Formazione, istituzioni ed esperti a confronto su educazione finanziaria al Forum Aief di Roma

www.adnkronos.com – Redazione Adnkronos – 13 maggio 2026

Educazione finanziaria, formazione, linguaggio, giovani e pubblica amministrazione. Sono stati questi i temi al centro del Forum Educazione Finanziaria 2026 promosso da Aief, l’Associazione Italiana Educatori Finanziari, che si è svolto oggi all’Auditorium della Tecnica di Roma con la partecipazione di rappresentanti delle istituzioni, docenti universitari, divulgatori ed esperti di comunicazione. L’iniziativa, organizzata dall’associazione che riunisce professionisti impegnati nella diffusione della cultura finanziaria, economica e assicurativa, che oggi si avvale di una rete nazionale di circa 2000 educatori finanziari, ha affrontato il tema della crescente necessità di rafforzare le competenze finanziarie dei cittadini in un contesto caratterizzato da trasformazioni economiche, tecnologiche e sociali sempre più rapide. Nel corso della giornata si sono alternati interventi dedicati all’alfabetizzazione finanziaria, al rapporto tra intelligenza artificiale e comunicazione, al gender gap, ai giovani e al ruolo della scuola e della pubblica amministrazione.

Ad aprire i lavori è stato Nunzio Lella, presidente di Aief, che ha posto l’accento sulla necessità di “rendere l’informazione semplice, chiara e accessibile”. “Oggi l’informazione è accessibile a tutti, soprattutto con l’avvento dell’intelligenza artificiale, ma il nostro obiettivo è trasformare le informazioni in conoscenza e consapevolezza”, ha spiegato Lella, sottolineando che il Forum nasce “per lavorare sulle persone” e non soltanto sugli strumenti finanziari. Nel suo intervento, Lella ha ricordato anche le attività sviluppate da Aief sul territorio nazionale, tra scuole, Comuni e progetti di inclusione linguistica. “Molto spesso ci chiediamo perché in Italia ci siano oltre 1.100 miliardi fermi sui conti correnti o perché il Paese sia poco assicurato. Probabilmente le persone non sono informate nel modo corretto”, ha affermato.
Tra gli ospiti istituzionali è intervenuto il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo, che ha evidenziato il ruolo strategico della formazione all’interno della macchina pubblica. “L’educazione finanziaria oggi è fondamentale perché viviamo un’epoca di profondi cambiamenti economici, sociali e tecnologici”. Zangrillo ha inoltre annunciato la collaborazione avviata con Aief per realizzare percorsi dedicati all’educazione finanziaria destinati ai dipendenti pubblici attraverso la piattaforma Syllabus. Al centro del confronto anche il ruolo della scuola e delle istituzioni nella diffusione delle competenze economico-finanziarie. Il senatore Dario Damiani, componente della Commissione Bilancio del Senato, ha ricordato come l’educazione finanziaria sia diventata obbligatoria nelle scuole attraverso l’educazione civica. “È un primo passo importante, ma l’obiettivo resta renderla una materia autonoma”. Nel corso della giornata si sono susseguiti anche gli interventi di Sebastiano Barisoni, giornalista di Radio 24 , sullo scenario economico, di Paolo Borzacchiello sui temi dell’intelligenza linguistica, di Patrick Facciolo sul linguaggio non verbale, della professoressa Emanuela E. Rinaldi dell’Università Milano-Bicocca sul gender gap finanziario e di Claudia Ghinfanti di Alleanza Assicurazioni sui dati preoccupanti dell’Edufin Index, riguardo alla scarsa cultura finanziaria degli italiani. Spazio, infine, anche ai giovani e alla divulgazione sui social con Davide Marelli, fondatore di Pillole di Economia.

Pagamenti digitali e contante: cosa cambia per famiglie e imprese

www.metrotoday.it – di Redazione – 11 maggio 2026

Transizione verso pagamenti digitali e riduzione del contante: effetti su famiglie, imprese e consumi quotidiani tra nuove abitudini finanziarie, innovazione tecnologica e trasformazione del sistema economico europeo

La progressiva trasformazione del sistema dei pagamenti sta ridisegnando il modo in cui cittadini e imprese gestiscono il denaro. La riduzione dell’uso del contante e l’espansione dei pagamenti digitali non sono più una tendenza futura, ma una realtà già in corso che sta modificando profondamente l’economia quotidiana.

In questo scenario, famiglie e imprese si trovano al centro di un cambiamento che riguarda non solo gli strumenti utilizzati per pagare, ma anche la cultura finanziaria nel suo complesso.

La fine dell’abitudine al contante come gesto quotidiano

Per decenni, il contante ha rappresentato la forma più immediata e intuitiva di pagamento. Oggi, però, carte, app e sistemi contactless stanno progressivamente sostituendo banconote e monete in molte situazioni quotidiane.

Questo cambiamento non è solo tecnologico, ma anche comportamentale. Pagare con un gesto sullo smartphone o con una carta contactless modifica la percezione stessa del denaro, rendendo le transazioni più rapide ma anche meno “fisiche”.

Molti consumatori apprezzano la comodità, ma altri avvertono una perdita di controllo percepito sulla spesa, proprio perché il denaro non passa più materialmente dalle mani.
Famiglie tra semplificazione e nuove abitudini finanziarie

Per le famiglie, la diffusione dei pagamenti digitali porta vantaggi evidenti. La possibilità di monitorare le spese in tempo reale, gestire budget tramite app e ricevere notifiche automatiche facilita una gestione più consapevole delle finanze personali.

Allo stesso tempo, cresce l’importanza della sicurezza informatica. Frodi digitali, phishing e accessi non autorizzati diventano rischi concreti che richiedono attenzione e competenze minime di protezione digitale.

La transizione impone quindi un nuovo tipo di alfabetizzazione finanziaria, in cui non basta più saper gestire il denaro, ma occorre anche saperlo proteggere in ambiente digitale.

Imprese e competitività nell’economia senza contante

Per le imprese, soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni, la digitalizzazione dei pagamenti rappresenta un fattore competitivo sempre più rilevante.

Accettare pagamenti elettronici non è più solo un’opzione, ma una necessità per rispondere alle aspettative dei consumatori. Chi non si adegua rischia di perdere clientela, soprattutto nelle generazioni più giovani abituate a pagare con smartphone e carte.

D’altra parte, la riduzione del contante migliora la gestione contabile, riduce errori e semplifica la tracciabilità dei ricavi. Questo può tradursi in una maggiore efficienza complessiva del sistema economico.
L’innovazione tecnologica come motore del cambiamento

La crescita dei pagamenti digitali è strettamente legata all’innovazione tecnologica. Sistemi contactless, portafogli digitali e pagamenti istantanei stanno diventando standard sempre più diffusi.

Questa evoluzione non riguarda solo la comodità, ma anche la velocità delle transazioni. In molti casi, il pagamento avviene in tempo reale, riducendo tempi di attesa e semplificando i flussi economici tra soggetti diversi.

Il risultato è un’economia più fluida, ma anche più dipendente dalle infrastrutture digitali e dalla stabilità dei sistemi informatici.

Rischi, dipendenze e nuove fragilità del sistema

Accanto ai vantaggi, emergono anche nuove fragilità. Un sistema fortemente digitalizzato è infatti esposto a rischi tecnologici, come blackout, attacchi informatici o malfunzionamenti delle piattaforme di pagamento.

In questi scenari, il contante continua a rappresentare una forma di resilienza economica, garantendo una modalità di scambio indipendente dai sistemi digitali.

Questo spiega perché, nonostante la crescita dei pagamenti elettronici, il contante non scompare del tutto, ma mantiene un ruolo residuale di sicurezza e alternativa.

Una trasformazione irreversibile ma graduale

La direzione è chiara: il sistema dei pagamenti si sta spostando verso una sempre maggiore digitalizzazione. Tuttavia, si tratta di un processo graduale, che richiede tempo per essere assimilato dalla società.

Famiglie, imprese e istituzioni stanno adattandosi a ritmi diversi, in un equilibrio dinamico tra innovazione e tradizione.

Il risultato finale non sarà probabilmente la scomparsa totale del contante, ma la sua riduzione a ruolo marginale nel sistema economico complessivo, con i pagamenti digitali sempre più centrali nella vita quotidiana.

Il ruolo sempre più strategico della cybersicurezza

di Oreste Pollicino – www.huffingtonpost.it – 06 Maggio 2026

La proposta Ue di revisione del Cybersecurity Act punta a rafforzare controlli e certificazioni sui fornitori tecnologici, soprattutto nei settori più sensibili come telecomunicazioni ed energia. Oggi non conta solo se una tecnologia è sicura, ma anche chi la produce, da dove arriva e quanto sia affidabile tutta la rete di aziende coinvolte

Questo articolo è stato scritto con Rebecca Pupella, avvocato, legal advisor Pollicino & Partners Advisory

Negli ultimi giorni, il dibattito riacceso dal caso Salt Typhoon e dal recente incidente che ha coinvolto Sistemi Informativi, società del gruppo IBM, ha riportato al centro una verità semplice ma decisiva: la sicurezza delle reti non riguarda soltanto i grandi operatori delle telecomunicazioni, ma anche i soggetti che, a monte, forniscono infrastrutture, servizi e soluzioni digitali a supporto di funzioni pubbliche e private essenziali. È proprio la dimensione di filiera a rendere particolarmente sensibile anche un incidente circoscritto: non rileva soltanto il perimetro formalmente colpito, ma il ruolo che quell’ambiente svolge nell’ecosistema digitale complessivo.
È in questa prospettiva che va letta la proposta della Commissione europea del 20 gennaio 2026 di revisione del Regolamento (UE) 2019/881 (Cybersecurity Act). L’intervento si inserisce in un quadro regolatorio già articolato, che comprende il Cyber Resilience Act, la Direttiva (UE) 2022/2555 e il Regolamento (UE) 2022/2554, e si colloca nel più ampio processo di rafforzamento della resilienza digitale dell’Unione europea.
La proposta interviene sul sistema europeo di certificazione della cybersecurity, imperniato sul ruolo di ENISA e basato su schemi di certificazione per prodotti, servizi e processi ICT. Nella sua configurazione originaria, tale sistema si fonda prevalentemente su strumenti volontari, volti a definire livelli comuni di garanzia della sicurezza. La revisione mira a rendere questo framework più efficace e coordinato, anche nel rapporto tra le autorità europee e quelle nazionali.

