Lavoro, sapere gli stipendi riequilibra il potere negoziale delle donne


di Ilaria Ramoni* | 23 luglio 2026 | https://27esimaora.corriere.it/


Il gender pay gap non è soltanto un’ingiustizia salariale: può diventare una delle radici della dipendenza economica

La violenza economica non lascia sempre segni visibili, ma può incidere in modo decisivo sulla vita di una donna. Può voler dire non avere accesso al proprio stipendio, non poter usare liberamente un conto corrente, dipendere da altri per le spese quotidiane, per pagare un affitto, una cura o per spostarsi in un luogo sicuro. In questi casi il denaro non è un dettaglio pratico: diventa il confine concreto tra la possibilità di essere libere e l’impossibilità di farlo.

Secondo Eurostat, nel 2024 l’Italia registrava il più ampio divario occupazionale di genere nell’Unione europea, pari a circa 19 punti percentuali: meno del 60% delle donne tra i 20 e i 64 anni risultava occupata, contro oltre il 75% degli uomini. Le analisi ISTAT-CNEL mostrano inoltre che quasi un terzo delle donne occupate lavora part-time, con un’incidenza più forte tra le giovani madri. Alla fragilità reddituale si aggiunge quella finanziaria: la Banca d’Italia rileva che il divario di genere nell’alfabetizzazione finanziaria riguarda soprattutto la conoscenza. Il punto è semplice: molte donne non partono dalle stesse condizioni materiali degli uomini, né nel lavoro né nella gestione del denaro.

Su questa linea si colloca la prima Relazione sulla violenza economica di genere, approvata il 15 aprile 2026 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. Il documento descrive la violenza economica come una forma di coercizione capace di minare l’indipendenza della vittima e le sue possibilità di fuga. Tra le proposte figurano il riconoscimento autonomo della violenza economica nel codice penale, il rafforzamento dell’educazione finanziaria, guide sui sostegni economici per le donne vittime di violenza e l’obbligo di versare la retribuzione della lavoratrice su un conto corrente a lei intestato. Reddito, lavoro stabile e disponibilità diretta del denaro diventano così condizioni materiali di libertà.

È in questa prospettiva che assume rilievo il contrasto al gender pay gap. Il Decreto Legislativo 7 maggio 2026, n. 96, in vigore dal 7 giugno 2026, recepisce la Direttiva UE 2023/970 e introduce obblighi concreti per i datori di lavoro. La trasparenza retributiva diventa uno strumento di equità nel mercato del lavoro, ma anche un presidio contro quelle condizioni economiche che possono alimentare vulnerabilità, isolamento e dipendenza.

La riforma incide anzitutto sulla fase di selezione. I datori di lavoro dovranno indicare la retribuzione annua lorda iniziale, o la relativa fascia, negli annunci di lavoro o comunque prima del colloquio. Sarà inoltre vietato chiedere ai candidati informazioni sullo stipendio percepito nelle precedenti esperienze professionali, per evitare che vecchie penalizzazioni economiche si trascinino nel tempo. Viene poi sancita la nullità delle clausole che impongono ai dipendenti la riservatezza sul proprio trattamento economico.
A questi divieti si affianca la rendicontazione del divario retributivo per le aziende con almeno 100 dipendenti. Le imprese con oltre 250 dipendenti e quelle tra 150 e 249 lavoratori dovranno presentare il primo rapporto dal 7 giugno 2027; per la fascia tra 100 e 149 dipendenti la scadenza triennale è fissata al 7 giugno 2031. Se emerge un divario salariale pari o superiore al 5% nella stessa categoria di lavoratori equivalenti, non giustificato da criteri oggettivi e neutri, l’azienda dovrà avviare entro sei mesi una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali.

La legge rafforza anche le tutele individuali. Ogni dipendente potrà chiedere per iscritto i livelli retributivi medi della propria categoria, suddivisi per sesso, così da verificare eventuali disparità a parità di mansioni o per lavori di pari valore. In giudizio opera l’inversione dell’onere della prova: non sarà la lavoratrice a dover dimostrare la discriminazione, ma il datore di lavoro a provare che le differenze retributive dipendono da criteri oggettivi. In caso di violazione, saranno dovuti il risarcimento integrale e il recupero delle differenze arretrate.

Il punto di forza della riforma è il passaggio da interventi isolati a una mappatura più strutturale dei compensi. Rendere visibili le retribuzioni già prima dell’assunzione può riequilibrare il potere negoziale delle donne, spesso svantaggiate nelle trattative economiche. È inoltre rilevante il riconoscimento della discriminazione intersezionale, che considera le forme cumulative di svantaggio legate non solo al genere, ma anche, ad esempio, all’origine etnica o alla disabilità.

Restano però alcune criticità. L’esclusione delle imprese con meno di 100 dipendenti dagli obblighi di rendicontazione lascia fuori una parte rilevante del mercato del lavoro italiano, composto in larga misura da realtà di piccole dimensioni. Inoltre, l’affidamento alla contrattazione collettiva non sempre consente di intercettare premi individuali, superminimi ad personam e segregazioni occupazionali interne, dove spesso si annida il divario più concreto. Anche i tempi di attuazione, soprattutto per le aziende medio-piccole, rischiano di rallentare un cambiamento ormai necessario. 

Il gender pay gap non è soltanto un’ingiustizia salariale: può diventare una delle radici della dipendenza economica. Ridurlo significa intervenire su una condizione che, in alcuni contesti, può rendere più difficile per una donna scegliere, denunciare o allontanarsi da una relazione violenta.
Un salario equo e realmente disponibile può cambiare le possibilità concrete di una donna perché la libertà passa anche da strumenti economici molto concreti: un contratto, uno stipendio, un conto corrente, la possibilità di decidere come usare le proprie risorse. Strumenti che rischiano, però, di rimanere solo meri adempimenti burocratici se non si affrontano i temi centrali della libertà economica femminile: il part-time involontario, le interruzioni di carriera dovute alla maternità e una cultura che spesso relega ancora solo le donne ai carichi di cura familiari.

