più sicuro, stabile e resiliente.

Il riconoscimento del ruolo strategico del CCB si traduce progressivamente in strumenti di cooperazione più strutturati, capaci di trasformare principi e impegni internazionali in azioni concrete sul campo. Tra questi si colloca il Tallinn Mechanism, una piattaforma di coordinamento con un focus regionale specifico sull’Ucraina, nata per sostenere il rafforzamento della resilienza cyber del Paese attraverso il contributo congiunto di partner internazionali. Al suo interno cooperano Stati come Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Francia, Finlandia, Paesi Bassi e Italia, insieme a organizzazioni come l’Unione europea e la NATO. L’obiettivo è quello di costruire capacità permanenti, favorendo il risanamento di adeguati livelli di resilienza cyber delle infrastrutture fisiche e digitali attraverso la cooperazione intergovernativa. In questo quadro si inserisce anche il contributo italiano, con il coinvolgimento dell’ecosistema nazionale della cybersicurezza e, in particolare, del ruolo del Centro di Competenza – Cyber 4.0 in qualità di partner. Questa partecipazione assume un valore strategico ancora più rilevante alla luce della presidenza del Meccanismo che l’Italia è chiamata ad assumere nel secondo semestre del 2026.

L’Unione Europea come attore globale del CCB

Come per le Nazioni Unite, il capacity building è diventato una priorità anche per altri importanti attori internazionali, come NATO, OSCE, Banca Mondiale, Unione europea e diversi organismi di cooperazione allo sviluppo. In particolare, l’Unione ha consolidato la propria posizione in questo ambito sostenendo attivamente lo sviluppo delle competenze cyber dei Paesi partner, promuovendo e finanziando iniziative e programmi specifici, tra cui il Global Gateway e il Digital for Development (D4D) Hub. Particolarmente rilevante è anche l’impegno nella promozione di un ecosistema europeo della cybersicurezza, che favorisca le sinergie e il coordinamento tra istituzioni, autorità nazionali, imprese, centri di competenza e mondo della ricerca.

In questa prospettiva si inseriscono numerose collaborazioni e iniziative di successo realizzate tra istituzioni, come ENISA, e network europei come EU CyberNet, l’European Cybersecurity Competence Center (ECCC), l’EU–LAC Digital Alliance. All’interno di queste reti opera attivamente anche Cyber 4.0, protagonista del contributo nazionale alle iniziative europee nel campo della sicurezza informatica.

Attraverso questi programmi e reti di cooperazione, l’Unione europea contribuisce sia alla diffusione di competenze tecniche e standard comuni, che alla costruzione di relazioni di lungo periodo fondate sull’interoperabilità, sulla fiducia e su un approccio condiviso alla cybersecurity.

Il CCB nella strategia italiana

Nel contesto nazionale, l’azione italiana si traduce in un progressivo inserimento del cyber capacity building tra gli strumenti principali della propria politica estera e di sicurezza. Infatti, la Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026 individua tra le priorità nazionali il rafforzamento della cooperazione internazionale e la promozione di iniziative volte ad accrescere le capacità cyber dei Paesi partner. In particolare, le misure 69, 78 e 79 attribuiscono al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) un ruolo centrale nello sviluppo di programmi di CCB, nella promozione della diplomazia cibernetica e nel consolidamento della presenza italiana nei principali network internazionali dedicati alla cybersicurezza.

Questa impostazione trova riscontro anche nella recente evoluzione organizzativa del MAECI, con la nascita della Direzione Generale per le Questioni Cibernetiche, l’Informatica e l’Innovazione Tecnologica, che coordina le iniziative italiane nel campo della diplomazia cibernetica e della cooperazione internazionale in materia di sicurezza informatica. Attraverso programmi bilaterali e multilaterali, il Ministero accompagna i Paesi partner nello sviluppo delle capacità istituzionali, promuovendo il dialogo, la condivisione di standard e best practice, e contribuendo al consolidamento di relazioni di fiducia tra gli attori coinvolti.

Cyber 4.0 e l’evoluzione della cooperazione cyber italiana

L’evoluzione delle politiche italiane ed europee in materia di cooperazione cyber costituisce il contesto nel quale si colloca l’azione del Centro di Competenza nazionale ad alta specializzazione sulla cybersecurity – Cyber 4.0, costituito nell’ambito del Piano Nazionale Industria 4.0 e cofinanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Nato come partenariato pubblico-privato con l’obiettivo di supportare la trasformazione digitale e la sicurezza delle imprese italiane, il Centro ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione oltre il contesto nazionale, valorizzando un ecosistema composto oggi da oltre cinquanta partner tra università, enti di ricerca, amministrazioni pubbliche, grandi imprese, PMI innovative e fondazioni.

L’internazionalizzazione di Cyber 4.0 rappresenta la naturale evoluzione della sua missione: le competenze maturate nel supporto alla trasformazione digitale delle imprese e delle organizzazioni italiane vengono oggi valorizzate in percorsi di cooperazione rivolti a rafforzare le capacità cyber di Paesi partner. Attraverso un modello che integra formazione specialistica, trasferimento di conoscenze tecnico-scientifiche, sviluppo delle competenze istituzionali e collaborazione tra attori pubblici e privati, il Centro opera come punto di connessione tra l’ecosistema italiano della cybersecurity e le reti internazionali dedicate al CCB.

L’azione di Cyber 4.0 si sviluppa lungo direttrici geografiche e ambiti ben definiti. L’orizzonte spazia dall’Europa ai Balcani Occidentali, fino all’Africa e all’America Latina, con un crescente interesse verso il Medio Oriente e l’area dell’Asia-Pacifico. Pur in contesti differenti, il filo conduttore delle iniziative rimane lo stesso: rafforzare competenze, capacità operative e modelli di cooperazione, adattando strumenti e metodologie alle specificità dei Paesi coinvolti.

In Europa, Cyber 4.0 partecipa a iniziative di cooperazione multilaterale, come il già citato Tallinn Mechanism, e alle reti europee promosse nell’ambito del CCB, affermandosi come snodo fondamentale tra competenze nazionali e processi internazionali di capacity building.

Dall’Africa all’America Latina, le iniziative internazionali di Cyber 4.0

Nel continente africano, dove la rapida crescita dei servizi digitali e delle infrastrutture tecnologiche rende sempre più urgente il tema della sicurezza, Cyber 4.0 sviluppa percorsi di cooperazione orientati alla formazione e al rafforzamento delle capacità istituzionali. In questa direzione si inserisce il programma bilaterale Italia-Ghana promosso dal MAECI, in collaborazione con la Cyber Security Authority (CSA) ghanese e Cyber 4.0 nel ruolo di soggetto implementatore. L’obiettivo è quello di sostenere lo sviluppo delle policy nazionali, delle competenze specialistiche e delle collaborazioni tra gli ecosistemi cyber dei due Paesi. Alla dimensione bilaterale si affianca il programma Cyber4Africa, nato nell’ambito dell’AI Hub for Sustainable Development in partnership con il United Nations Development Programme (UNDP), MIMIT e Cisco, dedicato al rafforzamento della sicurezza delle startup africane che operano nel settore dell’intelligenza artificiale attraverso formazione, consulenza e principi di security-by-design.

Un percorso analogo si sviluppa anche in America Latina e nei Caraibi, una regione caratterizzata da una rapida trasformazione digitale e da una crescente attenzione verso la resilienza cyber. In questo contesto, Cyber 4.0 promuove le competenze sviluppate dall’ecosistema italiano attraverso iniziative di cooperazione internazionale. Tra queste rientra la study and research visit dedicata a una delegazione colombiana, realizzata nel mese di aprile in collaborazione con il CISS (Center for International and Strategic Studies) della LUISS, il D4D Hub e l’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo). L’iniziativa ha favorito il confronto tra la delegazione e istituzioni e imprese italiane sui temi della governance cyber, della formazione specialistica e della collaborazione tra settore pubblico e privato.