Le implicazioni geopolitiche emergono soprattutto dal contesto in cui la proposta è stata presentata: il rafforzamento del quadro europeo di cybersecurity si accompagna a iniziative volte a ridurre progressivamente la presenza, nelle infrastrutture critiche, di componenti e tecnologie provenienti da fornitori considerati ad alto rischio, in particolare nei settori delle telecomunicazioni e dell’energia. Pur in assenza di riferimenti espliciti a specifici operatori o giurisdizioni, questa traiettoria segnala una crescente attenzione alla sicurezza della supply chain ICT e ai rischi connessi alla provenienza delle tecnologie.

Il punto, quindi, non è soltanto la sicurezza tecnica del singolo prodotto, servizio o processo ICT, ma la fiducia nell’intera filiera: chi sviluppa la tecnologia, chi la fornisce, in quale contesto regolatorio e geopolitico opera e quali effetti sistemici potrebbe produrre una sua compromissione.
Questo orientamento riflette un’evoluzione del modello europeo: da un approccio fondato principalmente su strumenti volontari, raccomandazioni e standard tecnici, verso una maggiore integrazione tra requisiti di sicurezza, gestione del rischio e condizioni di utilizzo delle tecnologie in contesti critici. Non si tratta necessariamente di trasformare ogni certificazione in un requisito obbligatorio di accesso al mercato, ma di rendere la conformità agli standard europei e la valutazione dei fornitori elementi sempre più rilevanti nelle scelte di procurement e nella gestione delle infrastrutture strategiche.
Le reazioni internazionali confermano la rilevanza geopolitica di questa evoluzione: alcuni Paesi terzi hanno espresso preoccupazione per il possibile impatto delle nuove misure sugli investimenti e sulle relazioni economiche, segnalando il rischio che requisiti di sicurezza più stringenti possano tradursi, di fatto, in barriere all’accesso al mercato.

In questo quadro, la sicurezza della supply chain ICT, già centrale nella Direttiva (UE) 2022/2555, assume una valenza che va oltre la dimensione strettamente tecnica. Gli obblighi di gestione dei rischi legati ai fornitori impongono infatti di valutare non solo le caratteristiche tecnologiche delle soluzioni adottate, ma anche il contesto in cui tali soluzioni sono sviluppate, fornite e mantenute e gli strumenti di certificazione possono contribuire a rendere queste valutazioni più omogenee e a rafforzare il coordinamento tra Stati membri.

Nel complesso, la proposta si inserisce in una traiettoria in cui la cybersecurity assume una dimensione sempre più strategica. Il rafforzamento dei requisiti tecnici, dei meccanismi di certificazione e delle valutazioni sui fornitori contribuisce a definire le condizioni concrete di utilizzo delle tecnologie nel mercato europeo, con effetti che si estendono oltre il perimetro strettamente normativo. La portata effettiva di tali effetti dipenderà dall’evoluzione del processo legislativo e dalle modalità di attuazione del nuovo quadro.

L’alfabetizzazione finanziaria come asset strategico per il Sistema Italia

BY MARCELLO PRESICCI – 6 MAGGIO 2026 – www.fortuneita.com

In un mondo globalizzato dove l’economia reale e la finanza digitale si intrecciano con una velocità senza precedenti, la capacità di gestire il proprio patrimonio, piccolo o grande che sia, non è più un’abilità accessoria, ma una competenza di cittadinanza fondamentale. Eppure, per l’Italia, il tema dell’educazione finanziaria continua a rappresentare una sfida aperta, un gap strutturale che incide non solo sulla serenità dei singoli nuclei familiari, ma sulla competitività complessiva del Sistema Paese. Guardando ai dati più recenti del 2025 e del 2026, emerge un paradosso tipicamente nostrano: siamo un popolo di grandi risparmiatori, capaci di accumulare ricchezza con una costanza ammirevole, ma restiamo troppo spesso confinati in una “zona grigia” di analfabetismo funzionale quando si tratta di far fruttare o proteggere quel risparmio.

Il panorama attuale ci restituisce una fotografia a tinte chiaroscure. Se da un lato l’indice di alfabetizzazione finanziaria degli italiani mostra timidi segnali di miglioramento, con circa il 40% della popolazione che raggiunge la sufficienza nelle competenze di base, dall’altro restiamo stabilmente nelle retrovie delle classifiche OCSE. Il vero nodo gordiano risiede nel passaggio dalla teoria alla pratica quotidiana. Sapere, per esempio, cosa sia l’inflazione è un concetto che la recente fiammata dei prezzi ha reso dolorosamente concreto, ma comprendere come difendere il potere d’acquisto attraverso una corretta diversificazione del portafoglio o la conoscenza degli strumenti previdenziali integrativi resta ancora un traguardo lontano per la maggioranza.

Per elevare il livello di consapevolezza nazionale, è necessario agire su più fronti simultaneamente, superando l’approccio episodico delle campagne informative per abbracciare una visione sistemica. Una pietra miliare in questo percorso è stata l’integrazione dell’educazione finanziaria nei programmi scolastici all’interno dell’educazione civica, una riforma che nel biennio 2024-2026 ha finalmente iniziato a produrre i primi frutti e che ha visto la FEduF, presieduta da Stefano Lucchini, in prima linea.

Guardando oltre i nostri confini, l’Europa offre modelli virtuosi che l’Italia dovrebbe osservare con estrema attenzione. In paesi come l’Estonia o l’Austria, l’educazione finanziaria è trattata come una vera e propria infrastruttura strategica. L’Estonia, in particolare, ha saputo coniugare la sua vocazione digitale con la formazione economica, creando portali interattivi e dibattiti nazionali che coinvolgono attivamente i giovani fin dalle scuole elementari, portandoli a livelli di competenza tra i più alti al mondo. In Austria, la Strategia Nazionale per l’Educazione Finanziaria ha introdotto strumenti innovativi come la “Personal Inflation App”, che permette ai cittadini di calcolare l’impatto reale dell’aumento dei prezzi sul proprio paniere di spesa specifico. Questi esempi dimostrano che la chiave del successo risiede nel rendere la finanza un tema quotidiano, accessibile e, soprattutto, utile a risolvere problemi reali.

Un altro pilastro fondamentale per il rilancio italiano è il superamento del gender gap finanziario. Le indagini continuano a mostrare una distanza significativa tra le competenze economiche degli uomini e quelle delle donne, un divario che non ha alcuna giustificazione razionale ma che affonda le radici in retaggi culturali ormai anacronistici. Promuovere l’indipendenza economica femminile non è solo una questione di equità sociale, ma un formidabile motore di crescita economica: una gestione più consapevole delle risorse da parte delle donne si traduce statisticamente in investimenti più prudenti, una maggiore attenzione al risparmio previdenziale e una gestione familiare più resiliente agli shock esterni.

In un ecosistema economico sempre più interconnesso, il ruolo delle imprese private nell’elevare la cultura finanziaria non può più essere considerato un’attività di mera responsabilità sociale d’impresa, ma un investimento strategico sulla qualità del capitale umano. L’azienda moderna è il luogo in cui il reddito viene generato e, di conseguenza, rappresenta il contesto ideale per educare alla sua gestione consapevole. In quest’ottica, il lavoro svolto da realtà come il nostro Advisory Board della FEduF (Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, nata nel 2014 su iniziativa dell’Associazione Bancaria Italiana (ABI), traccia una rotta fondamentale: quella di una collaborazione strutturata tra il mondo bancario, le istituzioni e il tessuto produttivo.

Le imprese hanno la possibilità di trasformarsi in veri e propri hub formativi, integrando programmi di benessere finanziario all’interno del welfare aziendale. Non si tratta solo di offrire benefit economici, ma di fornire ai dipendenti gli strumenti cognitivi per comprendere la busta paga, gestire il debito, pianificare la previdenza complementare e valutare le opzioni di investimento assicurativo. Un lavoratore finanziariamente consapevole è un lavoratore meno stressato, più produttivo e più resiliente di fronte alle incertezze del mercato, con ricadute positive dirette sul clima aziendale e sull’ attrattività dei talenti. Infine, l’educazione finanziaria è vitale per le Casse di previdenza: garantisce scelte d’investimento consapevoli, mitiga i rischi e assicura la sostenibilità di lungo periodo. Professionisti informati comprendono meglio il nesso tra contributi e prestazioni, tutelando il proprio futuro previdenziale.