*Ilaria Ramoni è avvocata del Foro Milano, esperta in contrasto al crimine organizzato e alla violenza di genere; amministratrice giudiziaria esperta in gestione aziendale; consulente della Commissione parlamentare antimafia nella XIII e XIX legislatura ancora in corso; presidente del Comitato regionale antimafia di Regione Lombardia. Autrice di libri, saggi e relatrice in numerosi convegni e seminari e docente sui medesimi temi in diverse Università italiane

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La vera sfida dell’intelligenza artificiale si gioca su energia e cybersicurezza


di Oreste Pollicino* e Lorenzo Parola** | 22 luglio 2026 | www.milanofinanza.it

Per molto tempo l’intelligenza artificiale è stata descritta come immateriale: algoritmi, modelli, dati e cloud, quasi termini senza una dimensione fisica. La realtà è opposta. L’AI usa elettricità, occupa territorio, utilizza acqua, richiede connessioni alla rete e impone investimenti infrastrutturali.

Da qui muove la tabella di marcia della Commissione Ue per la digitalizzazione e l’AI nel settore energetico. Bruxelles riconosce che la crescita dei data center è necessaria per assicurare capacità computazionale e competitività nell’AI, ma incide su reti, prezzi dell’energia e sicurezza degli approvvigionamenti. La proposta intende abbandonare la falsa alternativa tra sviluppo digitale e sostenibilità.

I data center non sono descritti come strutture estranee né come utenti privilegiati: devono diventare parte attiva e responsabile del sistema energetico. La Commissione propone: accordi tra operatori, utility e autorità pubbliche; contratti di acquisto di energia (ppa-power purchase agreement); nuova produzione rinnovabile, anche in loco, attraverso strutture di autoconsumo; flessibilità responsabile della domanda per contribuire alla sicurezza del sistema elettrico; recupero del calore; una classificazione europea basata su efficienza, acqua, fonti pulite e stabilità della rete.

Il ppa ventennale tra Microsoft e Constellation, alla base del riavvio dell’Unità 1 di Three Mile Island, mostra la funzione più ambiziosa dei ppa: rendere finanziabile nuova capacità decarbonizzata responsabilizzando gli hyperscaler. La direzione è corretta ma resta aperta la questione dei costi.

Le mosse italiane sui data center e il caso newyorkese

Anche l’Italia si sta muovendo: la Legge Regionale Lombardia 11/2026 disciplina priorità energetico-ambientali e compensazioni territoriali; il ddl delega nazionale, approvato dalla Camera, è ora al Senato. Accordi, rating e incentivi non bastano senza stabilire chi paga l’espansione della rete richiesta dalla domanda computazionale. Scaricare tali oneri sulle bollette finanzierebbe investimenti privati con risorse di famiglie e imprese, senza benefici proporzionati.

La sostenibilità riguarda quindi le emissioni e l’impatto sul territorio. Riguarda anche la distribuzione dei costi e dei vantaggi della trasformazione digitale. Servono inoltre accordi con le comunità ospitanti, perché parte del valore generato ritorni al territorio in infrastrutture, calore recuperato, occupazione e compensazioni proporzionate.


È significativo il confronto con New York. La moratoria temporanea sui nuovi data center hyperscale non rappresenta un divieto definitivo né una scelta contro l’AI: è una pausa per valutare effetti su energia, acqua, aria, reti e bollette. New York sospende per governare; l’Europa prova a governare per non dover sospendere. L’obiettivo è evitare che investimenti rapidi rendano irreversibili decisioni infrastrutturali prima di attribuire costi, rischi e responsabilità.

L’iniziativa newyorkese afferma inoltre che i grandi data center devono contribuire direttamente al rafforzamento e alla resilienza della rete e, quando necessario, finanziare nuova generazione pulita e sistemi di accumulo dedicati. È una responsabilità infrastrutturale più esplicita di quella affidata inizialmente dall’Europa agli accordi tripartiti e alla disciplina delle connessioni.

Perché la cybersicurezza è cruciale nell’AI

L’energia, tuttavia, è solo il primo lato del problema. Il secondo è la cybersicurezza. Quanto più il sistema elettrico diventa intelligente, interconnesso e governato mediante dati e algoritmi, tanto più cresce la superficie esposta ad attacchi, manipolazioni e dipendenze tecnologiche. L’AI può migliorare previsioni, individuazione dei guasti, gestione delle congestioni e bilanciamento tra domanda e offerta, ma può anche creare vulnerabilità in un’infrastruttura essenziale.

La Commissione non tratta la cybersicurezza come un’aggiunta finale: propone strumenti dedicati, sperimentazioni regolatorie, monitoraggio dei casi ad alto rischio e soluzioni europee basate sull’AI per individuare vulnerabilità, controllare in continuo la rete, riconoscere anomalie e rispondere agli incidenti.

Richiama anche i rischi delle catene di fornitura e dei dispositivi connessi, la cui compromissione può consentire accessi non autorizzati ai dati operativi o interferenze sulla produzione elettrica. L’AI impiegata per difendere le reti non sostituisce però la sicurezza dell’architettura, dei componenti, dei fornitori e dei processi decisionali. Servono sistemi progettati per limitare la propagazione degli attacchi, garantire l’integrità dei dati e mantenere un controllo umano effettivo sulle funzioni critiche.