Sul piano multilaterale, Cyber 4.0, in qualità di partner, partecipa alle attività di LAC4 (Latin America and Caribbean Cyber Competence Centre), centro specializzato nel cyber capacity building, sostenuto dall’Unione europea e attivo nella regione latino-americana, che promuove il dialogo tra governi, organizzazioni internazionali, università, centri di ricerca e settore privato. Nell’ambito della CyberWeek@LAC4 2026, Cyber 4.0 organizzerà un workshop dedicato alla resilienza cyber transfrontaliera e alla cooperazione operativa tra gli ecosistemi italiano e latino-americano, con l’obiettivo di favorire lo scambio di competenze e buone pratiche.

Conclusioni

La crescente centralità della cybersecurity nella politica estera e nella diplomazia tecnologica riflette una trasformazione più ampia del modo in cui gli Stati affrontano le sfide del digitale. In un dominio caratterizzato da interdipendenze sempre più profonde, la capacità di coinvolgere istituzioni, imprese, università e centri di ricerca assume un valore strategico, contribuendo alla costruzione di un approccio condiviso alla sicurezza del cyberspazio.

In uno scenario nel quale minacce, infrastrutture e tecnologie superano i confini nazionali, il rafforzamento delle capacità cyber diventa una componente essenziale della sicurezza collettiva e dello sviluppo sostenibile degli Stati e dei popoli. È in questa prospettiva che il capacity building ha assunto un ruolo sempre più rilevante nell’agenda delle Nazioni Unite, dell’Unione europea e dei singoli Paesi, trasformandosi da semplice strumento di cooperazione tecnica a elemento strutturale delle politiche di sicurezza e innovazione. Il sostegno allo sviluppo di competenze, capacità istituzionali e modelli di governance contribuisce a ridurre le asimmetrie esistenti tra gli attori del cyberspazio e a creare condizioni più favorevoli per una cooperazione internazionale stabile ed efficace.

Il percorso di Cyber 4.0 si inserisce pienamente in questa evoluzione e nel più ampio quadro delle politiche italiane di cooperazione in ambito cyber. Nato per sostenere la trasformazione digitale del sistema produttivo nazionale, il Centro ha progressivamente esteso la propria attività anche ai contesti internazionali. Attraverso la partecipazione a programmi e network internazionali, Cyber 4.0 contribuisce infatti a portare l’esperienza italiana nei principali contesti esteri, con l’obiettivo di valorizzare, condividere ed esportare le expertise e le eccellenze nazionali in ambito internazionale.

Solo il 17% degli italiani ha un livello di alfabetizzazione finanziaria elevato

di Davide Volpi (MF-Newswires) www.milanofinanza.it
12 agosto 2026 |

È quanto emerge dalla 4 edizione del Financial literacy report di Allianz. I punteggi più bassi si registrano fra coloro che devono affrontare le maggiori sfide finanziarie: le donne e i giovani

Solo il 17% degli italiani ha un livello di alfabetizzazione finanziaria elevato. Si tratta di un dato in linea con la media del 17% che risulta fra Regno Unito (23%), Austria e Germania (entrambe al 22%), Stati Uniti (13%) e Francia (11%). È quanto emerge dalla 4* edizione del Financial literacy report di Allianz, che analizza i livelli di alfabetizzazione finanziaria tra più di 8 mila soggetti di 8 Paesi differenti.

I punteggi più bassi si registrano fra coloro che devono affrontare le maggiori sfide finanziarie. Le donne, ad esempio, devono accumulare ricchezza privatamente per finanziare pensioni più lunghe, ma hanno solo la metà delle probabilità degli uomini di raggiungere un tasso di alfabetizzazione finanziaria elevata (11% contro 24%). Lo stesso vale per le generazioni più giovani, che registrano i risultati più bassi: solo il 12% della generazione Z è altamente alfabetizzato (9% in Italia), rispetto al 22% dei baby boomers (19% in Italia).

Nello specifico, i livelli peggiori si riscontrano fra le donne della generazione Z (solo il 10%, il 6% in Italia), mentre gli uomini boomer ottengono i risultati migliori (29%, il 24% in Italia).
In questo contesto l’AI può essere utile per superare alcune barriere, ma rischia anche di provocare confusione o errori. Il 14% degli intervistati la identifica già come principale fonte di consulenza (9% in Italia e il 26% tra la generazione Z), ma rimane fondamentale avere dei propri strumenti per impiegare correttamente le informazioni ricavate per mezzo di questi strumenti.

“La sicurezza finanziaria è definita da molteplici fattori, dalle scelte individuali ai sistemi finanziari e sociali in cui le persone si trovano. Sebbene la responsabilità non ricada solo sulle famiglie, agli individui viene richiesto di assumersi una maggiore responsabilità per il proprio futuro finanziario; pertanto, hanno bisogno degli strumenti e delle conoscenze necessari a prendere decisioni consapevoli. A una maggiore responsabilità dovrebbe corrispondere una maggiore competenza finanziaria”, ha commentato Ludovic Subran, chief economist e chief investment officer di Allianz.

Violenza economica, quando il controllo del denaro diventa una forma di abuso: come riconoscerla

Impedire alla partner di lavorare, controllarne ogni spesa, nascondere redditi e patrimonio o escluderla dalle decisioni finanziarie familiari. La violenza economica può assumere forme meno visibili di altre forme di abuso, ma limita concretamente libertà e autonomia. Riconoscere i segnali è il primo passo per prevenirla.

Non tutte le forme di violenza lasciano segni visibili.

Esiste una forma di controllo che passa attraverso il conto corrente, lo stipendio, le carte di pagamento, il lavoro e persino la mancata conoscenza della situazione economica della propria famiglia.

È la violenza economica.

Può manifestarsi quando una persona impedisce all’altra di lavorare o di cercare un’occupazione, controlla sistematicamente le sue spese, limita l’accesso al denaro oppure prende unilateralmente le decisioni finanziarie.

Il risultato è una progressiva perdita di autonomia economica.

Ed è proprio la dipendenza finanziaria che, in determinate situazioni, può rendere molto più difficile uscire da una relazione abusiva.

Cos’è la violenza economica

La violenza economica non coincide semplicemente con una discussione familiare sul denaro.

In una coppia è normale confrontarsi sulle spese, stabilire un budget o concordare insieme le decisioni economiche più importanti.

Il problema nasce quando il denaro viene utilizzato come strumento sistematico di controllo e limitazione della libertà dell’altra persona.

Può accadere, per esempio, quando uno dei partner impedisce all’altro di accedere alle risorse economiche familiari o pretende di decidere unilateralmente come possano essere utilizzate.

Oppure quando ostacola l’attività lavorativa della partner, ne controlla lo stipendio o la mantiene deliberatamente all’oscuro della reale situazione patrimoniale della famiglia.

Il punto centrale non è quindi chi materialmente gestisce il denaro.

È chi ha il potere di decidere.

I segnali che non dovrebbero essere sottovalutati

Alcuni comportamenti possono rappresentare importanti campanelli d’allarme.

Non conoscere esattamente quanto denaro entra ogni mese in famiglia, non poter accedere autonomamente a un conto corrente, dover giustificare sistematicamente ogni acquisto o non conoscere debiti e finanziamenti intestati alla famiglia sono situazioni che meritano attenzione.

Ancora più grave è quando una persona viene ostacolata nel cercare o mantenere un lavoro.

Il lavoro non rappresenta infatti soltanto una fonte di reddito.

Significa anche autonomia, capacità di scelta e possibilità di costruire una sicurezza economica personale.

Limitare intenzionalmente questa possibilità significa incidere direttamente sulla libertà dell’altra persona.

Quando non sapere diventa un rischio

La conoscenza finanziaria è una forma di protezione.

Non sapere quanto entra realmente in casa ogni mese, quali conti esistono, quali debiti sono stati contratti, quanto rimane da pagare sul mutuo o quali assicurazioni sono attive significa non avere una visione completa della propria situazione economica.

Finché tutto funziona, questa mancanza di informazioni può sembrare irrilevante.

Ma può diventare un problema serio in seguito a una separazione, alla perdita del lavoro, a una malattia, alla morte del partner o a una crisi familiare.