Donne e denaro, l’educazione finanziaria è strumento di libertà

19 Aprile 2026 Simona Rossitto AlleyBooks – https://alleyoop.ilsole24ore.com/

Una donna indipendente a livello economico, che ha un conto corrente, che sa gestire le sue finanze è anche una donna più libera. Una donna che, anche in una situazione di violenza all’interno di un rapporto affettivo, è più capace e pronta a lasciare il partner e andare avanti da sola. Lo spiega, con dati, testimonianze, disamine accurate, il saggio “Denaro al femminile: una sfida possibile” di Chiara Galgani e Valeria Santoro. Ne nasce una chiara fotografia del fenomeno della disuguaglianza economica di genere che comprende varie declinazioni tra le quali il gender credit gap, il gender pay gap, il gender gap nelle pensioni.

Dopo aver indagato in una precedente pubblicazione il concetto di leadership al femminile (con il libro dal titolo “Leadership femminile: esiste davvero?”), con questo nuovo lavoro le autrici (Galgani lavora da 25 anni nella comunicazione d’impresa, Santoro è giornalista finanziaria dal 2003) fanno luce su un rapporto da sempre difficile per le donne: la gestione del denaro, storicamente considerata “roba da uomini”. Perché le donne fanno ancora fatica a parlare di denaro e gestirlo con sicurezza? Quando nasce questo “cattivo” rapporto delle donne con i soldi?

Per rispondere a queste domande le autrici partono da un’interessante e attenta disamina storica, passando per i numeri della disuguaglianza e raccontando gli episodi cruciali in cui donne pioniere si sono distinte per avere abbattuto importanti soffitti di cristallo. La strada da fare è ancora lunga, ma sicuramente i successi, a guardare anche la storia recente, sono tanti e vanno celebrati. I progressi sono innegabili, e anche le role model femminili ai vertici della finanza – varie figure spiccano anche a livello europeo e italiano, basti pensare alla Bce, a Borsa Italiana, al gruppo bancario Santander- sono un esempio di leadership femminile che potrebbe fare la differenza anche a livello sistemico.

Se è vero che ancora i dati sui conti corrente delle donne raccontano una storia di disparità, è anche vero che, in un passato neanche tanto remoto, la situazione era di gran lunga peggiore. Alle donne erano tagliate alle radici le opportunità di studiare, lavorare, gestire i soldi. «Tra le nostre madri e le nostre nonne – scrive Alessandra Perrazzelli, già vicedirettrice generale della Banca d’Italia nella prefazione -, nate tra le due guerre, innumerevoli sono i casi di donne escluse dalla ripartizione delle eredità familiari. Tra le famiglie meno abbienti, erano i figli maschi che potevano proseguire gli studi, privando così le figlie anche della possibilità di accumulare capitale umano».

Tuttavia, il quadro generale è ancora segnato da asimmetrie. Il volume, una volta individuate la cause, individua anche le vie di soluzione. «Bisogna avere il controllo delle proprie risorse economiche, perché solo così si può avere il controllo della propria vita». Ad affermarlo è Claudia Cattani, presidente di Bnl Bnp Paribas, una delle otto donne- manager ai vertici della finanza – che si raccontano e raccontano in particolare il loro rapporto con il danaro, fornendo utili consigli e suggerimenti.

Una cultura secolare e millenaria non è facile da sconfiggere ma le autrici ci indicano anche una strada che ha come chiave, tra le altre politiche di equità e inclusione, l’incentivazione dell’educazione finanziaria, per aumentare la consapevolezza e la capacità di gestire risorse e investimenti. Un lavoro fondamentale soprattutto per le generazioni più giovani, affinché non si sottovaluti più la questione della gestione del denaro. «Molte giovani donne – dice Silvia Rovere, presidente di Poste Italiane – si sentono libere ma sottovalutano la questione economica. Non la presidiano, E invece le ragazze devono sapere che l’autonomia non sarà mai completa se non impareranno a gestire i soldi».


Titolo: “Denaro al femminile: una sfida possibile”
Autrici: Chiara Galgani, Valeria Santoro
Editore: FrancoAngeli
Prezzo: 19 euro


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Gen Z: consuma di più, guadagna di meno e si indebita

La fotografia arriva da un report che indica fenomeni in aumento come il “subscription debt” e il “marketing emozionale”

di Eleonora Lorusso – 18.04.2026 – www.donnamoderna.com

La Gen Z non sogna più di comprare la casa, o quantomeno non mira a risparmiare per investire nel caro vecchio, vecchio mattone. È un dato di fatto e numerose indagini lo hanno confermato. Una appena condotta sui nati tra il 1997 e il 2012, però, mostra un altro aspetto dei giovani consumatori: spesso compulsivi, poco capaci di gestire il proprio bilancio, a volte vittime persino di “trappole” digitali, come la sottoscrizione di numerosi (troppi) abbonamenti, ai quali poi non riescono a far fronte. Perché?

La Gen Z fatica a far quadrare i conti
La nuova fotografia della Gen Z arriva dall’European Consumer Payment Report 2025 di Intrum, secondo cui i giovani tra i 14 e i 29 anni rappresentano la fascia di età di maggiori consumatori. Nel “paniere” rientrano, però, per lo più beni immateriali, che sottraggono risorse che i loro genitori e nonni avrebbero riservato (e riservavano) al pagamento di bollette e spese necessarie quotidiane. Se il concetto di risparmio per investimenti sicuri – “il caro vecchio mattone”, quindi l’acquisto della casa – appartiene al passato, oggi il vero problema è il rischio di indebitamento. Secondo la ricerca, benil 45% dei giovani dichiara di non riuscire a pagare puntualmente le utenze, spesso per mancanza di liquidità.

Giovani vittime di stress finanziario
«Non mi sorprende, anzi è coerente con quello che osserviamo sul campo. I giovani oggi vivono in un contesto digitale che stimola consumo immediato e gratificazione istantanea. Dai nostri dati emerge un elemento chiave: più della metà dei ragazzi si informa su economia e denaro tramite social e famiglia (57%). Ciò espone la Gen Z allo stress finanziario: seil 47% avverte la pressione sociale sui propri comportamenti finanziari, quasi la metà fa fatica a coprire le spese correnti», commenta Claudia Segre, Presidente e Fondatrice di Global Thinking Foundation, impegnata nell’educazione finanziaria, in particolare delle donne, e contro la violenza economica.

Poca educazione finanziaria, molti nuovi pericoli
«Se da un lato manca l’educazione nella gestione delle proprie risorse, esistono però anche altri e nuovi pericoli, che minacciano le finanze dei giovani. Come spiega ancora Segre, infatti «Spesso manca una base strutturata di educazione finanziaria. In più la nostra ricerca ADA Economics/Ipsos, condotta nel 2024, mostrava che il 63% degli adulti gioca d’azzardo e che una quota crescente usa il trading con logiche di breve periodo: si tratta di modelli comportamentali che inevitabilmente influenzano anche i più giovani».

Retribuzioni troppo basse
Ciò che caratterizza la Gen Z, poi, è il fatto di essere la generazione di coloro che sono appena entrati nel mondo del lavoro: una fetta di popolazione che, come evidenziano i ricercatori, conta retribuzioni medie più basse e discontinue: i contratti di collaborazione o – quando va bene – le assunzioni a tempo determinato hanno infatti sostituito in larga parte i rapporti a tempo indeterminato. Ciononostante verrebbe da pensare che, proprio in virtù di minori ingressi, si dovrebbe prestare più attenzione alle uscite. Perché non è così?

Un problema comportamentale
A rispondere è ancora Segre: «Perché il tema non è solo economico, ma comportamentale. I ragazzi hanno entrate discontinue, ma sono immersi in ambienti digitali progettati per spingere al consumo. Le piattaforme funzionano come “architetture della scelta”: rendono facile comprare e difficile fermarsi. Si emulano gli stili di vita dei social e lo vediamo chiaramente anche nelle scuole: c’è una tendenza a usare il denaro in modo poco consapevole e a cercare soluzioni rapide alle difficoltà. In un mix letale fatto di scarsa pianificazione, pressione sociale e accesso immediato al credito (buy now pay later, app, gaming)».

Meno risparmio, più esperienze di vita
C’è chi spiega la fotografia con motivazioni sociologiche: proprio per l’incertezza del futuro si tende a vivere maggiormente il presente, a costo di indebitarsi. «L’incertezza porta a vivere il presente (“consumo esperienziale”), ma il vero problema è non saper valutare le conseguenze – osserva Segre – C’è un dato molto chiaro: solo una minoranza comprende davvero il rapporto tra rischio e rendimento, mentre molti associano il guadagno veloce a strumenti rischiosi come trading o le scommesse. Il paradosso è che l’85% si lamenta per una scarsa educazione finanziaria nei programmi scolastici».

Arginare le dipendenze digitali economiche
Va in questa direzione un progetto promosso proprio da Global Thinking Foundation: «Si chiama “Dipendenze: NO, Grazie!”: l’obiettivo è lavorare per arginare le dipendenze digitali economiche, concentrandoci proprio su consapevolezza, capacità di scelta e riconoscimento dei rischi. I risultati si vedono: dopo i nostri interventi nelle scuole, oltre il 50% degli studenti raggiunge livelli alti di consapevolezza sui rischi derivanti dall’esposizione a queste derive comportamentali», spiega Claudia Segre.

Differenze tra maschi e femmine
Anche in questo ambito esistono poi differenze di genere: un tempo si riteneva che fosse l’uomo a portare a casa lo stipendio e la donna a occuparsi del bilancio familiare, perché più “oculata”. «Le differenze esistono, ma stanno cambiando. Dai dati ADA Economics/Ipsos emerge, per esempio, che gli uomini sono più esposti a comportamenti rischiosi (gaming, azzardo, trading frequente), mentre le donne mostrano maggiore cautela, ma possono essere più vulnerabili in condizioni di fragilità economica», chiarisce Segre.