Sostenibilità energetica e cybersicurezza sono quindi un unico dossier. La crescita dei data center aumenta la dipendenza del digitale dall’energia; l’uso dell’AI nelle reti aumenta, in senso inverso, la dipendenza dell’energia dal digitale. Si forma una relazione circolare, potenzialmente virtuosa: l’AI richiede un sistema elettrico affidabile e economico, mentre il sistema elettrico usa sempre più l’AI per restare affidabile e economico. Ogni connessione, meccanismo di flessibilità, scambio di dati o gestione automatizzata è insieme una risorsa energetica e un punto di esposizione informatica. Un data center non è sostenibile se è efficiente ma vulnerabile; una rete non è sicura se resiste agli attacchi ma non assorbe la domanda generata dalla corsa all’AI.

La sfida europea non consiste soltanto nel costruire più capacità computazionale, ma un’infrastruttura in cui energia, dati, algoritmi e sicurezza siano governati insieme. È il passaggio dalla regolazione della tecnologia alla regolazione delle sue condizioni materiali di esistenza. L’intelligenza artificiale non vive in una nuvola: vive dentro reti elettriche, territori, catene di fornitura e infrastrutture critiche. È lì che si misureranno competitività e sovranità tecnologica europea. (riproduzione riservata)

*ordinario di Diritto Costituzionale e Digital Regulation all’università Bocconi

**fondatore di Parola Associati

L’Italia ha paura di investire così si bloccano i risparmi

Achille Perego | Quotidiano Nazionale | 20 luglio 2026 | www.quotidiano.net

INSICUREZZA: è il muro invisibile che separa gli italiani dai propri risparmi. In un contesto di cambiamenti rapidi e mercati…

NSICUREZZA: è il muro invisibile che separa gli italiani dai propri risparmi. In un contesto di cambiamenti rapidi e mercati volatili, l’Italia si scopre finanziariamente fragile, con oltre la metà degli italiani (51,1%) che ammette di avere una preparazione debole o nulla in materia. Un linguaggio quasi sconosciuto che ha spinto ben 2 connazionali su 3 (65,6%) a rimandare o evitare decisioni su risparmi e investimenti per paura di commettere errori. Eppure, emerge una forte domanda di alfabetizzazione: l’80% della popolazione invoca l’educazione finanziaria come priorità nazionale, da introdurre sui banchi di scuola prima ancora della maggiore età (67,7%). A frenare il passo, però, non sono solo la carenza di conoscenze (29,8%) o la limitata disponibilità economica (40,2%), ma anche il fatto che il rapporto con il denaro continui a restare confinato nella sfera domestica.


Oggi la gestione delle risorse economiche è ancora in gran parte un “family business”: il 54% delle persone se ne occupa in autonomia, un ulteriore 39,3% ne discute all’interno del nucleo familiare, e solo il 6,4% si affida a esperti esterni. Per orientarsi nel panorama finanziario, gli italiani si affidano invece a una “dieta” evoluta in cui convivono tradizione e innovazione. A vincere è l’integrazione: i media tradizionali (stampa e online) restano un punto di riferimento per il 44,4% del campione, seguiti dai motori di ricerca e dall’AI (42,4%) e da corsi di formazione ed esperti (40,8%). In questo scenario statico, si registra una scossa sociodemografica: il 51% delle donne sono responsabili dell’economia familiare. L’Italia procede, dunque, a due velocità: un presente paralizzato dall’incertezza – dove il 45,9% dei cittadini è privo di qualsiasi protezione contro i grandi imprevisti – e un futuro che punta sulla tecnologia. Entro il 2030, la figura del consulente sarà un ibrido: per oltre un terzo degli italiani (34,6%) intelligenza artificiale e sensibilità umana avranno un peso paritario, mentre 1 persona su 2 è già pronta ad affidarsi a piattaforme digitali automatizzate per un’allocazione delle risorse ottimizzata. È questa la fotografia scattata dall’indagine “Soldi, Soldi, Soldi: l’Italia e l’educazione finanziaria che non c’è”, realizzata da Groupama Assicurazioni – prima filiale del gruppo francese Groupama e tra i più importanti player assicurativi in Italia – in collaborazione con AstraRicerche nell’ambito dell’Osservatorio “Change Lab, Italia 2030”.


“L’indagine di quest’anno rivela un’Italia caratterizzata da un profondo paradosso: gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori, ma la paura di sbagliare continua a frenare la capacità di trasformare il risparmio in scelte consapevoli di protezione, pianificazione e investimento – commenta Pierre Cordier, amministratore delegato e direttore generale di Groupama Assicurazioni –. In questo quadro, il dato forse più significativo che emerge dall’Osservatorio è la crescente consapevolezza del valore dell’educazione finanziaria, riconosciuta come leva di autonomia, responsabilità e inclusione”.
“La ricerca mostra come il rapporto degli italiani con il denaro sia ancora fortemente influenzato da fattori culturali, emotivi e sociali – aggiunge Aminata Gabriella Fall, divulgatrice ed educatrice finanziaria – sono un popolo di risparmiatori. Anche davanti al grande potenziale dell’intelligenza artificiale, la consulenza mirata delle persone diventa ancora più importante: la tecnologia può aiutare ad analizzare e semplificare, ma la fiducia, l’ascolto e la capacità di leggere i bisogni reali restano elementi profondamente umani”.

La cybersicurezza frontiera della responsabilità d’impresa

www.ilsole24ore.com – di Ivano Maccani – 1 luglio 2026

L’entusiasmo che accompagna la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese rischia di oscurare una domanda fondamentale. Chi risponde quando un algoritmo sbaglia? I reati informatici e quelli commessi mediante strumenti informatici non costituiscono una categoria residuale, ma rappresentano oggi una delle aree più dinamiche e pervasive del rischio penale d’impresa che è destinato a crescere con la recente previsione di nuovi reati per sanzionare l’omessa adozione di misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale, i casi di deep fake e l’illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale.
Sono tutte questioni che stanno già assumendo un peso crescente nei consigli di amministrazione e nelle funzioni di controllo delle società.
In effetti, mentre le aziende accelerano gli investimenti in automazione e sistemi intelligenti, emerge con sempre maggiore evidenza che il vero nodo riguarda la capacità di governare le decisioni delle macchine, comprenderne le logiche e assumerne la responsabilità.
Il rischio informatico non può pertanto più essere confinato all’interno delle funzioni tecnologiche. È diventato un tema strategico che coinvolge direttamente la governance dell’impresa e la sua esposizione a responsabilità di natura economica, reputazionale e penale.
In questo scenario la cybersicurezza smette necessariamente di essere una materia riservata solo agli specialisti informatici per diventare un elemento centrale della gestione aziendale.
Ne consegue che i vertici aziendali devono non solo approvare formalmente il modello organizzativo, ma anche assumere un impegno concreto nella sua attuazione.