Per questo educazione finanziaria e autonomia economica sono strettamente collegate.

Non significa che ogni componente della famiglia debba occuparsi quotidianamente di tutti gli aspetti finanziari.

Significa che ciascuno dovrebbe essere nelle condizioni di conoscerli.

Conto corrente e autonomia finanziaria

Uno degli elementi fondamentali dell’indipendenza economica è poter disporre direttamente delle proprie risorse.

Un conto personale, l’accesso autonomo ai propri strumenti di pagamento e la conoscenza delle credenziali relative ai rapporti di propria competenza possono rappresentare elementi importanti di autonomia.

Il tema non è la separazione assoluta delle finanze all’interno della coppia.

Molte famiglie utilizzano legittimamente conti cointestati e gestiscono insieme entrate e spese.

Il punto è un altro: condivisione non deve significare perdita del controllo sulle proprie risorse.

Una gestione finanziaria familiare equilibrata presuppone trasparenza e accesso alle informazioni da entrambe le parti.

L’indipendenza economica comincia dal reddito

C’è poi il tema del lavoro.

Disporre di un proprio reddito rappresenta uno degli strumenti più importanti per costruire autonomia.

Questo vale soprattutto per le donne, che ancora oggi possono sperimentare interruzioni della carriera, periodi di part-time o riduzione dell’attività lavorativa legati alle responsabilità familiari e di cura.

La conseguenza non riguarda soltanto lo stipendio di oggi.

Un minore reddito può significare anche minori contributi previdenziali, minore capacità di risparmio e una pensione futura più bassa.

La dipendenza economica può quindi produrre effetti che si protraggono per decenni.

Il 6,6% e una realtà che riguarda milioni di donne

Il video richiama un dato particolarmente significativo: il 6,6%.

Una percentuale può apparire contenuta quando viene osservata isolatamente. Ma dietro una statistica ci sono persone e situazioni concrete.

Ed è proprio questa una delle difficoltà nel raccontare la violenza economica: alcuni comportamenti possono essere normalizzati, interpretati come semplice organizzazione familiare o non essere immediatamente riconosciuti come forme di controllo.

La consapevolezza diventa quindi fondamentale.

Sapere riconoscere il problema significa poter distinguere una gestione condivisa delle finanze da un rapporto nel quale il denaro viene utilizzato per creare dipendenza.

Educazione finanziaria come strumento di prevenzione

Parlare di educazione finanziaria significa normalmente parlare di risparmio, investimenti, pensione e gestione del patrimonio.

Ma esiste anche un’altra dimensione.

Conoscere il denaro significa conoscere i propri diritti e aumentare la propria capacità di scelta.

Sapere leggere un estratto conto, comprendere un finanziamento, conoscere il funzionamento di un mutuo, verificare la propria posizione previdenziale e avere consapevolezza delle entrate e delle spese familiari sono competenze concrete.

E possono diventare strumenti di prevenzione.

Cinque domande per misurare la propria autonomia economica

Un primo controllo può partire da domande molto semplici: conosco tutte le principali entrate e spese della mia famiglia? Posso accedere autonomamente alle mie risorse? Conosco eventuali debiti e finanziamenti che mi riguardano? Ho una fonte di reddito o una riserva personale? Partecipo realmente alle decisioni economiche importanti?

Una risposta negativa non significa automaticamente trovarsi in una situazione di violenza economica.

Ma più risposte negative possono indicare una vulnerabilità finanziaria sulla quale è opportuno intervenire.

L’autonomia economica è libertà di scelta

Il denaro non è soltanto uno strumento per acquistare beni e servizi.

Determina anche la possibilità di prendere decisioni.

Poter cambiare lavoro. Affrontare un imprevisto. Lasciare una situazione diventata insostenibile. Scegliere dove vivere. Costruire un futuro indipendente.

Per questo l’indipendenza economica femminile non può essere considerata semplicemente una questione di finanza personale.

È anche una questione di libertà.

La violenza economica prospera spesso proprio dove manca consapevolezza: quando una persona non conosce il patrimonio familiare, non dispone direttamente delle proprie risorse o non ha strumenti per costruire un’alternativa.

Il primo passo per contrastarla è quindi renderla riconoscibile.

Perché controllare il denaro di una persona può significare controllarne le scelte. E controllarne le scelte significa limitarne la libertà.

Fondo di emergenza, quanto serve davvero? La riserva che protegge il bilancio familiare dagli imprevisti

Dalla perdita del lavoro alle spese mediche, fino a un guasto improvviso dell’auto o della casa: gli imprevisti possono trasformarsi rapidamente in un problema finanziario. Costruire un fondo di emergenza consente di affrontarli senza ricorrere al debito e senza essere costretti a vendere gli investimenti nel momento sbagliato. Ma quanto denaro bisogna mettere da parte?

Una lavatrice che si rompe, un intervento urgente sull’auto, una spesa familiare inattesa o, nei casi più delicati, la perdita temporanea del reddito.

Gli imprevisti hanno una caratteristica comune: difficilmente arrivano nel momento giusto.

Ed è proprio per questo che il fondo di emergenza rappresenta uno degli strumenti fondamentali della finanza personale. Prima ancora di parlare di azioni, ETF, fondi o altri investimenti, è necessario costruire una base finanziaria capace di assorbire gli eventi inattesi.

Non serve a diventare più ricchi. Serve a evitare che un problema temporaneo diventi una crisi finanziaria.

Cos’è il fondo di emergenza

Il fondo di emergenza è una somma di denaro accantonata esclusivamente per affrontare spese impreviste e realmente necessarie.

Non è il denaro destinato alle vacanze, all’acquisto di un’auto nuova o a una spesa programmata.

È una riserva che dovrebbe essere utilizzata soltanto quando si verifica un evento non previsto dal normale bilancio familiare.

Il principio è semplice: quando arriva una spesa inattesa, bisogna poter disporre rapidamente del denaro necessario senza ricorrere a prestiti, carte revolving o disinvestimenti forzati.

Quanto deve essere grande un fondo di emergenza?

Non esiste una cifra valida per tutti.

Uno dei criteri più utilizzati nella pianificazione finanziaria consiste nel costruire una riserva equivalente ad almeno 3-6 mesi delle spese essenziali.

Se, per esempio, una famiglia necessita di 1.500 euro al mese per sostenere affitto o mutuo, utenze, alimentazione, trasporti e altre spese indispensabili, il fondo potrebbe indicativamente collocarsi tra 4.500 e 9.000 euro.

Ma la situazione personale conta più della formula.

Un lavoratore dipendente con un reddito stabile e due stipendi in famiglia potrebbe avere esigenze differenti rispetto a un professionista con partita IVA, a un lavoratore con entrate variabili o a una famiglia che dipende da un’unica fonte di reddito.

In questi ultimi casi può essere prudente valutare una riserva più ampia.

Prima domanda: quanto spendi veramente ogni mese?

Per calcolare il fondo di emergenza bisogna conoscere innanzitutto le proprie spese essenziali mensili.

Non è necessario includere ogni acquisto.

Occorre concentrarsi sulle uscite che continuerebbero a esistere anche durante un periodo di difficoltà economica: abitazione, bollette, alimentazione, trasporti, assicurazioni, rate indispensabili e spese familiari non rinviabili.

Se queste uscite ammontano, per esempio, a 2.000 euro mensili, sei mesi di autonomia finanziaria corrispondono a circa 12.000 euro.

Questo semplice calcolo permette di trasformare un generico “devo risparmiare” in un obiettivo concreto.

Il fondo di emergenza non deve essere investito in strumenti rischiosi

Uno degli errori più comuni consiste nel confondere il fondo di emergenza con il portafoglio di investimento.

Sono due strumenti diversi e hanno obiettivi differenti.

Un investimento punta generalmente alla crescita del capitale nel medio-lungo periodo e comporta un determinato livello di rischio.

Il fondo di emergenza, invece, deve privilegiare tre caratteristiche: sicurezza, liquidità e disponibilità.