Vulnerabilità diverse
Ma emerge anche un altro dato interessante: «In alcune fasce adulte, le donne tendono a cercare soluzioni rapide (anche azzardo) per compensare difficoltà economiche. Quindi oggi non parlerei più di “donne più oculate”, ma di vulnerabilità diverse – dice Segre – Nella gestione familiare, secondo le nostre ricerche, risulta che il 33,3% delle donne intervistate non sa impostare un budget familiare (di queste, circa il 30% non sa cosa sia). Come se si fosse persa un’eredità culturale, tanto che il 96% dichiara di usare l’home banking, affidandosi così solo al conto corrente per gestire le spese, senza una visione di medio termine. Questa è una di quelle conoscenze che potrebbero essere insegnate, in famiglia o a scuola».

Come riconoscere il marketing emozionale
Tornando ai social, secondo il report secondo l’European Consumer Payment Report 2025, il 71% dei giovani è consapevole che offrono modelli di vita irrealistici, ma ben il 39% ammette di essersi indebitato proprio per adeguarsi. Il report indica che i contenuti sponsorizzati spingono ad acquisti impulsivi, che sono in crescita. «Lo shopping compulsivo online è alimentato dagli influencer. I giovani sono “ingaggiati” tramite una personalizzazione algoritmica, alimentando così un’esposizione mirata di quello che si definisce il “marketing emozionale” – spiega Segre – Parliamo di comportamenti che danno piacere immediato, ma generano poi senso di colpa e perdita di controllo».

Subscription debt: micro-acquisti, macro spese
Anche gli acquisti a rate, che nulla hanno a che vedere con quelli del passato, sono fattori che contribuiscono alla fragilità economica dei nuovi consumatori. Oggi si parla di “subscription debt”: ci si fa “ingolosire” per la possibilità di ricorrere a “micro-pagamenti” o formule come “compra adesso, paga dopo” che però, sommati, diventano insostenibili: basti pensare agli abbonamenti per canali streaming, al mondo del gaming, ma anche alle palestre o al delivery, che insieme superano tranquillamente i 100 euro al mese. Cifre che, pur non sembrando “invisibili” alla fine portano a non riuscire a pagarle. A rendere tutto più rischioso sono strumenti digitali come le carte revolving.

La Gen Z non è irresponsabile, ma va supportata
Attenzione, però, a colpevolizzare la Gen Z: «Le nuove dipendenze (gaming, trading, shopping) condividono gli stessi meccanismi delle dipendenze tradizionali. La Gen Z non è irresponsabile: è semplicemente cresciuta in un ecosistema che rende facile consumare e difficile scegliere. Laddove i figli non vengano educati ad una cultura finanziaria, saranno propensi a ripetere, nella loro vita da adulti, quello che hanno visto fare in famiglia (assenza di dialogo, condivisione e confronto). Occorre condividere le dinamiche e le scelte legate ai soldi. Solo in questo modo le ragazze e i ragazzi prenderanno confidenza con l’uso del denaro e perderanno la ritrosia a parlarne apertamente. Per questo oggi l’educazione finanziaria non è più un’opzione, ma una forma di tutela sociale», conclude Segre.

Cybersicurezza, difese più rapide con l’AI. E la governance diventa il vero banco di prova

Federica Meta – Direttrice – Pubblicato il 4 mag 2026 – www.corrierecomunicazioni.it

Con attacchi sempre più automatizzati e mirati, aziende e istituzioni sono spinte a integrare nuovi strumenti nei presìdi digitali: il vantaggio operativo arriva solo se dati, responsabilità e supervisione umana sono definiti prima della messa in campo. Una sfida anche per le telco. L’analisi del World Economic Forum e Kpmg

L’intelligenza artificiale sta sparigliando le carte nella cybersecurity. Il white paper Empowering Defenders: AI for Cybersecurity, realizzato dal World Economic Forum in collaborazione con Kpmg, mette a fuoco le condizioni necessarie per usare l’intelligenza artificiale nella sicurezza informatica in modo efficace e controllato. Il documento analizza applicazioni già operative lungo l’intero ciclo della cybersecurity, dalla governance alla threat intelligence, dalla protezione dei sistemi alla risposta agli incidenti. L’obiettivo è fornire a executive e chief information security officer un percorso di adozione basato su priorità aziendali, qualità dei dati, competenze, progetti pilota e supervisione umana.

In questo contesto l’intelligenza artificiale può generare benefici nella sicurezza informatica, ma solo quando viene adottata con una strategia precisa. Non basta introdurre nuovi strumenti nei processi esistenti. Quello che serve sono priorità aziendali definite, dati affidabili, processi documentati, competenze adeguate, infrastrutture compatibili e regole di governance in grado di stabilire ruoli, responsabilità e limiti.

E gli executive e chief information security officer dovrebbero seguire un percorso progressivo: prima occorre collegare l’adozione dell’intelligenza artificiale agli obiettivi dell’organizzazione; poi bisogna valutare la maturità interna, avviare progetti pilota, misurarne i risultati e solo in seguito passare a una diffusione più ampia. Il valore dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity dipende dalla capacità di inserirla in un modello di gestione del rischio già solido.

Indice degli argomenti
La pressione degli attacchi spinge verso nuovi strumenti
Dati interni e contesto aziendale fanno la differenza
Governance, audit e controllo delle policy
Threat intelligence e individuazione dei rischi
Protezione del software, cloud e identità
Rilevamento delle minacce e riduzione del rumore operativo
Incident response: tempi più brevi e processi più coerenti
Ripristino e continuità operativa restano meno sviluppati
La governance riduce il rischio di dipendenza dagli automatismi
Soluzioni interne, fornitori e modelli ibridi
Agentic AI, autonomia da gestire con cautela
Per le imprese conta la capacità di misurare i risultati
La difesa digitale dipenderà da equilibrio e controllo
La pressione degli attacchi spinge verso nuovi strumenti
E l’AI cambia anche a velocità e complessità delle minacce. Gli attaccanti usano strumenti basati sull’intelligenza artificiale per accelerare la ricognizione, individuare vulnerabilità, generare codice malevolo, costruire campagne di phishing più credibili e aggirare alcuni controlli tradizionali. Si tratta di una “svolta” che aumenta la pressione sui team di sicurezza, che devono analizzare grandi quantità di segnali e intervenire in tempi sempre più brevi.

Una trasformazione che i dati raccontano bene. Il 94% degli intervistati nel Global Cybersecurity Outlook 2026, citato nel paper, considera l’intelligenza artificiale il principale fattore di cambiamento nella cybersecurity. Il 77% delle organizzazioni dichiara già di usarla in attività di sicurezza. L’adozione, però, non è uniforme. Le grandi imprese dispongono in genere di maggiori risorse economiche, dati più strutturati e competenze tecniche più sviluppate. Le organizzazioni più piccole, le amministrazioni pubbliche e le realtà non profit incontrano invece maggiori ostacoli legati a budget, personale e maturità dei processi.

Per quanto riguarda i benefici misurabili, l’88% dei team di sicurezza segnala risparmi di tempo e maggiori possibilità di dedicarsi ad attività preventive. Le organizzazioni che usano in modo esteso l’intelligenza artificiale nella sicurezza hanno ridotto di circa 80 giorni i tempi legati alle violazioni e di 1,9 milioni di dollari il costo medio degli incidenti. Numeri, questi, che spiegano perché la cybersecurity stia diventando uno degli ambiti più concreti di applicazione dell’intelligenza artificiale in azienda.

Dati interni e contesto aziendale fanno la differenza
Uno dei temi centrali riguarda la qualità del contesto disponibile ai difensori. Gli attaccanti osservano l’organizzazione dall’esterno e cercano punti deboli. I team di sicurezza, invece, possono usare dati interni su asset, utenti, configurazioni, vulnerabilità, log, processi e priorità di business. Se questi dati sono completi e accessibili, l’intelligenza artificiale può aiutare a distinguere i segnali rilevanti dal rumore operativo.

Questo aspetto è particolarmente importante nella gestione delle vulnerabilità. Un sistema intelligente può valutare non solo la gravità teorica di una falla, ma anche il ruolo dell’asset coinvolto, la probabilità di sfruttamento, la presenza di minacce attive e il possibile collegamento con altre debolezze. In questo modo i team possono concentrare gli interventi sulle situazioni più rischiose.

La priorità non è automatizzare ogni attività, ma migliorare la qualità delle decisioni. Molte organizzazioni rischiano di adottare strumenti avanzati senza aver prima chiarito quali problemi intendano risolvere: certamente l’intelligenza artificiale può ridurre i tempi di analisi, suggerire azioni e supportare il lavoro degli analisti, ma non sostituisce la necessità di una valutazione umana nei casi ad alto impatto.

Governance, audit e controllo delle policy
Il white paper organizza i casi d’uso lungo le sei funzioni del Cybersecurity Framework 2.0 del National Institute of Standards and Technology: governare, identificare, proteggere, rilevare, rispondere e recuperare. La prima funzione, quella della governance, riguarda il controllo dei rischi, la conformità alle norme, la coerenza delle policy e l’allineamento tra sicurezza e requisiti di business.

In questo ambito l’intelligenza artificiale può verificare configurazioni, audit trail e implementazione dei controlli. Può anche aiutare a confrontare requisiti regolatori diversi, riducendo la complessità per le organizzazioni che operano in più Paesi. Un altro campo di applicazione riguarda la validazione delle policy interne, ad esempio per controllare se standard di password, autenticazione multifattore o impostazioni cloud siano applicati correttamente.