Allo stesso tempo i modelli 231 non possono più limitarsi a identificare i rischi e a prevedere misure di controllo formali ma devono essere in grado di dimostrare che tali controlli sono realmente efficaci, aggiornati e integrati nella gestione quotidiana dell’organizzazione. La prevenzione diventa così un processo continuo che richiede il coinvolgimento delle funzioni operative e degli organi di vigilanza.

In tal senso l’intelligenza artificiale offre strumenti straordinari per rafforzare questa capacità di controllo. Sistemi di monitoraggio avanzato, analisi comportamentali, rilevazione automatica delle anomalie e piattaforme capaci di elaborare enormi quantità di dati consentono di individuare segnali di rischio con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa. Tuttavia, allo stesso tempo, l’evoluzione tecnologica introduce nuove criticità come il fenomeno della c.d. opacità algoritmica.

Se un’organizzazione non è in grado di ricostruire il percorso logico che ha portato un sistema di intelligenza artificiale a formulare una determinata decisione, diventa difficile attribuire responsabilità, verificare eventuali errori e dimostrare l’adeguatezza dei controlli adottati. In altre parole, aumentano i rischi di creare aree di irresponsabilità incompatibili con i principi fondamentali della governance moderna. Sistemi formalmente corretti possono peraltro generare seri problemi se inseriti in processi decisionali non adeguatamente gestiti.

I rischi informatici possono inoltre originare da fornitori, partner commerciali, consulenti o altri soggetti terzi che accedono ai sistemi o ai dati dell’impresa. La missione degli organismi di vigilanza, delle funzioni di risk management, dei responsabili della sicurezza informatica e della protezione dei dati deve pertanto proiettarsi anche oltre i confini aziendali. Diventa quindi essenziale introdurre procedure di due diligence, clausole contrattuali di sicurezza e meccanismi di verifica come audit, questionari e certificazioni. Occorre stabilire chi può accedere ai sistemi, con quali credenziali, secondo quali autorizzazioni e con quali controlli nonché garantire il raccordo tra i presidi cyber e l’OdV, anche tramite flussi informativi tempestivi, soprattutto in caso di incidenti di sicurezza informatica, data breach, esiti negativi delle simulazioni di phishing, segnalazioni di whistleblowing, modifiche normative o provvedimenti delle autorità competenti. Allo stesso tempo l’OdV può e deve prevedere specifiche verifiche sull’effettività e completezza della formazione in ambito cybersicurezza.
L’evoluzione tecnologica richiede quindi un equilibrio tra innovazione e controllo umano che rimane pertanto elemento imprescindibile affinché l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sia coerente con i principi di trasparenza, responsabilità e buona organizzazione che costituiscono il fondamento del sistema di compliance aziendale.

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Emergenza educazione finanziaria tra i giovani

di Martino Scacciati – 30/06/2026 – www.italiaoggi.it

Ricerca al Senato: quasi due su tre non hanno sufficiente dimestichezza nel saper distinguere, per esempio, tra entrate e uscite, nel capire l’importanza del risparmio o valutare l’effetto dell’inflazione

Un giovane su cinque può contare su un proprio reddito, spesso grazie ad attività digitali, ma, allo stesso tempo, solo uno su tre ha delle competenze finanziare minime. È il contraddittorio panorama che risulta da una ricerca promossa dal senatore di FI Dario Damiani, presentata la settimana scorsa al Senato durante il convegno “Educazione finanziaria e giovani. Comprendere la Gen Z per costruire il futuro”.

Patrocinato dal ministero dell’Economia, lo studio si concentra su comportamenti economici, valori e aspettative dei ragazzi nati tra il 1997 e il 2012 in un contesto, come quello attuale, caratterizzato da incertezza, accelerazione tecnologica e modalità di lavoro e consumo in continua trasformazione.

L’indagine rivela così che solo il 35% di chi ha un’età compresa tra 14 e 29 anni possiede competenze finanziarie di base. Gli altri,quasi due su tre, invece non hanno sufficiente dimestichezza nel saper distinguere, per esempio, tra entrate e uscite, nel capire l’importanza del risparmio o valutare l’effetto dell’inflazione. Queste difficoltà collocano l’Italia negli ultimi posti della classifica dei Paesi dell’area Ocse sui temi dell’alfabetizzazione finanziaria giovanile.

La Gen Z sembra tuttavia consapevole di questi suoi limiti. Secondo la ricerca, i giovani sentono il bisogno di una maggiore formazione economico-finanziaria. Soprattutto, chiedono strumenti per poter controllare le proprie spese, maggiore trasparenza e servizi personalizzati.

Qual è il canale attraverso cui quel terzo di ragazzi più consapevoli ha appreso nozioni economiche o finanziarie? La ricerca spiega che sempre più giovani si informano in Rete. E dunque sui social network, per mezzo di creator digitali o community online. Il Web è un punto di riferimento imprescindibile anche quando si tratta di prendere delle decisioni economiche. In casi del genere, gli appartenenti alla Gen Z si affidano a influencer e digital creator. Ma anche ai familiari.
Quando decide di investire dei soldi, il 42% dei giovani Z utilizza piattaforme di investimento digitale. Il 22%, invece, riesce a generare un reddito autonomo. Spesso, attraverso attività digitali, freelance o creator economy.