Il denaro potrebbe servire domani.

Per questo non dovrebbe dipendere dalle oscillazioni dei mercati finanziari.

Se una persona investisse tutta la propria liquidità in azioni o strumenti molto volatili e avesse improvvisamente bisogno di denaro durante una fase negativa dei mercati, potrebbe essere costretta a vendere registrando una perdita.

Il fondo serve anche a evitare questo rischio.

Dove tenere i soldi del fondo di emergenza?

La parola chiave è liquidità.

La riserva dovrebbe essere facilmente accessibile, ma possibilmente separata dal conto utilizzato quotidianamente.

Un conto dedicato o altri strumenti liquidi e a basso rischio possono aiutare a evitare che il denaro venga utilizzato per spese ordinarie.

Il rendimento, in questo caso, non dovrebbe essere l’obiettivo principale.

Prima vengono la disponibilità del capitale e la sua stabilità.

Ciò non significa necessariamente lasciare somme importanti completamente improduttive, ma qualsiasi soluzione scelta deve essere valutata considerando soprattutto la rapidità con cui il denaro può essere recuperato e il rischio di perdita del capitale.

Fondo di emergenza e investimenti: quale viene prima?

Per chi comincia a organizzare le proprie finanze, la tentazione può essere quella di investire immediatamente.

Ma costruire un portafoglio senza disporre di una riserva di sicurezza significa esporsi al rischio di doverlo smontare alla prima difficoltà.

La sequenza più razionale è generalmente diversa:

controllare le spese → creare la riserva di emergenza → gestire i debiti → definire gli obiettivi → investire.

Il fondo diventa così una sorta di cuscinetto tra la vita quotidiana e gli investimenti.

Quando arriva l’imprevisto, il portafoglio finanziario può continuare a perseguire i propri obiettivi di lungo periodo.

Come costruire un fondo di emergenza partendo da zero

Non è necessario disporre immediatamente di migliaia di euro.

Il fondo può essere costruito progressivamente.

Una strategia semplice consiste nell’impostare un trasferimento automatico subito dopo l’accredito dello stipendio o l’incasso delle proprie entrate.

Anche 50, 100 o 200 euro al mese, se accantonati con continuità, permettono progressivamente di creare una riserva.

Con 200 euro al mese, per esempio, in un anno si accumulano 2.400 euro, senza considerare eventuali interessi.

L’automatizzazione ha inoltre un vantaggio psicologico: il risparmio smette di essere ciò che rimane a fine mese e diventa una voce del bilancio.

Per le donne il fondo di emergenza significa anche autonomia

Il tema assume un significato ancora più importante quando viene osservato dal punto di vista dell’indipendenza economica femminile.

Disporre di una riserva personale significa avere maggiore capacità di affrontare autonomamente un cambiamento lavorativo, una separazione, una necessità familiare o un periodo di difficoltà.

L’autonomia finanziaria non coincide soltanto con avere un reddito.

Significa anche poter disporre direttamente delle proprie risorse, conoscere la situazione economica personale e familiare e avere una riserva utilizzabile in caso di necessità.

Il fondo di emergenza diventa quindi non soltanto uno strumento di gestione finanziaria, ma anche uno strumento di libertà economica.

Quando utilizzare il fondo?

La domanda da porsi prima di prelevare denaro dovrebbe essere molto semplice:

questa spesa è necessaria, urgente e imprevedibile?

Se la risposta è sì, probabilmente siamo di fronte alla funzione per cui il fondo è stato creato.

Se invece si tratta di una vacanza, di un nuovo smartphone o di un acquisto programmabile, sarebbe preferibile utilizzare un fondo di risparmio separato.

La distinzione è importante perché, una volta utilizzata una parte della riserva, l’obiettivo dovrebbe essere ricostituirla il prima possibile.

La sicurezza finanziaria viene prima del rendimento

Nella finanza personale si parla moltissimo di rendimento.

Quale ETF scegliere? Dove investire? Quanto può rendere un portafoglio?

Sono domande legittime, ma arrivano dopo una questione ancora più importante: quanto è resistente il nostro bilancio a un imprevisto?

Un buon investimento può contribuire alla crescita del patrimonio.

Un buon fondo di emergenza può evitare che quel patrimonio debba essere sacrificato quando le circostanze diventano difficili.

Per questo la costruzione della sicurezza economica dovrebbe seguire una logica precisa: prima creare le fondamenta, poi cercare rendimento.

Il fondo di emergenza rappresenta proprio quelle fondamenta.

Non promette guadagni spettacolari e probabilmente non sarà mai l’argomento più affascinante della finanza.

Ma nel momento in cui servirà, potrebbe rivelarsi l’investimento più importante che non abbiamo mai considerato un investimento.


Pensione, il futuro si costruisce oggi: perché la previdenza complementare diventa sempre più importante

Dal sistema contributivo all’effetto del tempo sui versamenti: la pensione futura dipenderà sempre più dalla storia lavorativa e dai contributi accumulati. Per questo conoscere la propria posizione previdenziale e valutare per tempo una pensione integrativa può fare una differenza significativa sul reddito disponibile dopo il lavoro.

La pensione non è più una promessa generica. È, sempre di più, il risultato di una formula.

Con il progressivo passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo, avviato con le grandi riforme previdenziali degli anni Novanta, il rapporto tra quanto viene versato durante la vita lavorativa e quanto si riceverà una volta raggiunta la pensione è diventato molto più stretto.

A questo si aggiunge un’altra variabile: la demografia.

L’invecchiamento della popolazione e il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati pongono sotto pressione il sistema previdenziale. Per chi oggi lavora, soprattutto per le generazioni più giovani, diventa quindi essenziale comprendere in anticipo quale potrebbe essere il proprio reddito pensionistico futuro.

E, soprattutto, agire per tempo.

Dal sistema retributivo al contributivo: cosa è cambiato

Per comprendere il futuro delle pensioni bisogna partire dalla trasformazione del sistema italiano.

Nel precedente sistema retributivo, l’importo della pensione era legato in misura significativa alle retribuzioni percepite negli ultimi anni della carriera.

Con il sistema contributivo, invece, assume un ruolo centrale quanto effettivamente versato durante la vita lavorativa.

In termini semplificati: i contributi versati alimentano il montante contributivo che concorrerà a determinare la futura pensione.

Questo rende particolarmente importanti la continuità lavorativa, il livello dei redditi e la regolarità dei versamenti contributivi.

Carriere discontinue, lunghi periodi senza contribuzione o redditi contenuti possono quindi tradursi, nel lungo periodo, in assegni pensionistici più bassi.

La pensione è sempre più una questione matematica

Il principio è semplice: la pensione futura non dipende soltanto dall’età in cui si smette di lavorare.

Dipende dalla storia contributiva costruita nel corso di decenni.

Per questo diventa importante controllare periodicamente la propria posizione presso l’INPS, verificando che i contributi risultino correttamente registrati e utilizzando gli strumenti disponibili per ottenere una stima della futura pensione.

Conoscere con largo anticipo l’importo potenziale dell’assegno previdenziale consente infatti di capire se esiste un possibile gap pensionistico, cioè una differenza significativa tra il reddito percepito durante la vita lavorativa e quello disponibile dopo il pensionamento.

Ed è proprio in questo spazio che assume importanza la previdenza complementare.

Previdenza complementare: non sostituisce la pensione, la integra

Un punto deve essere chiaro: la previdenza complementare non sostituisce la pensione pubblica.

La affianca.

L’obiettivo è costruire progressivamente un secondo pilastro previdenziale capace di integrare il reddito che arriverà dal sistema pubblico.

Le principali forme di previdenza complementare comprendono fondi pensione negoziali, fondi pensione aperti e Piani individuali pensionistici (PIP).

La scelta dipende dalla posizione lavorativa, dai costi, dalle modalità di contribuzione, dall’orizzonte temporale e dalle caratteristiche individuali.

Prima di aderire è quindi fondamentale confrontare attentamente condizioni e costi.