Il caso Rubrik citato dal report mostra un uso avanzato dell’intelligenza artificiale nella revisione della sicurezza dei prodotti. L’azienda ha sviluppato una piattaforma con più agenti per analizzare documenti di design, diagrammi architetturali e codice sorgente. Il sistema genera valutazioni di rischio, mappa le minacce, verifica le correzioni implementate e produce report di certificazione. Secondo il white paper, questo approccio ha aumentato di tre volte la copertura delle revisioni, ridotto del 50% i tempi e migliorato l’accuratezza dei risultati.

Threat intelligence e individuazione dei rischi
La funzione di identificazione riguarda la mappatura dell’ambiente digitale, l’inventario degli asset e la valutazione dei rischi. È uno degli ambiti in cui il report registra un numero elevato di casi d’uso. L’intelligenza artificiale può trasformare grandi quantità di dati grezzi in informazioni utilizzabili dagli analisti, collegare indicatori di compromissione, individuare relazioni tra campagne malevole e supportare attività di threat intelligence.

Kpmg, ad esempio, ha addestrato un modello personalizzato sul proprio archivio di intelligence. Gli analisti possono interrogarlo in linguaggio naturale e ricevere contesto, collegamenti tra attacchi, risultati di sandboxing e indicazioni sui possibili gruppi responsabili. Il risultato indicato è un aumento del 25% dell’efficienza operativa, con minore lavoro manuale e maggiore capacità di seguire più attori malevoli in parallelo.

Microsoft, attraverso la Digital Crimes Unit, ha sviluppato Haystack, uno strumento che usa l’intelligenza artificiale per individuare rapidamente indicatori di minaccia all’interno di grandi volumi di documenti e risposte legali. L’obiettivo è ridurre i tempi delle indagini forensi e rendere più semplice la comunicazione delle informazioni ai team difensivi e ai clienti. Il report segnala che attività prima misurate in ore possono essere completate in pochi minuti.

Un altro caso riguarda Accenture, che ha applicato l’intelligenza artificiale alla gestione della propria superficie d’attacco esterna. Agent Oliver analizza siti esposti su Internet, controlla la presenza di problemi comuni e testa applicazioni web tramite agenti specializzati. L’azienda lo ha distribuito su oltre 100mila siti, riducendo il tempo di analisi per ciascun sito da circa 15 minuti a meno di un minuto.

Protezione del software, cloud e identità
La funzione di protezione riguarda le misure che limitano la probabilità o l’impatto degli attacchi. Il report cita applicazioni nella sicurezza del software, nella gestione delle configurazioni, nella protezione dei domini, nella classificazione dei dati, nell’identity management e nella formazione del personale.

Google rappresenta uno dei casi più rilevanti. Big Sleep, agente basato sull’intelligenza artificiale, cerca vulnerabilità sconosciute nel software. CodeMender, sviluppato da Google DeepMind, genera patch per correggere problemi di sicurezza. Le correzioni vengono comunque sottoposte alla revisione di ricercatori umani prima di essere proposte upstream. Secondo il documento, CodeMender ha già corretto più di 100 problemi critici, inclusi casi in codebase complesse come il motore JavaScript V8.

AXIS Capital usa l’intelligenza artificiale per integrare controlli di sicurezza nei processi di sviluppo applicativo e nelle architetture cloud. Il sistema analizza codice e configurazioni, valuta il rischio in base a sfruttabilità e impatto sul business, suggerisce rimedi e monitora in tempo reale le configurazioni cloud. L’obiettivo è ridurre il carico sugli sviluppatori e prevenire errori prima che arrivino in produzione.

Nel caso del Dubai Electronic Security Center, l’intelligenza artificiale è applicata alla protezione della navigazione. RZAM, estensione browser e app mobile, analizza in tempo reale le pagine web per bloccare contenuti malevoli. Il sistema è stato addestrato su oltre un milione di Url e, secondo il report, raggiunge un’accuratezza superiore al 95% nell’identificazione dei siti malevoli.

Rilevamento delle minacce e riduzione del rumore operativo
Il rilevamento è oggi uno degli ambiti più maturi. I team di sicurezza devono controllare endpoint, rete, identità, e-mail, applicazioni e ambienti cloud. Il volume degli alert rende difficile distinguere rapidamente gli eventi realmente critici. L’intelligenza artificiale può contribuire alla prioritizzazione, alla correlazione e all’analisi dei comportamenti anomali.

Allianz ha sviluppato un sistema di analisi basato su ipotesi per evitare la raccolta centralizzata di quantità ingestibili di dati dagli endpoint. Invece di trasferire tutti i dati, il sistema genera ipotesi quando si attiva un alert, individua quali informazioni servono per verificarle e le recupera on demand tramite interfacce forensi. Questo consente di svolgere analisi su larga scala senza sovraccaricare l’infrastruttura.

Il Canadian Centre for Cyber Security ha integrato funzionalità di sintesi basate sull’intelligenza artificiale in Assemblyline, sistema open source di analisi e triage del malware. La piattaforma usa oltre 50 servizi analitici e può gestire milioni di file al giorno. Le nuove funzioni aiutano a ridurre il carico cognitivo degli analisti e a trasformare risultati tecnici in informazioni operative.

Santander ha usato l’intelligenza artificiale per migliorare il rilevamento del phishing. La soluzione combina analisi del dominio, ispezione visiva, controllo del brand e analisi semantica. Un modello linguistico multilingue, addestrato internamente, riconosce anche le tecniche psicologiche tipiche dei messaggi fraudolenti, come urgenza, autorità o scarsità. Il report indica un miglioramento di almeno il 10% nell’efficacia del rilevamento.

IBM, con ATOM, automatizza indagini e triage nei servizi gestiti di sicurezza. Il sistema gestisce circa il 95% delle investigazioni quotidiane, mentre gli analisti si concentrano sulla supervisione e sulle escalation. I risultati indicati includono oltre 850 ore di lavoro automatizzate al mese e una riduzione del 37% dei tempi di indagine.

Incident response: tempi più brevi e processi più coerenti
La risposta agli incidenti richiede raccolta di informazioni, classificazione, contenimento, comunicazione e decisioni rapide. Il report mostra che l’intelligenza artificiale può supportare ogni fase, dalla ricostruzione della timeline alla raccomandazione di contromisure, fino alla produzione di report per pubblici diversi.

Petronas ha integrato funzioni intelligenti nei flussi di lavoro del proprio Security operation center. Gli analisti ricevono sintesi in tempo reale degli incidenti, indicazioni sui passaggi successivi, traduzione dal linguaggio naturale alle query e supporto nella raccolta del contesto. Dopo un pilot di sei mesi, l’organizzazione ha ottenuto in tre mesi una riduzione del 30-40% nei tempi di risposta e risoluzione. Anche il tempo di preparazione dei nuovi analisti è migliorato del 50%.

Standard Chartered ha adottato una strategia di iper-automazione per SOC e case management. La piattaforma assegna punteggi dinamici di rischio, prioritizza alert e casi, arricchisce le segnalazioni con contesto e aiuta gli analisti a produrre sintesi e comunicazioni. L’approccio è stato introdotto gradualmente con guardrail, osservabilità e controlli di disattivazione. Il report segnala una riduzione del 25-35% dello sforzo manuale di triage e un miglioramento del 20-30% nel tempo necessario alla classificazione.

Dream Group ha sviluppato una capacità interna di analisi malware assistita dall’intelligenza artificiale. Il sistema esamina il codice malevolo, individua tecniche di persistenza, escalation, movimento laterale e comunicazione con gli attaccanti. Produce output strutturati, spiegabili e verificati dagli analisti. Secondo il documento, il tempo per generare indicazioni di remediation si è ridotto fino al 95%.

Ripristino e continuità operativa restano meno sviluppati
Il recupero dopo un incidente è l’area in cui l’adozione appare più limitata. Il white paper osserva che le applicazioni dell’intelligenza artificiale in questa fase sono spesso concettuali o ancora in esplorazione. Eppure il potenziale è rilevante, perché il ripristino riguarda la continuità delle operazioni, l’aggiornamento dei piani di recovery, la verifica delle dipendenze e il rafforzamento della resilienza.

L’intelligenza artificiale può supportare la creazione e la gestione dei piani di recupero analizzando dipendenze tra sistemi, scenari di rischio e dati storici sugli incidenti. Può anche aiutare a testare i piani attraverso simulazioni di guasti estesi, individuando lacune e proponendo miglioramenti.

Per le organizzazioni che dipendono da infrastrutture digitali complesse, questo tema è centrale. La sicurezza non riguarda soltanto il blocco degli attacchi, ma anche la capacità di ripristinare servizi, limitare l’impatto operativo e aggiornare i processi dopo un evento. La resilienza richiede prevenzione, risposta e recupero integrati.

La governance riduce il rischio di dipendenza dagli automatismi
Il report dedica attenzione al rischio di eccessiva fiducia nei sistemi intelligenti. L’uso esteso dell’intelligenza artificiale può ridurre la fatica operativa, ma può anche indebolire le competenze se gli analisti smettono di svolgere attività critiche in prima persona. Quando un sistema automatico sbaglia, si interrompe o produce risultati non attendibili, l’organizzazione deve conservare la capacità di intervenire.

Per questo il documento raccomanda di mantenere un equilibrio tra automazione e giudizio umano. I team dovrebbero simulare anche scenari di fallimento dei sistemi intelligenti e predisporre meccanismi di continuità operativa. I processi devono restare comprensibili, verificabili e modificabili.