«La Gen Z – ha commentato il senatore Damiani – prende decisioni economiche in un contesto sempre più digitale e complesso, spesso senza strumenti adeguati. I dati della ricerca presentata oggi indicano un divario da colmare e una grande opportunità: rendere l’educazione finanziaria una competenza concreta, diffusa e accessibile».

Asstel aderisce a “1donna1lavoro1conto”: la parità passa da lavoro e autonomia finanziaria

www.corrierecomunicazioni.it – 29 giu 2026 – Federica Meta – Direttrice

Dopo il protocollo firmato con NoiD Telecom, l’associazione rilancia sulle strategie di inclusione entrando nel progetto del Corriere della Sera. Di Raimondo: “Promuoveremo l’iniziativa attraverso i nostri canali di comunicazione, coinvolgendo le imprese associate e le loro persone”

Asstel aderisce all’alleanza “1donna1lavoro1conto”, l’iniziativa promossa dal Corriere della Sera per sostenere l’autonomia economica delle donne attraverso tre leve strettamente connesse: accesso al lavoro, possibilità di gestire le proprie risorse e maggiore consapevolezza finanziaria.

L’adesione dell’associazione porta dentro il programma anche la rappresentanza industriale della filiera delle telecomunicazioni. Asstelcontribuirà alla diffusione dell’iniziativa attraverso il proprio sistema associativo.

«Promuoveremo attivamente l’iniziativa attraverso i nostri canali di comunicazione, coinvolgendo le imprese associate e le loro persone», afferma Laura Di Raimondo, dg di Asstel.

L’iniziativa assume un significato particolare per un comparto che sostiene infrastrutture digitali, servizi, piattaforme, assistenza, software e occupazione qualificata. Portare il tema dell’autonomia femminile dentro la filiera delle telecomunicazioni significa collegare inclusione, competenze e competitività industriale.

L’obiettivo: più libertà economica e sociale
Il programma “Una donna, un lavoro, un conto” nasce dal presupposto ch la piena autonomia delle donne rappresenti un vantaggio per tutta la società e contribuisca ad accrescere il benessere generale, economico e sociale.

L’iniziativa punta a creare le condizioni perché le donne siano libere di lavorare, gestire le proprie entrate e costruire percorsi professionali stabili. Il progetto lega inoltre l’indipendenza economica a un equilibrio più sostenibile nella vita familiare e di coppia, affinché le famiglie possano avere figli, se lo desiderano, senza che questo comporti per le donne una rinuncia al lavoro o alla crescita professionale.

Il programma evidenzia come i divari di genere privino il Paese di capacità e competenze importanti. Promuovere equità nell’accesso al lavoro, garantire formazione e crescita professionale, favorire una migliore armonia tra dimensione pubblica e privata delle persone sono passaggi necessari per contrastare le asimmetrie tra uomini e donne e rafforzare l’inclusione.

Il conto personale come strumento di autodeterminazione
Il cuore dell’iniziativa non riguarda soltanto l’occupazione. Il lavoro è condizione essenziale di libertà, ma per avere piena autonomia serve anche la possibilità di gestire direttamente le proprie risorse.

Da qui il richiamo al conto personale. Avere un conto intestato a sé, poter amministrare entrate e risparmi, conoscere gli strumenti economici e finanziari di base significa rafforzare una dimensione concreta dell’autodeterminazione.

Il programma mette in relazione questo aspetto anche con il contrasto alla violenza di genere. Senza una possibilità stabile di lavoro di qualità, le donne vengono private di un elemento essenziale di indipendenza. Ma senza un’equa ripartizione dei compiti di cura e senza servizi adeguati, rischiano comunque di dover rinunciare al lavoro o di trovarsi penalizzate nei percorsi di carriera.

L’autonomia economica diventa quindi un presidio di libertà personale, ma anche un fattore di equilibrio sociale. Incide sui rapporti familiari, sulla partecipazione al mercato del lavoro, sulla natalità, sui consumi e sulla capacità del Paese di valorizzare tutte le competenze disponibili.

Un progetto con banche, imprese, commercio e sindacati
Il progetto coinvolge Abi, Federcasse, Confcommercio Milano, Assolombarda, Cgil, Cisl e Uil di Milano. L’iniziativa conta inoltre sulla partnership istituzionale del Comune di Milano e sul supporto di Banca d’Italia.

Il tema dell’autonomia femminile viene affrontato mettendo insieme mondo del credito, rappresentanza delle imprese, commercio, organizzazioni sindacali, istituzioni e soggetti impegnati nell’inclusione economica e sociale.

L’obiettivo è accelerare i cambiamenti necessari a favorire percorsi di autonomia, ciascuno nel proprio ambito: educazione finanziaria, accesso agli strumenti bancari, lavoro di qualità, crescita professionale, conciliazione, cultura organizzativa e responsabilità condivisa tra donne e uomini.

Asstel, parità e competenze nella filiera digitale
L’adesione all’iniziativa “1donna1lavoro1conto” si inserisce in un percorso più ampio già avviato da Asstel sul fronte della parità, delle competenze e della valorizzazione delle persone. In questa direzione va anche il protocollo siglato con NoiD Telecom Aps, community di donne manager e professioniste del mercato Telco e digitale.

L’intesa tra Asstel e NoiD punta a trasformare l’impegno sul superamento del gender gap in un programma di lavoro strutturato. Il perimetro è ampio: accesso alle opportunità, percorsi di crescita, sviluppo delle competenze, riconoscimento del merito e possibilità di arrivare ai ruoli di responsabilità.