Il grande alleato della pensione integrativa è il tempo

Quando si parla di previdenza complementare, uno degli elementi più importanti non è necessariamente la quantità di denaro investita inizialmente.

È il tempo.

Cominciare presto permette infatti di distribuire lo sforzo economico su un periodo molto più lungo e di sfruttare maggiormente gli effetti della capitalizzazione dei rendimenti.

Il concetto può essere illustrato con un esempio puramente teorico.

Versando 100 euro al mese per 30 anni, i contributi complessivamente effettuati ammontano a 36.000 euro.

Versando la stessa cifra per 15 anni, i contributi sarebbero invece pari a 18.000 euro.

Ma la differenza potenziale non deriva soltanto dal doppio dei versamenti: il capitale investito più a lungo dispone anche di più tempo per generare eventuali rendimenti.

Naturalmente il risultato effettivo dipenderà dal rendimento degli investimenti, dai costi, dalla fiscalità e dall’andamento dei mercati.

Il principio, però, rimane: nella previdenza il tempo è una risorsa finanziaria.

Previdenza complementare e vantaggi fiscali

C’è poi il capitolo fiscale.

La normativa italiana riconosce specifiche agevolazioni alla previdenza complementare.

I contributi versati alle forme pensionistiche complementari possono essere dedotti dal reddito complessivo entro i limiti previsti dalla normativa, con un conseguente possibile risparmio sull’Irpef.

La soglia ordinaria di riferimento è 5.164,57 euro l’anno.

Questo significa che la previdenza complementare può svolgere contemporaneamente due funzioni: costruire capitale destinato al futuro e, nel rispetto delle condizioni previste, ottenere un beneficio fiscale durante la fase di contribuzione.

Non significa però che un fondo pensione sia automaticamente conveniente per chiunque.

Costi, comparto di investimento, durata, situazione fiscale e obiettivi personali devono essere valutati nel loro insieme.

Donne e pensioni: perché il tema è ancora più importante

La previdenza assume una rilevanza particolare per le donne.

Periodi di maternità, lavoro part-time, interruzioni della carriera, attività di cura familiare e differenze retributive possono riflettersi nel lungo periodo sulla contribuzione previdenziale.

Nel sistema contributivo questo elemento diventa particolarmente rilevante: una minore contribuzione durante la carriera può determinare una pensione futura più contenuta.

La pianificazione previdenziale femminile diventa quindi anche una questione di autonomia economica.

Occuparsi della propria pensione a 30 o 40 anni può sembrare prematuro. In realtà, è proprio la distanza dalla pensione a rappresentare uno dei maggiori vantaggi disponibili.

Cosa fare oggi: quattro controlli essenziali

Il primo passo non è necessariamente sottoscrivere un prodotto finanziario. È conoscere la propria situazione.

Conviene partire dal controllo dell’estratto conto contributivo INPS e verificare che i contributi risultino correttamente accreditati. Successivamente è utile ottenere una simulazione della pensione futura, valutare l’eventuale differenza rispetto al reddito desiderato e solo allora confrontare le diverse forme di previdenza complementare.

Una decisione presa con venti o trent’anni di anticipo ha caratteristiche completamente diverse da una decisione presa a pochi anni dalla pensione.

La vera differenza è la consapevolezza

Il sistema pensionistico è complesso, ma il principio alla base della pianificazione previdenziale è molto più semplice.

Non possiamo sapere con precisione quali saranno tutte le regole tra venti o trent’anni. Possiamo però conoscere la nostra posizione attuale e prendere decisioni coerenti con il futuro che vogliamo costruire.

La differenza è tra subire il sistema previdenziale e utilizzarne consapevolmente gli strumenti.

E quando l’orizzonte temporale si misura in decenni, rimandare non è una scelta neutrale.

Perché nella previdenza, forse più che in qualsiasi altro ambito della finanza personale, il tempo ha un valore economico.

Futuro economico, le scelte di oggi valgono più del reddito: dalla casa al lavoro, le decisioni che cambiano la vita

Comprare casa o restare in affitto? Scegliere la stabilità del lavoro dipendente o l’autonomia della partita IVA? Quanto destinare alla protezione e quanto al risparmio? Il futuro economico si costruisce attraverso decisioni apparentemente ordinarie che, sommate nel tempo, possono incidere sul patrimonio e sull’autonomia finanziaria per decenni.

Il reddito è importante, ma non basta. La vera differenza, nel lungo periodo, la fanno le decisioni.

Quando si parla di sicurezza economica e futuro finanziario, l’attenzione tende infatti a concentrarsi sullo stipendio, sul patrimonio accumulato o sulla capacità di risparmiare. Ma esiste un’altra variabile decisiva: il modo in cui vengono gestite le scelte economiche nelle diverse fasi della vita.

Casa, lavoro, previdenza, assicurazioni, risparmio e gestione delle imposte non sono compartimenti separati. Formano un unico equilibrio finanziario.

Ed è proprio qui che entra in gioco una competenza spesso sottovalutata: la consapevolezza finanziaria.

Il reddito è la prima ricchezza da proteggere

Prima ancora di chiedersi dove investire i propri risparmi, occorre partire dalla capacità di produrre reddito.

Uno stipendio, una pensione futura, un’attività professionale o imprenditoriale rappresentano il motore che permette di sostenere le spese, risparmiare e costruire un patrimonio.

Per questo la protezione del reddito dovrebbe entrare a pieno titolo nella pianificazione finanziaria personale.

Eventi imprevisti come un infortunio, un periodo di inattività o una riduzione della capacità lavorativa possono modificare rapidamente l’equilibrio di una famiglia.

Le coperture assicurative, quando coerenti con le proprie necessità, non dovrebbero quindi essere considerate semplicemente una spesa, ma strumenti di protezione del patrimonio e del reddito futuro.

Comprare casa o vivere in affitto? Non esiste una risposta valida per tutti

È uno dei grandi interrogativi della finanza personale: meglio comprare casa o restare in affitto?

La proprietà immobiliare offre stabilità abitativa e consente di costruire nel tempo un patrimonio. Ma comporta anche un impegno finanziario di lunga durata, soprattutto quando l’acquisto è sostenuto da un mutuo.

A questo si aggiungono manutenzione, imposte, spese condominiali e minore libertà nel cambiare città o abitazione.

L’affitto, al contrario, garantisce maggiore flessibilità e riduce alcuni vincoli patrimoniali, ma non determina automaticamente la costruzione di un capitale immobiliare.

La domanda corretta, quindi, non è necessariamente quale delle due soluzioni sia migliore in assoluto.

È: quale soluzione è più sostenibile rispetto al proprio reddito, ai progetti di vita e all’orizzonte temporale?

Un parametro prudenziale frequentemente utilizzato consiste nel mantenere il costo dell’abitazione entro una quota sostenibile del reddito netto disponibile. Nel video viene indicata, come riferimento, una soglia intorno al 30% del reddito netto.

Più che una regola matematica universale, deve essere considerata una soglia da confrontare con le condizioni concrete della famiglia.

Lavoro dipendente o partita IVA: stabilità contro autonomia

Un’altra scelta destinata ad avere conseguenze economiche di lungo periodo riguarda il lavoro.

Il lavoro dipendente offre generalmente maggiore prevedibilità del reddito, tutele contrattuali, ferie e coperture in caso di malattia.

Il lavoro autonomo e la partita IVA possono invece offrire maggiore libertà organizzativa e, in alcuni casi, un potenziale di reddito superiore. A questa autonomia corrisponde però una responsabilità finanziaria maggiore.

Il professionista deve infatti imparare a distinguere nettamente tra fatturato, reddito effettivamente disponibile e denaro destinato alle imposte e ai contributi.

Uno degli errori più pericolosi consiste nel considerare tutto ciò che viene incassato come denaro spendibile.

Una gestione finanziaria più solida prevede invece di accantonare sistematicamente le somme destinate al fisco e agli altri obblighi, evitando di trovarsi senza liquidità al momento delle scadenze.

Autonomia economica: quattro domande da farsi

La sicurezza finanziaria passa anche dalla capacità di conoscere realmente la propria situazione.