Il tema riguarda anche la formazione. Il 54% delle organizzazioni considera la carenza di talenti qualificati il principale ostacolo all’adozione dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity. Le competenze richieste cambiano: non basta conoscere un singolo strumento. Servono capacità tecniche, pensiero critico, problem solving e abilità di comunicare risultati complessi a interlocutori non tecnici.

L’intelligenza artificiale può ridurre alcune attività manuali, ma aumenta la necessità di professionisti capaci di interpretare, validare e governare i risultati.

Soluzioni interne, fornitori e modelli ibridi
Una decisione rilevante riguarda la scelta tra sviluppare soluzioni interne o acquistare prodotti da vendor. Il report evidenzia che entrambe le opzioni presentano vantaggi e limiti. Le soluzioni costruite internamente offrono maggiore controllo su dati, architettura e modelli, oltre a una personalizzazione più elevata. Richiedono però investimenti consistenti, competenze specialistiche e capacità di manutenzione.

Le soluzioni commerciali consentono tempi di adozione più rapidi e riducono la domanda iniziale di competenze interne. Possono però generare dipendenza dal fornitore, minore flessibilità, costi crescenti nel tempo e rischi legati a portabilità dei dati, compliance e stabilità del vendor.

Molte organizzazioni adotteranno un modello ibrido. Le funzioni più standardizzate potranno essere coperte da strumenti commerciali. Le capacità considerate strategiche o legate a dati particolarmente sensibili potranno essere sviluppate internamente. La scelta dovrebbe dipendere dal ruolo che la cybersecurity ha nel modello di business, dal livello di controllo necessario e dalla disponibilità di competenze.

Agentic AI, autonomia da gestire con cautela
La parte finale del white paper guarda all’evoluzione verso l’agentic AI. Con questa espressione si indicano sistemi in grado di pianificare, coordinare ed eseguire attività con livelli crescenti di autonomia. Nel campo della sicurezza, agenti specializzati potrebbero collaborare su threat intelligence, gestione delle vulnerabilità, rilevamento, risposta e mitigazione.

Il report descrive quattro livelli di autonomia. Nel primo, l’intelligenza artificiale assiste l’analista organizzando dati e producendo sintesi. Nel secondo, raccomanda azioni che devono essere approvate da un essere umano. Nel terzo, esegue azioni reversibili, mentre gli operatori monitorano e possono intervenire. Nel quarto, agisce in modo indipendente, con controlli affidati ad audit o ad altri agenti supervisori.

La scelta del livello corretto dipende dal rischio e dalla reversibilità dell’azione. Bloccare temporaneamente un indirizzo IP sospetto è diverso dall’isolare un sistema critico o revocare credenziali con impatto su servizi essenziali. Le azioni a basso rischio e facilmente annullabili possono essere automatizzate con maggiore libertà. Le decisioni ad alto impatto richiedono supervisione umana più forte.

L’agentic AI introduce anche nuovi problemi. Gli agenti possono ampliare la superficie d’attacco, essere manipolati, ricevere obiettivi configurati male o produrre comportamenti inattesi. In ambienti multi-agente, un errore può propagarsi rapidamente. Per questo servono guardrail tecnici, controlli di governance, tracciabilità delle decisioni e responsabilità definite.

Per le imprese conta la capacità di misurare i risultati
Il percorso suggerito dal white paper parte da una domanda semplice: quale risultato deve produrre l’intelligenza artificiale nella cybersecurity? Le risposte possono riguardare la riduzione del rischio, tempi più brevi di indagine, minore carico sugli analisti, migliore qualità del triage, maggiore copertura dei controlli, riduzione dei costi o migliore conformità normativa.

Senza metriche, i progetti rischiano di restare sperimentazioni isolate. Il documento raccomanda di selezionare piloti con benefici rapidi e misurabili, definire criteri di successo, prevedere punti di uscita e coinvolgere cybersecurity, It e business. Questo approccio riduce il rischio di investire in strumenti che non producono valore reale.

Per le piccole e medie imprese il report suggerisce di partire da uno o due casi d’uso collegati ai rischi più critici. Spesso è possibile usare funzioni già integrate negli strumenti esistenti, senza sviluppare piattaforme complesse. Per le grandi organizzazioni, invece, la priorità è evitare frammentazione. I progetti devono essere coordinati, governati e monitorati nel tempo.

Una volta superata la fase pilota, l’intelligenza artificiale deve essere scalata con attenzione. I modelli possono degradare, i dati possono cambiare, i costi infrastrutturali possono crescere e le minacce possono evolvere. Servono quindi monitoraggio continuo, aggiornamento delle pipeline dati, revisione periodica dei guardrail e report trasparenti verso il management.

La difesa digitale dipenderà da equilibrio e controllo
Il white paper di World Economic Forum e Kpmg mostra che l’intelligenza artificiale è già usata in molti ambiti della cybersecurity: threat intelligence, gestione delle vulnerabilità, protezione del software, rilevamento del phishing, analisi malware, triage degli incidenti e risposta operativa. I casi raccolti indicano benefici concreti in termini di velocità, precisione e capacità di scala.

Il documento chiarisce però che la tecnologia non elimina le responsabilità organizzative. Le imprese devono definire obiettivi, dati, processi, competenze, governance e meccanismi di controllo. Devono anche evitare una dipendenza eccessiva dagli automatismi, conservando competenze interne e capacità di intervento umano.

L’adozione efficace dell’intelligenza artificiale nella cybersecurity richiede un equilibrio tra automazione, supervisione e responsabilità. Le organizzazioni che riusciranno a mantenere questo equilibrio potranno migliorare le proprie difese senza aumentare la fragilità dei processi. Quelle che adotteranno strumenti avanzati senza una strategia rischieranno invece di aggiungere complessità a sistemi già difficili da governare.

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Donne e soldi: imparare a gestirli è il primo passo verso l’autonomia

«Non mi interessa». «Ne capisco poco». «Tanto ci pensa mio marito». Quante volte ce lo siamo dette. Ma superare la paura del denaro, e imparare a gestirlo, è il primo passo per affermare la nostra autonomia. E non diventare inconsapevoli vittime di violenza economica

di Myriam Defilippi

03.05.2026 – www.donnamoderna.com

Oggi, privati come siamo di tante sicurezze del passato, dallo stipendio fisso alla pensione certa, è fondamentale imparare a gestire i propri soldi, stanandoli dal tabù che culturalmente li avvolge e dal timore reverenziale che siano materia da addetti ai lavori. Occuparsi del proprio denaro è un compito di tutti, ma in particolare di chi si trova in una condizione di maggiore fragilità: le donne e i giovani.

A penalizzare le donne non c’è solo il pay gap.

Come dimostra il saggio Denaro al femminile: una sfida possibile di Chiara Galgani e Valeria Santoro (FrancoAngeli), la nostra vita finanziaria si snoda di gap in gap: c’è quello salariale (lo stipendio è in media del 17% più basso di quello degli uomini), quello patrimoniale (le donne possiedono il 35% della ricchezza privata complessiva), quello creditizio (una richiesta di credito viene rifiutata il 20% più spesso alle imprese a guida femminile), e quello pensionistico (l’assegno è inferiore del 30%).

Molte donne sono a rischio di violenza economica
Non solo. Secondo una recente ricerca dell’Istituto Piepoli per Directa SIM, quasi una donna su due dichiara di aver rinunciato almeno una volta a scelte economiche per pressioni o aspettative del partner o della famiglia. Mentre uno studio di Gruppo Sella e Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano rileva che circa 6,5 milioni di italiani si trovano in una condizione di rischio medio o elevato di violenza economica senza esserne consapevoli. E, di questi, la maggioranza sono donne.

Claudia Segre da anni promuove l’educazione digitale e finanziaria
In prima fila per sottolineare il ruolo dell’inclusione finanziaria come viatico per la libertà femminile c’è Claudia Segre: tra le protagoniste del saggio Denaro al femminile, vanta una lunga carriera sui mercati internazionali e da delegata ai meeting di istituzioni come Banca Mondiale e G7/W7. Dieci anni fa ha fondato la Global Thinking Foundation per promuovere l’educazione economica e digitale, soprattutto tra le donne: il prossimo evento pubblico sarà il Financial Health Forum, il 18 maggio a Roma (gltfoundation.com). «Ai nostri sportelli arrivano spesso donne che non hanno coscienza del profilo economico della vita che stanno conducendo» dice. «Non sanno quanto guadagni il loro compagno, quanto costi l’asilo del bambino…».

Troppe donne si sentono inadeguate rispetto alla gestione del denaro
Il retaggio culturale che ancora opera nella nostra società da un lato pone le donne in una condizione di scarsa dimestichezza con i soldi e dall’altro «fa considerare normale il fatto che vengano usate come ammortizzatori sociali a svolgere, da caregiver e non solo, attività domestiche e di cura prive di valorizzazione economica e sociale». Il risultato di questa tradizione così castrante fa sì che in troppe – giovani comprese – il senso di inadeguatezza rispetto alla gestione del denaro produca una paura, mascherata spesso da indifferenza, che le tiene lontane dalle “faccende finanziarie”.

Le ragazze si interessano meno dei ragazzi alle questioni legate ai soldi.

Lo ha constatato anche Bank Station, azienda per la promozione dell’educazione finanziaria fondata da Luca Dann e Francesco Namari. Oltre alle iniziative in scuole e aziende, i loro podcast e attività social riscuotono un indubbio successo, ma faticano a intercettare il pubblico femminile. «Siamo su piattaforme come TikTok e Instagram popolate prevalentemente da giovani e ci segue soprattutto quella fascia d’età. Ma si tratta perlopiù di ragazzi, così come sono quasi solo maschi a commentare» spiega Luca Dann. «Questo succede anche se cerchiamo di essere il più inclusivi possibile e la nostra stessa redazione ha una forte presenza femminile».