“Quello che ci ha spinto a questa intesa è l’idea che non c’è futuro per la nostra società e per le nostre imprese senza l’energia, il talento e l’intelligenza dei giovani e delle donne – spiegava Laura Di Raimondo, direttrice di Asstel, a valle della firma – La vera sfida del nostro tempo è avere il coraggio del futuro: costruire contesti in cui ciascuno possa competere alla pari, con le stesse opportunità di crescita, di retribuzione e di accesso ai ruoli di responsabilità. Le politiche di genere non possono essere considerate un tema secondario o solo formale. Devono diventare una scelta concreta di inclusione, capace di incidere sulla cultura organizzativa e sulla visione strategica delle imprese. Nessuna organizzazione può permettersi di sprecare talento, passione e competenze. Per questo serve un approccio culturale forte, accompagnato da politiche progettuali chiare, strutturate e orientate al lungo periodo. Asstel rappresenta una filiera strategica per il Paese: le telecomunicazioni sostengono non solo infrastrutture e servizi digitali, ma anche occupazione qualificata, innovazione e competenze indispensabili per la competitività dell’Italia. Difendere e rafforzare il settore significa investire nelle professionalità e sul talento, che non ha genere, ma ha bisogno soltanto di essere riconosciuto, valorizzato e messo nelle condizioni di esprimersi pienamente”.

Le parole di Di Raimondo collocano la parità dentro una prospettiva industriale. Nelle telecomunicazioni, la questione non riguarda solo la rappresentanza femminile, ma la capacità del settore di attrarre professionalità, non disperdere competenze e costruire organizzazioni in grado di accompagnare la trasformazione digitale.

Osservatorio, formazione e leadership inclusiva
Il protocollo Asstel-NoiD prevede iniziative congiunte su tre direttrici: allargamento dell’Osservatorio di NoiD sul gender gap all’intero settore Tlc, attività di formazione e sviluppo delle competenze con focus sulla leadership inclusiva, iniziative di affiancamento e learning tour per favorire il confronto tra imprese e professioniste.

L’Osservatorio raccoglierà e analizzerà dati sui fenomeni organizzativi e sociali che incidono sul comparto, individuando tendenze, aree critiche e possibili raccomandazioni. La formazione servirà a rafforzare competenze manageriali, leadership inclusiva e cultura dell’equità. I learning tour permetteranno invece di osservare esperienze aziendali e modelli organizzativi già sperimentati.

“Per NoiD la collaborazione con Asstel è la naturale continuazione dell’impegno decennale intrapreso nel settore Telco/ICT per promuovere modelli manageriali orientati al merito, al talento e al superamento del gender gap – evidenziava Cristina Carollo, presidente di NoiD – La collaborazione fra le nostre associazioni porta valore alle nostre iniziative e contribuisce allo sviluppo di una leadership evoluta, che valorizzi le donne e renda possibile per il settore raggiungere livelli di eccellenza, e al contempo sostenibili.”

Inclusione come leva per la crescita
L’adesione di Asstel a “Una donna, un lavoro, un conto” rafforza il legame tra autonomia economica femminile e sviluppo del settore digitale. Le telecomunicazioni sono una filiera strategica per il Paese e la qualità di reti, servizi, assistenza, piattaforme e soluzioni software dipende anche dalla capacità delle imprese di valorizzare tutto il capitale umano disponibile.

Per questo la parità non può essere letta come un capitolo separato dalle politiche industriali. Sostenere l’accesso delle donne al lavoro, alla formazione, alla gestione autonoma delle risorse e ai ruoli di responsabilità significa ampliare la base di competenze su cui si regge la trasformazione digitale.

L’impegno di Asstel su questo fronte si pone un obiettivo stategico: fare dell’autonomia economica, della cultura finanziaria e della valorizzazione del talento strumenti concreti di inclusione e competitività.

L’educazione finanziaria per sentirsi libere

di Marco Barbieri – www.ilmessaggero.it- 25 giugno 2026

Dalla ricerca “Lavoro, Denaro & Libertà” condotta da Webboh Lab per Feduf e Fondo Filantropico “Bruno Frizzera” emerge una fotografia del rapporto tra giovani donne e soldi. Giovanna Boggio Robutti (FEduF): «Hanno consapevolezza e visione. Il passo decisivo è accompagnarle con strumenti concreti e opportunità per costruire un futuro con maggiore libertà»

Educazione finanziaria,indagine: solo 3 GenZ su 10 hanno competenze di base

Il 60% apprende su social e community online

23 giugno 2026 | Redazione Adnkronos

Solo il 35% dei giovani italiani della Gen Z possiede competenze finanziarie di base. Il dato – che colloca l’Italia tra gli ultimi Paesi dell’area Ocse per alfabetizzazione finanziaria giovanile – emerge dalla ricerca ‘Educazione finanziaria a ritmo della Gen Z’ presentata oggi al Senato della Repubblica nel corso del convegno ‘Educazione finanziaria e giovani. Comprendere la Gen Z per costruire il futuro’, promosso dal Senatore Dario Damiani e patrocinato dal ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha visto la partecipazione di Nunzio Lella, presidente dell’Associazione italiana educatori finanziari, Laura Menicucci, dirigente del Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Domenico Ioppolo, Amministratore Delegato di Campus, Gabor David Friedenthal, Managing Director di Value Partners, e Domenico Pignotti, dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale della Bat.

L’indagine di Value Partners in collaborazione con Aief, l’Associazione italiana educatori finanziari analizza valori, comportamenti e aspettative della generazione nata tra il 1997 e il 2012, evidenzia come i giovani italiani si trovino ad affrontare una crescente autonomia finanziaria in un contesto caratterizzato da forte incertezza economica, accelerazione digitale e nuove modalità di lavoro e consumo. Un dato che assume ancora maggiore rilevanza se si considera che la Gen Z entra sempre prima nel mondo delle decisioni economiche: il 42% utilizza piattaforme di investimento digitale, mentre il 22% genera reddito in modo autonomo, spesso attraverso attività digitali, freelance o creator economy.
La ricerca mette inoltre in luce come i social media stiano assumendo un ruolo centrale nella formazione economico-finanziaria delle nuove generazioni. I giovani si informano sempre più online e affidano parte delle proprie decisioni a influencer finanziari e creator. La famiglia continua, comunque, a rappresentare uno dei principali punti di riferimento nelle scelte economiche. Nonostante ciò, la Gen Z mostra “una forte consapevolezza dei propri limiti e manifesta una domanda crescente di formazione. Tra le caratteristiche più richieste ai fornitori di servizi finanziari figurano infatti strumenti di controllo delle spese, contenuti di educazione finanziaria, Maggiore trasparenza e servizi personalizzati”.