Ci sono alcune domande semplici che possono rivelare molto sul livello di autonomia economica personale:

  • Ho un conto personale e posso accedere direttamente alle mie risorse?
  • Conosco realmente le spese e gli impegni finanziari della mia famiglia?
  • Dispongo di una riserva economica utilizzabile autonomamente in caso di necessità?
  • So quali sono le mie priorità finanziarie e quali rischi potrebbero impedirne la realizzazione?

Sono interrogativi particolarmente importanti quando si parla di autonomia finanziaria femminile.

Conoscere redditi, spese, debiti, patrimonio e strumenti finanziari della famiglia non significa soltanto amministrare meglio il denaro. Significa ridurre la propria vulnerabilità economica.

Prima la protezione, poi l’investimento

La ricerca del rendimento non dovrebbe precedere la costruzione delle fondamenta finanziarie.

Prima di investire è necessario verificare di avere liquidità sufficiente per affrontare gli imprevisti e un livello di protezione coerente con la propria situazione familiare e professionale.

Solo successivamente diventa possibile ragionare sulla crescita del capitale nel medio e lungo periodo.

Questo principio ribalta una convinzione diffusa: investire non significa semplicemente cercare il rendimento più elevato.

Significa costruire un equilibrio tra rendimento, rischio, liquidità, protezione e obiettivi personali.

Le piccole decisioni finanziarie hanno effetti enormi nel tempo

Una scelta presa oggi può sembrare marginale.

Cento euro risparmiati ogni mese, un mutuo troppo elevato rispetto allo stipendio, l’assenza di una copertura assicurativa, una pensione integrativa iniziata con dieci anni di ritardo o la mancata costituzione di un fondo per gli imprevisti possono però produrre effetti molto significativi nel corso di venti o trent’anni.

È il fattore tempo a trasformare le decisioni quotidiane in risultati patrimoniali.

Ed è anche per questo che l’educazione finanziaria non dovrebbe essere considerata una materia riservata agli investitori.

Riguarda chiunque percepisca un reddito, abbia una famiglia, paghi un affitto o un mutuo, lavori come dipendente o autonomo e debba costruire il proprio futuro.

La regola finale: cercare un equilibrio sostenibile

Non esiste una formula finanziaria identica per tutti.

Età, reddito, composizione familiare, patrimonio, propensione al rischio e obiettivi cambiano profondamente da persona a persona.

Esiste però un principio comune: l’equilibrio.

Stabilità senza rinunciare completamente alla flessibilità. Crescita del patrimonio senza compromettere la liquidità. Autonomia senza ignorare la necessità di protezione.

La pianificazione finanziaria efficace nasce dalla capacità di mettere insieme questi elementi.

Perché il futuro economico non dipende soltanto da quanto si guadagna.

Dipende anche — e spesso soprattutto — da ciò che si decide di fare con quel reddito.

Imparare il valore del denaro fin da piccoli


www.marieclaire.it | di Alessandra Vescio | 30/07/2026

La dottoressa Narmin Nahidi, professoressa associata di Finanza all’Università di Exeter, nel Regno Unito, ha di recente tenuto alcune lezioni di educazione finanziaria ad alunni di scuola elementare. Durante i sei incontri organizzati, ha parlato con bambini tra i 10 e gli 11 anni di argomenti come il risparmio, le spese, l’aumento dei prezzi e i possibili rischi legati al denaro. L’obiettivo, ha scritto la professoressa Nahidi in un articolo su The Conversation, non era ovviamente quello di trasformare dei bambini in potenziali investitori, ma spiegare loro in modo semplice concetti chiave dell’economia, affinché in futuro siano in grado di prendere decisioni consapevoli. Questioni come l’affitto, il mutuo, le tasse, i prestiti e i debiti possono d’altronde riguardare chiunque, ha scritto Nahidi: “Comprendere meglio come funziona tutto questo non può che essere positivo”.

Perché l’educazione finanziaria a scuola è importante

L’importanza dell’educazione finanziaria a scuola è stata dimostrata da diverse ricerche e analisi. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha ad esempio riscontrato che apprendere concetti di base in ambito economico da giovani è associato a un minor numero di casi di insolvenza, mentre secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) gli studenti che hanno migliori competenze in materia finanziaria si comporterebbero in modo più responsabile e sarebbero anche più lungimiranti e proattivi nella gestione del denaro: ad esempio, sarebbero più in grado di risparmiare e di fare acquisti consapevoli.

Secondo Paola Bongini, Professoressa di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università di Milano-Bicocca, l’educazione finanziaria è fondamentale “per la formazione di cittadini responsabili e consapevoli: la letteratura empirica mostra che una maggiore competenza finanziaria si associa, a livello di Paese, a una maggiore crescita economica, e a livello individuale, a una maggiore capacità di arrivare alla fine del mese, rispettare il servizio del debito, evitare un sovraindebitamento, far fronte a uno shock finanziario”, come un appuntamento dal dentista o affrontare le spese di un incidente, “risparmiare e pianificare per la pensione”. Inoltre, “sviluppare le competenze finanziarie è fondamentale per il benessere finanziario e il controllo del denaro, il primo pilastro dell’indipendenza economica”, e questo, spiega la professoressa Bongini, “vale ancora di più per le donne che sono anche più soggette al rischio di violenza economica”.

Le competenze finanziarie tra gli studenti in Italia

Stando agli ultimi dati disponibili, però, in Italia le competenze finanziarie tra le persone più giovani sono molto basse. Nonostante un certo miglioramento nel corso degli anni, l’ultima rilevazione condotta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) che risale al 2022 ha riscontrato che gli studenti di 15 anni in Italia continuano a ottenere un punteggio più basso rispetto alla media OCSE in ambito di alfabetizzazione finanziaria. Circa il 18% non raggiunge poi neppure il livello base di competenze, mentre solo il 5% raggiunge quello più alto, contro una media dell’11%. La rilevazione segnala anche una forte disparità di genere. I ragazzi in Italia hanno infatti ottenuto 20 punti in più rispetto alle ragazze in materia di alfabetizzazione finanziaria: in media, nei Paesi OCSE la differenza tra maschi e femmine è invece di 5 punti.

Secondo Aminata Gabriella Fall, divulgatrice e consulente finanziaria nota online come Pecuniami, questa differenza potrebbe essere dovuta al fatto che continuiamo “ad agganciare la finanza e la matematica, cosa che esclude le ragazze, lo sappiamo statisticamente”. A causa di norme sociali e di genere diffuse, le donne fin da piccole sono infatti indotte a credere che le discipline e le professioni scientifiche non siano adatte a loro: di conseguenza, in questi settori – che sono anche quelli ad oggi più remunerativi – continuano a essere una minoranza. Ma “la finanza non è matematica”, afferma la divulgatrice, e “si può benissimo fare finanza senza avere a che fare con i numeri, per una buonissima parte del percorso”.

Fall, che tiene anche incontri di educazione finanziaria nelle scuole, ha notato poi un altro problema tra le persone più giovani, ovvero “l’esasperazione del guadagno facile: le nuove generazioni sembrano conoscere molto bene alcuni strumenti tecnici, ma la finalità per cui vengono utilizzati è quella di fare i soldi subito”, un comportamento che non è soltanto “contrario a qualunque logica di gestione del denaro”, ma che può anche rivelarsi “preoccupante: soprattutto nelle scuole superiori, le professoresse mi segnalano la diffusione del gioco d’azzardo e dell’utilizzo di canali finanziari alternativi”, afferma Fall.