Educazione finanziaria non vuol dire austerità
Che tratti del conto corrente o dei mercati valutari, Bank Station sbroglia un linguaggio spesso ostico ma con un approccio che non è quello del “te lo spiego facile”. «Noi tutti in redazione abbiamo un background nel settore bancario-finanziario» continua Dann. «I concetti complessi non diventano semplici, ma cerchiamo di renderli chiari». Il loro libro Educazione finanziaria, per davvero (Longanesi) smonta le narrazioni fuorvianti. «Non troviamo giusto associarla ad austerità e frugalità» aggiunge Dann. «Però fuggiamo anche da chi propone formule tipo “Diventi ricco in una settimana”».

È importante conoscere la finanza comportamentale
Se Bank Station è un nome che omaggia la celebre fermata della metro nel cuore della City londinese, la finanza d’Oltreoceano è stata di ispirazione per il battesimo di Colazione a Wall Street, la piattaforma di Francesco Casarella e Francesca Caterina Santin dedicata a educazione finanziaria e consulenza indipendente. «Puntiamo molto sulla finanza comportamentale, perché è lì lo snodo di tante decisioni di un investitore» dice Santin. «Abbiamo appena lanciato un nuovo progetto, chiamato SHEllino, dove con contenuti video affrontiamo vari aspetti di piccola finanza quotidiana. Un esempio? Giornate come il Black Friday: spieghiamo l’importanza di gestire bene le offerte in periodi in cui molti finiscono con lo spendere troppo».

Negli investimenti facciamo tante scelte inconsapevoli.

La conferma di quali e quanti meccanismi mentali possano sabotare anche le nostre scelte economiche più razionali la offre il nuovo libro di Federica Dossena, Soldi ed emozioni (Apogeo), che propone una carrellata di storie vere di gestione del denaro: protagonisti sono vip come Lucio Dalla, Mike Tyson e Vasco Rossi, ma anche una “semplice” cittadina con un lavoro regolare e spese controllate. In ogni racconto emerge una scelta inconsapevole che conduce a un errore: dall’eccessiva prudenza che può irrigidirci nell’immobilità allo sfarzo divorante, fino a un investimento che pare sicuro ma in realtà nasconde un rischio sotto altra forma.

Per gestire bene i soldi serve una visione chiara
Federica Dossena il 7 maggio sarà tra gli ospiti del Salone del Risparmio di Milano, (salonedelrisparmio.com): quel giorno l’evento è gratuito e aperto al grande pubblico con appuntamenti dal taglio pratico e divulgativo, da “Dove e come investono i fondi pensione?” a “Strumenti pratici per il benessere finanziario“. Dossena sottolinea due punti che tutti dovremmo tenere bene a mente: «Primo: il denaro ha bisogno di visione e non solo di emozione. Secondo: il patrimonio più importante che abbiamo, e che dobbiamo coltivare, è la consapevolezza».

Violenza economica, Differenza Donna: «Riconoscerla è un passo avanti nella libertà delle donne»



Di Chiara Pelizzoni
– www.famigliacristiana.it – 20/4/2026

La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, ha approvato nei giorni scorsi all’unanimità la relazione sulla violenza economica. Un modo per rendere visibile una forma di abuso spesso ignorata. Ne parliamo con la presidente di Differenza Donna, Elisa Ercoli.

La Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere ha approvato nei giorni scorsi all’unanimità la relazione sulla violenza economica. Un passo importante, a detta della deputata di Azione, Elena Bonetti «per dare una definizione chiara, anche a livello normativo, di una forma della violenza maschile contro le donne per troppo tempo non riconosciuta, ma che ha effetti drammatici. Il nostro Paese, negli ultimi anni, ha introdotto strumenti importanti di aiuto alle vittime, come il reddito di libertà e il microcredito di libertà. Serve però insistere per rendere le donne pienamente autonome economicamente. La proposta che fa parte della pdl a mia prima firma, il LeaderShe Act (AC 1818), di prevedere l’obbligo che lo stipendio di una donna venga erogato su un conto corrente a lei intestato va in questa direzione, come evidenziato dalla relazione. Grazie a tutte le colleghe e i colleghi della commissione e in particolare alla Presidente Martina Semenzato per l’importante lavoro che abbiamo svolto».

Con Elisa Ercoli, presidente di Differenza Donna, capiamo in che modo la definizione normativa di violenza economica possa cambiare concretamente la tutela delle donne e l’azione delle istituzioni. «La definizione di violenza economica è importante prima di tutto perché si riconosce una fattispecie di reato che ha anche effetto di consapevolezza sulla società tutta dalle persone che si occupano di altro alle persone che ricoprono ruoli nelle professioni antiviolenza: magistratura, avvocatura, forze dell’ordine, servizi sociali e sanitari. Inoltre, viene riconosciuto anche il mancato mantenimento come forma di violenza economica che noi, esperte attiviste dei centri antiviolenza, proponemmo già negli anni 90 di riconoscere: questa violazione di una indicazione della magistratura in fase di affidamento come grave violazione perché riguarda una percentuale altissima di uomini che, a seguito di separazione, non si attiene a quanto prescritto dal Tribunale senza avere nessuna conseguenza. C’è sempre da fare un’azione culturale che possa accompagnare la maturazione di una nuova consapevolezza e su questo bisognerebbe investire, investimenti mancanti in Italia che impediscono una evoluzione che in altri Paesi si sta realizzando».

Gli strumenti come il reddito e il microcredito di libertà sono sufficienti a garantire una reale autonomia economica, oppure servono interventi strutturali più ampi?

«Il reddito di libertà è una azione che noi utilizziamo molto a sostegno delle donne che stanno in un percorso di fuoriuscita dalla violenza ed è sicuramente utile; certo dobbiamo dire che prova a supplire a discriminazioni importanti contro le donne tutte e quindi, poi, per chi sta vivendo una situazione complessa come la fuoriuscita dalla violenza le difficoltà si sommano e diventano davvero importanti. La disoccupazione femminile in Italia sta degenerando sempre più e questo come sappiamo significa impoverimento delle bambine e dei bambini e di tutto il Paese. Servono politiche sistemiche, le misure ad personam dovrebbero essere un ponte per tamponare la loro realizzazione e non l’unico strumento possibile. Le donne subiscono una enorme discriminazione economica in Italia da parte istituzionale e poi nelle relazioni intime ed è questo connubio a impattare tragicamente sulle donne. Dobbiamo pensare che le donne in Italia si laureano prima e meglio degli uomini, ma poi il gender gap (tra dirigenti è del 30%) l’assenza di welfare ed asili nido, luoghi per persone con disabilità ed anziani e il lavoro di cura quasi completamente sulle spalle delle donne fa sì che – anche dopo aver fatto di tutto per essere qualificate sul lavoro – l’impatto delle discriminazioni strutturali ti espella facendoti pensare di essere tu il problema e così invece di realizzare empowerment delle donne le svalorizziamo ed espelliamo dal mondo del lavoro. Una situazione tragica che ci porta a un distacco enorme con tutte le altre economie d’Europa. Come ci dice il World Economic Forum, infatti, l’Italia è ultima in Europa per autonomia economica delle donne assieme solo a Bulgaria e Ungheria».

L’obbligo di accredito dello stipendio su un conto intestato alla donna può davvero prevenire situazioni di controllo e abuso economico, o rischia di avere limiti applicativi?
«L’obbligo di accredito sul conto personale della donna non neutralizza la possibilità di controllo e quindi di violenza economica, ma afferma un principio importante di autonomia della soggettività femminile in ambito economico e questo è davvero importante. Certo se le donne non lavorano sul conto non ci possono mettere i loro soldi guadagnati e, quindi, ritorniamo all’importanza madre dell’autonomia economica: il lavoro. L’indipendenza e l’autonomia delle donne si giocano sulla sua capacità economica, gli altri sono strumenti che si mettono in campo quando quella capacità sussiste nella realtà. Senza interventi di breve, medio e lungo periodo nulla cambierà. Abbiamo anche perso l’occasione del PNRR che sapevamo avrebbe trainato l’occupazione maschile perché digital e green sono ancora ad alto tasso maschile. Noi proponemmo con forza ed unità misure di controbilanciamento con investimenti in infrastrutture e welfare, ma non solo non venimmo ascoltate: questo Governo ha ulteriormente abbassato il numero di posti in asilo nido creando un danno strutturale all’intero Paese e alle bimbe e bimbi che avrebbero potuto rafforzarsi in tante capacità sociali che oggi sappiamo essere strumento fondamentale per affermarsi nella crescita e non cadere in isolamento, depressione, dipendenze che oggi sono il grande problema delle nuove generazioni».

È possibile/accettabile che nel 2026 quella economica sia ancora una violenza sulle donne?
«Non è accettabile che le donne in Italia siano escluse dal mondo del lavoro con così tante discriminazioni attive: disoccupazione, inoccupazione, gender pay gap, lavoro di cura, assenza di infrastrutture pubbliche, violenza economica e violenza maschile nelle relazioni intime. Questo impoverisce le donne, rende più fragili le nuove generazioni e impoverisce l’intero Paese incapace di stare nei tempi della contemporaneità. Sono sicura che giovani generazioni e donne arriveranno a prendersi dal basso quello che i Governi, la politica e le istituzioni non sono in grado di pensare».