“Portare al Senato il tema dell’educazione finanziaria dei giovani – dichiara il Senatore Dario Damiani – significa riconoscere una priorità per il futuro del Paese . La Gen Z prende decisioni economiche in un contesto sempre più digitale e complesso, spesso senza strumenti adeguati. I dati della ricerca presentata oggi indicano un divario da colmare e una grande opportunità: rendere l’educazione finanziaria una competenza concreta, diffusa e accessibile”. La ricerca “conferma ciò che come Aief osserviamo quotidianamente nelle scuole, nelle università e nei percorsi formativi rivolti ai ragazzi: la Generazione Z è interessata ai temi economici e finanziari, ma cerca modalità di apprendimento diverse rispetto al passato. Oggi non basta trasferire nozioni: occorre costruire percorsi che parlino il linguaggio dei giovani, che utilizzino strumenti digitali, esempi concreti e un approccio partecipativo. L’educazione finanziaria deve diventare un’abilità di vita, capace di accompagnare i ragazzi nelle scelte quotidiane e nelle decisioni che determineranno il loro futuro”, sottolinea Nunzio Lella, Presidente di Aief.
“La Gen Z è già protagonista nelle scelte di consumo e gestione del denaro, ma resta esposta a un significativo gap di competenze finanziarie. Per banche, istituzioni e operatori finanziari è urgente ripensare la propria value proposition, offrendo strumenti educativi più digitali, concreti e personalizzati, capaci di costruire oggi una relazione di fiducia con clienti destinati ad assumere un peso crescente nei prossimi anni”, dichiara Gabor David Friedenthal, Managing Director di Value Partners.

Ansuini (Bankitalia): “Risparmio cambia con longevità, serve educazione finanziaria”

18 giugno 2026 | 13.26 Redazione Adnkronos

L’allungamento della vita “ha un effetto anche sul risparmio”, per questo serve anche “l’educazione finanziaria”. Negli ultimi anni di vita, ci sono esigenze di long-term care che dobbiamo prevedere. Questo è un elemento nuovo che entra nel nostro portafoglio. Un secondo aspetto, altrettanto importante e molto umano, è che, considerato il quadro complessivo, siamo spesso chiamati a prenderci cura molto più a lungo di figli e nipoti. Inoltre, in una società che invecchia, le pensioni pubbliche saranno sempre più insufficienti a fronteggiare ogni esigenza e questo impatterà sul risparmio privato che ciascuna famiglia o individuo riesce ad accumulare”. Lo ha detto Paola Ansuini, responsabile comunicazione cultura finanziaria e tutela della clientela Banca d’Italia, nel suo intervento al dibattito ‘La demografia cambia la società’, organizzato oggi da Adnkronos, a Palazzo dell’Informazione a Roma. Come far fronte a queste sfide? “Una strada è quella di adattarsi e affrontare questi temi con uno stile di vita più sobrio, quindi spendere di meno e far durare di più i propri risparmi – suggerisce Ansuini – Un secondo strumento può essere il prolungamento della vita lavorativa: si lavora di più per guadagnare di più e accumulare un monte contributivo più significativo. Un terzo aspetto, su cui si sta concentrando anche la comunicazione e le esortazioni della politica e delle autorità, compresa la Commissione Europea nel suo piano strategico, è quello di investire meglio, con maggiore oculatezza”.
Tra gli strumenti utili c’è sicuramente “l’iniziare presto a risparmiare: una persona che a trent’anni inizia a versare regolarmente in un fondo pensione arriva alla fase senior molto più tranquilla – chiarisce l’esperta – Il secondo strumento riguarda l’informazione. Occorre informarsi bene e avere la certezza che le informazioni siano affidabili. La cosa fondamentale – avverte – non è decidere in astratto quali strumenti utilizzare, ma essere consapevoli delle proprie necessità, che variano in base al tempo disponibile, al rischio che si è disposti ad affrontare e alla familiarità con gli strumenti di investimento”.

Recentemente “il legislatore ha introdotto l’obbligatorietà dell’educazione finanziaria nella scuola – ricorda Ansuini – Ci sono strumenti rivolti a specifiche fasce di popolazione. La vulnerabilità e la condizione di ‘senior’ sono cambiate come concetto negli ultimi anni, soprattutto con il rapido progresso tecnologico: rischiamo tutti di essere un po’ più vulnerabili. La Banca d’Italia mette a disposizione il sito ‘L’economia per tutti’ – illustra – con strumenti pratici, simulatori e calcolatori che aiutano a prendere decisioni consapevoli. C’è anche un programma molto strutturato di educazione finanziaria nelle scuole, attivo da molti anni. Inoltre – precisa – ci sono iniziative rivolte ai nuovi vulnerabili, tra cui una collaborazione con Caritas che coinvolge una rete territoriale su tutto il Paese per affrontare temi come il sovraindebitamento e le sue conseguenze”. In questo contesto “un altro aspetto centrale è la digitalizzazione: solo un italiano su 4 conosce l’uso dell’home banking. Sembra incredibile, ma è così. I punti di ‘digitale facile’ – conclude – servono proprio a entrare in contatto diretto con cittadini e utenti e spiegare come la digitalizzazione possa essere davvero al servizio delle persone e delle imprese”.