L’educazione finanziaria a scuola

Il ruolo della scuola può essere allora centrale nel fornire competenze adeguate in ambito finanziario. Dal 2024, in Italia l’educazione finanziaria è stata inserita nei programmi scolastici di educazione civica, e nel 2026 il Ministero dell’istruzione e del merito ha sottoscritto un protocollo con la Banca d’Italia per sviluppare percorsi di formazione per i docenti e gli studenti. Intanto, è stato pubblicato anche un sondaggio tra insegnanti e dirigenti scolastici che ha rilevato come nella maggior parte dei casi sarebbero state attivate delle iniziative o dei percorsi di educazione finanziaria: a essere coinvolte però sono principalmente le classi degli ultimi anni del ciclo di studi e gli argomenti trattati si concentrano soprattutto su concetti economici e finanziari di base, mentre i temi previdenziali e assicurativi sono affrontati più raramente. Inoltre, è stata notata anche una certa disomogeneità territoriale: i percorsi di educazione finanziaria sono stati attivati principalmente nelle regioni settentrionali, mentre meno della metà delle scuole meridionali avrebbe avviato iniziative simili.

Secondo Fall, “per quanto sia importante che a scuola se ne parli, è altrettanto importante costruire un percorso formativo per riuscire a parlarne correttamente”. La soluzione allora, afferma la divulgatrice, non può essere quella di affidare il compito a un docente che si occupa d’altro, che non ha competenze anche pratiche sull’argomento e che inevitabilmente si porterà dietro bias e valori personali nell’ambito della gestione del denaro: così facendo, infatti, si rischia che l’educazione finanziaria diventi l’ennesima materia teorica da studiare.

“La competenza finanziaria”, afferma invece Fall, “è una cosa estremamente pratica, e per coinvolgere le persone giovani è necessario mostrarla come tale. È importante, ad esempio, che sappiano calcolare un tasso di interesse, ma è ancora più importante che lo sappiano riconoscere in un documento”. E ancora, “è importante che sappiano cos’è il TAN”, e cioè il costo base di un prestito, “e il TAEG”, che considera anche le spese aggiuntive, ma è ancora più importante che sappiano che “se vanno a comprare una macchina o un motorino questi concetti sono utili per capire quanto costa il finanziamento”. Secondo Fall, insomma, è fondamentale applicare i concetti teorici alla vita reale e mostrarne l’utilità: solo così si può davvero attirare l’attenzione delle persone più giovani e diffondere una cultura finanziaria responsabile e consapevole.

Ancor più degli adolescenti, la professoressa Bongini segnala poi dei livelli di competenza finanziaria molto bassi anche tra i giovani adulti: “Occorre trovare un modo per raggiungere quei giovani che dopo il diploma superiore entrano subito nel mondo del lavoro e quindi escono dai radar dei progetti di educazione finanziaria; catturarli con il sistema delle imprese, dei sindacati, delle associazioni di categoria come avviene in altri Paesi sembra funzionare”.

Fondo di emergenza: perché è il primo investimento che protegge davvero il tuo patrimonio

Prima di investire bisogna imparare a proteggersi. Il fondo di emergenza non è denaro “fermo”, ma uno strumento di libertà finanziaria che consente di affrontare gli imprevisti senza indebitarsi o vendere i propri investimenti nel momento peggiore.

Chi si avvicina al mondo degli investimenti tende spesso a concentrarsi su rendimenti, ETF, azioni o obbligazioni. Eppure esiste un elemento che dovrebbe precedere qualsiasi scelta finanziaria: il fondo di emergenza. Senza questa riserva di liquidità, anche il miglior portafoglio può essere compromesso da un evento inatteso.

Cos’è un fondo di emergenza

Il fondo di emergenza è una somma di denaro facilmente disponibile, destinata esclusivamente a coprire spese impreviste come:

  • perdita del lavoro;
  • spese mediche non programmate;
  • guasti dell’auto o della casa;
  • interventi familiari urgenti;
  • altre situazioni che richiedono liquidità immediata.

La sua funzione non è produrre rendimento, ma proteggere la stabilità economica della famiglia.

L’errore più frequente: investire senza una rete di sicurezza

Molti risparmiatori iniziano a investire tutto il capitale disponibile, convinti che lasciarlo sul conto corrente sia uno spreco.

Quando però arriva un imprevisto, l’unica soluzione diventa vendere gli investimenti, spesso proprio durante una fase negativa dei mercati. In questo modo una perdita temporanea può trasformarsi in una perdita definitiva.

Disporre di un fondo di emergenza permette invece di affrontare gli eventi inattesi senza compromettere la strategia di investimento costruita nel tempo.

Quanti mesi di spese bisogna accantonare?

Non esiste una cifra valida per tutti, ma la regola generalmente più prudente suggerisce di mettere da parte:

  • 3 mesi di spese essenziali per chi gode di un reddito molto stabile;
  • 6 mesi di spese per la maggior parte delle famiglie;
  • fino a 12 mesi in presenza di redditi variabili, lavoro autonomo o particolari responsabilità familiari.

L’importo deve essere calcolato sulle spese realmente indispensabili: abitazione, alimentazione, utenze, trasporti, assicurazioni e altre uscite necessarie.

Come costruire il fondo di emergenza

Non serve disporre subito di migliaia di euro.

La soluzione più efficace consiste nell’automatizzare il risparmio, destinando ogni mese una quota fissa del proprio reddito al fondo di emergenza. Anche versamenti di 100 o 150 euro mensili consentono, nel tempo, di creare una riserva finanziaria importante.

La costanza vale molto più dell’importo iniziale.

Dove conservare il denaro

Il fondo di emergenza deve essere sempre disponibile. Per questo motivo è opportuno utilizzare strumenti caratterizzati da elevata liquidità e basso rischio, evitando investimenti soggetti a forti oscillazioni di mercato.

L’obiettivo non è massimizzare il rendimento, ma poter accedere rapidamente al denaro quando realmente necessario.

Il vero significato della libertà finanziaria

La libertà finanziaria non coincide semplicemente con il possesso di un patrimonio elevato. Significa soprattutto poter affrontare gli imprevisti senza ansia, senza ricorrere a prestiti e senza modificare i propri obiettivi di lungo periodo.

Un fondo di emergenza ben costruito rappresenta quindi il primo mattone di qualsiasi progetto finanziario serio: protegge il patrimonio, riduce lo stress e permette di investire con maggiore razionalità.

Prima di chiedersi quale ETF acquistare, quale rendimento ottenere o come diversificare il portafoglio, vale la pena porsi una domanda ancora più importante: sono davvero preparato ad affrontare un imprevisto?

Eredità: perché una casa ricevuta in successione può diventare un’opportunità (o un problema)

Ricevere un’eredità non è solo una buona notizia: è una responsabilità

L’arrivo di un’eredità immobiliare rappresenta uno dei momenti più delicati nella gestione del patrimonio familiare. Se da un lato una casa ricevuta in successione può aumentare il patrimonio personale, dall’altro comporta decisioni fiscali, giuridiche ed economiche che richiedono attenzione. Accettare senza valutare tutte le conseguenze può trasformare un’opportunità in un costo inatteso.

Secondo gli esperti di pianificazione patrimoniale, il primo errore consiste nel lasciarsi guidare dall’emotività. Un immobile ereditato porta spesso con sé ricordi e legami familiari, ma le scelte devono essere effettuate sulla base di dati oggettivi.

Le tre strade possibili dopo aver ereditato un immobile

Chi riceve una casa in eredità si trova generalmente davanti a tre alternative:

  • mantenere l’immobile come investimento;
  • venderlo e trasformare il patrimonio immobiliare in liquidità;
  • concederlo in locazione per ottenere una rendita periodica.

Non esiste una soluzione valida per tutti. La decisione dipende dal valore dell’immobile, dai costi di gestione, dalla situazione fiscale degli eredi e dagli obiettivi finanziari della famiglia.

Attenzione ai costi nascosti

Molti eredi concentrano l’attenzione esclusivamente sul valore commerciale della casa, trascurando le spese che possono incidere in modo significativo sul rendimento dell’investimento.

Tra gli elementi da valutare figurano:

  • imposte di successione e imposte catastali;
  • eventuali lavori di ristrutturazione;
  • spese condominiali ordinarie e straordinarie;
  • costi notarili e burocratici;
  • tassazione in caso di vendita o locazione.

Solo una valutazione completa permette di capire se conservare l’immobile rappresenti realmente la scelta più conveniente.