Cybersicurezza: concluso l’Innovation summit, focus su difesa digitale, IA e sovranità digitale

La due giorni ha confermato il ruolo di piattaforma nazionale unica in Italia sul mondo della cyber defence, dell’innovazione in ambito sicurezza e delle tecnologie per la difesa

© Agenzia Nova – Pubblicato:15/04/2026

Si è conclusa oggi con grande successo di pubblico e di contenuti la VI edizione dell’Innovation Cybersecurity Summit, svoltasi il 14 e 15 aprile 2026 presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi nel prestigioso Palazzo Simonetti Odescalchi (Via Vittoria Colonna 11, Roma). Promosso da Angi – Associazione nazionale giovani innovatori in collaborazione con gli Uffici del Parlamento Europeo in Italia, l’evento si è svolto con l’alto patrocinio dell’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale (Acn) e dell’Agenzia per l’Italia Digitale (Agid) e con la media partnership della Rai. Tra i co-organizzatori anche Alé Comunicazione, agenzia leader nelle relazioni istituzionali per le aziende del settore cybersicurezza. La due giorni ha confermato il ruolo di piattaforma nazionale unica in Italia sul mondo della cyber defence, dell’innovazione in ambito sicurezza e delle tecnologie per la difesa, riunendo imprese, istituzioni, Forze Armate e Pubblica Amministrazione in un confronto di altissimo livello su temi strategici come resilienza cibernetica, intelligenza artificiale applicata alla difesa, sovranità digitale e nuovi sovranità digitale. Di particolare rilevanza anche l’importante intervento sul tema etico per l’approccio alle nuove tecnologie di Monsignor Renzo Pegoraro Presidente della Pontificia accademia per la Vita. “La VI edizione dell’Innovation Cybersecurity Summit ha superato ogni aspettativa. In due giorni intensi abbiamo riunito istituzioni, Forze Armate, imprese e giovani innovatori attorno a un obiettivo comune: rendere l’Italia più sicura, più resiliente e più competitiva nel dominio digitale”, ha dichiarato il presidente dell’Angi, Gabriele Ferrieri. “Le proposte emerse, il livello degli interventi e la qualità del confronto dimostrano che, quando pubblico e privato lavorano insieme con visione strategica, possiamo trasformare le sfide della cybersicurezza in opportunità di crescita e leadership per il nostro Paese. Un ringraziamento speciale va a tutti i partecipanti e alle istituzioni che hanno creduto in questo progetto: insieme abbiamo gettato le basi per una collaborazione concreta che dovrà proseguire nei prossimi mesi. L’Italia ha tutte le carte in regola per diventare un punto di riferimento europeo nella cyber defence e nell’innovazione per la sicurezza nazionale”, ha aggiunto.
Hanno portato il loro contributo diversi rappresentanti del Governo e dei vari dicasteri. “La disponibilità e il governo dell’IA e dei dati, vero centro di gravità della nuova rivoluzione industriale, sono oggi indissociabili dalla difesa nazionale e dalla protezione degli interessi vitali del Paese. Tali strumenti trasformano già oggi i sistemi autonomi, la cyber-difesa, l’intelligence e la capacità di deterrenza. Per questo, la Difesa ha adottato una propria strategia e si doterà entro la fine del 2026 del Laboratorio di Intelligenza Artificiale per la Difesa, destinato a diventare un centro di eccellenza Nazionale per l’innovazione applicata, il punto di aggregazione delle competenze e il motore di delivery delle principali soluzioni di IA per la Difesa. L’obiettivo è molto chiaro: passare dalla strategia alla esecuzione in tempi certi”, ha spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto nella sua lettera come contributo al Summit. “Siamo in una fase di transizione sistemica in cui la tecnologia è leva strategica di sviluppo e fattore decisivo di sovranità. Governare intelligenza artificiale, cybersicurezza e innovazioni emergenti significa rafforzare la resilienza del Paese, prevenire vulnerabilità e difendere il sistema produttivo da minacce sempre più pervasive, riconducibili anche ad apparati statali ostili e reti criminali. È necessario un approccio alla sicurezza integrato in cui tecnologie come IA, 5G e quantistica possano trasformare il rischio in opportunità e la sicurezza in fattore abilitante della competitività”, ha affermato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso nella sua lettera come contributo al Summit.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio: “Non bisogna aver paura delle innovazioni, delle novità e di quello che è lo sviluppo della scienza, della tecnologia e dell’ingegno umano. Bisogna però sempre tener presente i limiti che queste soluzioni pongono, come i confini della nostra morale nel campo della genetica. Per quel che riguarda la cybersicurezza il punto è che si tratta di uno strumento estremamente vulnerabile, come sono vulnerabili tutti quanti gli elementi costruiti dall’uomo, e per questo stiamo prendendo in grandissima considerazione, con grandissima serietà, tutte queste problematiche per organizzare le difese. Difese che si organizzano a livello normativo e si organizzano a livello operativo”. “Le minacce cybernetiche sono un rischio crescente nelle nostre comunità, che riguarda certamente i singoli cittadini e la loro privacy, ma che possono pericolosamente colpire le pubbliche amministrazioni, danneggiare le imprese e anche le preziose infrastrutture energetiche che servono alla nostra sicurezza. Una grande attenzione comune a questi temi, senza sottovalutazioni, che parta proprio dalla spinta dei più giovani, può essere la migliore risposta verso uno sviluppo sostenibile anche a livello sociale, che per affermarsi ha bisogno di una società del domani più connessa e più sicura”, ha aggiunto dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin nella sua lettera come contributo al Summit. “Con la tecnologia digitale abbiamo capito che la sovranità non è più solamente un concetto legato ai confini fisici. Si misura anche attraverso la dislocazione dei cavi sottomarini e dei satelliti. Passa attraverso la localizzazione dei data center, nelle reti di telecomunicazione, nelle catene del software e nelle chiavi crittografiche che proteggono le nostre informazioni e le nostre transazioni. Questa espansione del concetto di sovranità è anche il motivo per cui la cybersicurezza è uscita definitivamente dal perimetro tecnico in cui si trovava fino a pochi anni fa. Oggi parlare di sicurezza cyber significa discutere di sicurezza nazionale, di politica industriale e di posizionamento geopolitico: in una parola, di sovranità”, ha commentato Alessio Butti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, nel suo videomessaggio come contributo all’Innovation Cybersecurity Summit.
La Unimarconi, in qualità di host partner, ha sottolineato: ”L’Innovation Cybersecurity Summit rappresenta un’importante occasione di confronto su un tema oggi centrale per lo sviluppo del Paese – così il presidente di Unimarconi, Alessio Acomanni – Ospitare questa iniziativa conferma l’impegno dell’Università degli Studi Guglielmo Marconi nel promuovere il dialogo tra istituzioni, imprese e mondo accademico sui temi dell’innovazione e della sicurezza digitale. In un contesto in continua evoluzione, riteniamo fondamentale contribuire alla formazione di competenze qualificate e alla diffusione di una cultura digitale consapevole, in grado di sostenere la competitività e la resilienza del sistema Paese”. Hanno partecipato attivamente come main partner e contributor anche importanti realtà del settore privato. Numerosi gli interventi di esperti del settore che hanno analizzato l’andamento del mercato e la resilienza delle infrastrutture critiche. “La sfida più rilevante consiste nel bilanciare le esigenze di sicurezza, necessarie per mitigare gli effetti delle minacce ibride, con il rispetto delle prescrizioni normative. A ciò si aggiunge la necessità di gestire in modo efficace e strutturato le complessità derivanti dall’interdisciplinarità dei diversi settori coinvolti. In questo contesto, il ruolo dei gestori dei servizi essenziali di pubblica utilità è destinato a diventare sempre più determinante nel panorama della sicurezza nazionale”, ha detto Alessandro Manfredini Direttore Group Security e Cyber Defence – A2A e Presidente Aipsa. “In un contesto storico complesso in cui la tecnologia AI accelera la produttività – afferma Marco Molinaro Responsabile Cybersecurity di Accenture – dobbiamo riconvertire il modo di lavorare con questi nuovi strumenti della professione, passando da un modello di controllo human-in-the-loop a un modello di governo human-in-the-lead. Questo approccio tutela la resilienza e la continuità operativa delle organizzazioni, elevando il ruolo dell’individuo”.
“Le minacce che dobbiamo affrontare non arrivano frontalmente scivolano lungo le connessioni tra un operatore e l’altro, attraversano il confine tra pubblico e privato, si insinuano dove i controlli sono divisi. Per questo il partenariato tra imprese e istituzioni deve smettere di essere un principio e diventare una pratica: condivisione reale di dati e segnali, in tempo utile, con l’intelligenza artificiale come strumento che permette di intercettare i problemi prima che diventino incidenti. Oggi quella condizione non è ancora garantita. È da qui che dobbiamo partire”, ha commentato Giuseppe Mocerino presidente di Netgroup SpA. La manifestazione ha visto numerosi sponsor e partner sostenitori tra cui: Impatto Digitale Group; Aipsa (scientific partner); Unimarconi (Host Partner); Palo Alto (knowledge partner); Accenture; A2A, aizoOn, Bip CyberSec; Bitdefender, Check Point, Cyber Guru, Domyn, Fata Informatica, Imprivata, Lutech, Meta, Negg Group, Netgroup, Netskope, Olidata, Reevo, Rina, Polo Strategico Nazionale, TeamSystem, Teleconsys, Thales, Tinexta Cyber, TrendAI; Zenita Group. Technical partner San Bernardo e Tucano. La VI edizione ha generato proposte operative, rafforzato partnership pubblico-privato e confermato l’urgenza di una visione condivisa per rafforzare la resilienza cibernetica del Paese. L’appuntamento è già rinnovato per la prossima edizione.

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