Intesa Sanpaolo con Avon e Global Thinking Foundation per l’inclusione finanziaria femminile

All’impegno formativo si affianca ora un’azione concreta: l’accesso a strumenti bancari pensati per sostenere le donne che scelgono Avon come percorso professionale e per contribuire al contrasto della violenza economica e delle disuguaglianze di genere

www.affaritaliani.it – 19 giugno 2026

Rafforzare l’inclusione finanziaria femminile e sostenere l’autonomia economica delle donne attraverso strumenti concreti. È questo l’obiettivo del progetto avviato da Avon, Intesa Sanpaolo e Global Thinking Foundation ETS, realtà attiva nella prevenzione della violenza economica e dell’abuso finanziario. L’iniziativa è dedicata alla forza vendita di Avon e prevede, attraverso Intesa Sanpaolo e la Divisione Banca dei Territori guidata da Stefano Barrese, l’accesso a una convenzione pensata per favorire l’utilizzo di strumenti finanziari come conto corrente e carta di debito a condizioni dedicate.

Il progetto si inserisce in continuità con il programma di educazione finanziaria lanciato nel 2023 da Avon in partnership con Global Thinking Foundation, che ha coinvolto l’intera rete di consulenti con l’obiettivo di fornire competenze pratiche per una gestione più consapevole delle risorse economiche. All’impegno formativo si affianca ora un’azione concreta: l’accesso a strumenti bancari pensati per sostenere le donne che scelgono Avon come percorso professionale e per contribuire al contrasto della violenza economica e delle disuguaglianze di genere.
“Questo progetto rappresenta un passo concreto verso l’indipendenza economica e l’autodeterminazione delle lavoratrici autonome”, ha dichiarato Claudia Segre, fondatrice e presidente di Global Thinking Foundation. Dopo il percorso di educazione finanziaria realizzato per Avon, ha spiegato, l’accesso a una carta di debito e a un conto corrente a condizioni dedicate, grazie alla collaborazione con Intesa Sanpaolo, segna “un cambiamento reale in termini di inclusione finanziaria”.

Secondo Segre, offrire strumenti bancari accessibili significa rafforzare diritti e capacità di pianificazione, contribuendo a ridurre le disuguaglianze che ancora oggi limitano molte donne nel loro percorso professionale e personale.

L’urgenza di iniziative di questo tipo è confermata dai dati richiamati nel progetto. Secondo il rapporto “Sicurezza delle Donne” dell’Istat, il 13,6% delle donne in coppia non si considera economicamente indipendente. A questo si aggiunge il divario nell’accesso ai servizi bancari indicato dal World Bank Gender Data Portal: in Italia il 79,8% delle donne possiede un conto presso un’istituzione finanziaria, contro il 92,6% degli uomini, con una distanza di oltre 12 punti percentuali. Inoltre, tra le donne vittime di violenza economica, il 53,6% non dispone di reddito personale.
“Non potevamo restare inermi di fronte a questi dati”, ha commentato Rosita Conte, general manager di Avon Italia. Il brand, che nel 2026 celebra 60 anni in Italia e 140 nel mondo, ribadisce così il proprio impegno a sostegno dell’indipendenza economica femminile.

“Sostenere le donne nel loro percorso verso l’indipendenza economica è parte del nostro Dna”, ha affermato Conte. Fin dalla fondazione, ha aggiunto, Avon lavora per offrire non solo prodotti di bellezza a prezzi accessibili, ma anche una reale opportunità di emancipazione finanziaria alle oltre 35.000 consulenti attive oggi in Italia. La collaborazione con Global Thinking Foundation e Intesa Sanpaolo rappresenta, secondo Conte, “un ulteriore passo concreto in questa direzione”.

Il progetto si inserisce anche nel più ampio impegno di Intesa Sanpaolo sui temi ESG e dell’impatto sociale. La banca mette a disposizione competenze e strumenti bancari a supporto dell’inclusione finanziaria, con l’obiettivo di favorire una maggiore autonomia nelle scelte personali e professionali. “Accessibilità e inclusione sono centrali nell’impegno di Intesa Sanpaolo verso i propri clienti”, ha dichiarato Claudia Vassena, responsabile Sales & Marketing Digital Retail Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo. L’iniziativa con Avon e Global Thinking Foundation, ha spiegato, contribuisce a rafforzare l’emancipazione economica femminile, perché “la titolarità di un conto rappresenta una leva fondamentale per scelte libere e consapevoli”.
Vassena ha ricordato inoltre gli altri strumenti messi in campo dal gruppo, come i prestiti d’onore per sostenere i costi di corsi e master universitari, rivolti sia ai giovani sia a chi, anche in età più adulta, vuole reinvestire nella propria formazione, oltre ai prestiti agevolati per le mamme lavoratrici, pensati per conciliare vita familiare e professionale. Da oltre 140 anni Avon promuove il progresso delle donne nel mondo attraverso una rete globale di incaricati indipendenti e prodotti di bellezza e benessere accessibili. Il brand sostiene inoltre cause legate alla lotta contro la violenza di genere e alla sensibilizzazione sul tumore al seno, con donazioni complessive superiori a 1,1 miliardi di dollari a livello globale.

Global Thinking Foundation ETS opera invece per prevenire la violenza economica e l’abuso finanziario attraverso progetti di alfabetizzazione finanziaria e digitale rivolti a donne, famiglie, soggetti fragili, imprese impegnate nella parità di genere e fasce più deboli della società. Con questa iniziativa, Avon, Intesa Sanpaolo e Global Thinking Foundation rafforzano un percorso comune che mette al centro educazione finanziaria, accesso agli strumenti bancari e autonomia economica. Un progetto che punta a trasformare la consapevolezza in azioni concrete, offrendo alle donne strumenti utili per pianificare, scegliere e costruire il proprio futuro con maggiore indipendenza.

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