Il rischio dell’errore emotivo

Uno degli aspetti più sottovalutati riguarda il cosiddetto errore emotivo. Conservare una casa esclusivamente perché appartenuta ai propri genitori o ai nonni può essere comprensibile dal punto di vista affettivo, ma non sempre coincide con una scelta economicamente razionale.

Al contrario, vendere immediatamente senza aver stimato correttamente il valore dell’immobile o senza conoscere l’andamento del mercato può comportare una perdita economica significativa.

Confrontare i numeri prima di decidere

La decisione dovrebbe partire da un’analisi concreta:

  • qual è il valore reale dell’immobile?
  • quali saranno le spese annuali?
  • quale rendimento produrrebbe un eventuale affitto?
  • quanto capitale netto rimarrebbe dopo una vendita?
  • esistono investimenti alternativi più efficienti?

Confrontare scenari differenti consente di individuare la soluzione più coerente con i propri obiettivi patrimoniali.

L’educazione finanziaria come strumento di tutela

L’aumento delle successioni immobiliari previsto nei prossimi anni rende sempre più importante diffondere competenze di educazione finanziaria. Comprendere il funzionamento della fiscalità, del mercato immobiliare e della pianificazione patrimoniale significa proteggere il valore dell’eredità e prendere decisioni consapevoli.

Per questo motivo, prima di firmare qualsiasi documento o scegliere se vendere, affittare o mantenere un immobile ereditato, è consigliabile confrontarsi con professionisti qualificati e costruire una strategia basata sui numeri, non sulle emozioni.

In tema di eredità, la vera ricchezza non è soltanto ciò che si riceve, ma la capacità di amministrarlo con competenza.

Lavoro, sapere gli stipendi riequilibra il potere negoziale delle donne


di Ilaria Ramoni* | 23 luglio 2026 | https://27esimaora.corriere.it/


Il gender pay gap non è soltanto un’ingiustizia salariale: può diventare una delle radici della dipendenza economica

La violenza economica non lascia sempre segni visibili, ma può incidere in modo decisivo sulla vita di una donna. Può voler dire non avere accesso al proprio stipendio, non poter usare liberamente un conto corrente, dipendere da altri per le spese quotidiane, per pagare un affitto, una cura o per spostarsi in un luogo sicuro. In questi casi il denaro non è un dettaglio pratico: diventa il confine concreto tra la possibilità di essere libere e l’impossibilità di farlo.

Secondo Eurostat, nel 2024 l’Italia registrava il più ampio divario occupazionale di genere nell’Unione europea, pari a circa 19 punti percentuali: meno del 60% delle donne tra i 20 e i 64 anni risultava occupata, contro oltre il 75% degli uomini. Le analisi ISTAT-CNEL mostrano inoltre che quasi un terzo delle donne occupate lavora part-time, con un’incidenza più forte tra le giovani madri. Alla fragilità reddituale si aggiunge quella finanziaria: la Banca d’Italia rileva che il divario di genere nell’alfabetizzazione finanziaria riguarda soprattutto la conoscenza. Il punto è semplice: molte donne non partono dalle stesse condizioni materiali degli uomini, né nel lavoro né nella gestione del denaro.

Su questa linea si colloca la prima Relazione sulla violenza economica di genere, approvata il 15 aprile 2026 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. Il documento descrive la violenza economica come una forma di coercizione capace di minare l’indipendenza della vittima e le sue possibilità di fuga. Tra le proposte figurano il riconoscimento autonomo della violenza economica nel codice penale, il rafforzamento dell’educazione finanziaria, guide sui sostegni economici per le donne vittime di violenza e l’obbligo di versare la retribuzione della lavoratrice su un conto corrente a lei intestato. Reddito, lavoro stabile e disponibilità diretta del denaro diventano così condizioni materiali di libertà.

È in questa prospettiva che assume rilievo il contrasto al gender pay gap. Il Decreto Legislativo 7 maggio 2026, n. 96, in vigore dal 7 giugno 2026, recepisce la Direttiva UE 2023/970 e introduce obblighi concreti per i datori di lavoro. La trasparenza retributiva diventa uno strumento di equità nel mercato del lavoro, ma anche un presidio contro quelle condizioni economiche che possono alimentare vulnerabilità, isolamento e dipendenza.

La riforma incide anzitutto sulla fase di selezione. I datori di lavoro dovranno indicare la retribuzione annua lorda iniziale, o la relativa fascia, negli annunci di lavoro o comunque prima del colloquio. Sarà inoltre vietato chiedere ai candidati informazioni sullo stipendio percepito nelle precedenti esperienze professionali, per evitare che vecchie penalizzazioni economiche si trascinino nel tempo. Viene poi sancita la nullità delle clausole che impongono ai dipendenti la riservatezza sul proprio trattamento economico.
A questi divieti si affianca la rendicontazione del divario retributivo per le aziende con almeno 100 dipendenti. Le imprese con oltre 250 dipendenti e quelle tra 150 e 249 lavoratori dovranno presentare il primo rapporto dal 7 giugno 2027; per la fascia tra 100 e 149 dipendenti la scadenza triennale è fissata al 7 giugno 2031. Se emerge un divario salariale pari o superiore al 5% nella stessa categoria di lavoratori equivalenti, non giustificato da criteri oggettivi e neutri, l’azienda dovrà avviare entro sei mesi una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali.

La legge rafforza anche le tutele individuali. Ogni dipendente potrà chiedere per iscritto i livelli retributivi medi della propria categoria, suddivisi per sesso, così da verificare eventuali disparità a parità di mansioni o per lavori di pari valore. In giudizio opera l’inversione dell’onere della prova: non sarà la lavoratrice a dover dimostrare la discriminazione, ma il datore di lavoro a provare che le differenze retributive dipendono da criteri oggettivi. In caso di violazione, saranno dovuti il risarcimento integrale e il recupero delle differenze arretrate.

Il punto di forza della riforma è il passaggio da interventi isolati a una mappatura più strutturale dei compensi. Rendere visibili le retribuzioni già prima dell’assunzione può riequilibrare il potere negoziale delle donne, spesso svantaggiate nelle trattative economiche. È inoltre rilevante il riconoscimento della discriminazione intersezionale, che considera le forme cumulative di svantaggio legate non solo al genere, ma anche, ad esempio, all’origine etnica o alla disabilità.

Restano però alcune criticità. L’esclusione delle imprese con meno di 100 dipendenti dagli obblighi di rendicontazione lascia fuori una parte rilevante del mercato del lavoro italiano, composto in larga misura da realtà di piccole dimensioni. Inoltre, l’affidamento alla contrattazione collettiva non sempre consente di intercettare premi individuali, superminimi ad personam e segregazioni occupazionali interne, dove spesso si annida il divario più concreto. Anche i tempi di attuazione, soprattutto per le aziende medio-piccole, rischiano di rallentare un cambiamento ormai necessario. 

Il gender pay gap non è soltanto un’ingiustizia salariale: può diventare una delle radici della dipendenza economica. Ridurlo significa intervenire su una condizione che, in alcuni contesti, può rendere più difficile per una donna scegliere, denunciare o allontanarsi da una relazione violenta.
Un salario equo e realmente disponibile può cambiare le possibilità concrete di una donna perché la libertà passa anche da strumenti economici molto concreti: un contratto, uno stipendio, un conto corrente, la possibilità di decidere come usare le proprie risorse. Strumenti che rischiano, però, di rimanere solo meri adempimenti burocratici se non si affrontano i temi centrali della libertà economica femminile: il part-time involontario, le interruzioni di carriera dovute alla maternità e una cultura che spesso relega ancora solo le donne ai carichi di cura familiari.

*Ilaria Ramoni è avvocata del Foro Milano, esperta in contrasto al crimine organizzato e alla violenza di genere; amministratrice giudiziaria esperta in gestione aziendale; consulente della Commissione parlamentare antimafia nella XIII e XIX legislatura ancora in corso; presidente del Comitato regionale antimafia di Regione Lombardia. Autrice di libri, saggi e relatrice in numerosi convegni e seminari e docente sui medesimi temi in diverse Università italiane

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