Giornata dell’alfabetizzazione: il problema non è più leggere, è capire


Saper leggere le parole e non riuscire a ricavarne quello che serve. Riguarda il 35 per cento degli italiani. La Giornata accende i riflettori su una criticità globale e nazionale


www.iodonna.it | di SIMONA SIRIANNI \ iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

La busta arriva la mattina e resta sul tavolo fino a sera. Dentro ci sono tre fogli e, quello che serve davvero sapere, se spetta qualcosa, quanto e che cosa bisogna fare per averlo, è lì dentro. Ma alle nove di sera parte la telefonata alla figlia: «me la leggi tu, che io non ci capisco niente». È una scena così comune, che non viene nemmeno più considerato un problema. Eppure in Italia riguarda un adulto su tre. È esattamente per questo che l’Unesco non ha mai smesso di celebrare l’8 settembre la Giornata internazionale dell’alfabetizzazione l’8 settembre, nata ben sessant’anni fa.

Giornata dell’alfabetizzazione: perché ancora ce n’è bisogno

A guardare i numeri, la situazione non è incoraggiante: nel mondo, almeno 739 milioni di giovani e adulti non sanno leggere e scrivere, e quattro bambini su dieci non arrivano al livello minimo di lettura. In Italia leggere lo sanno fare quasi tutti: è capire quello che si legge che non riesce a un adulto su tre. Chi apre quella busta, infatti, ha fatto le scuole, firma, manda messaggi, legge i cartelli. Quello che non riesce a fare è un’altra operazione: tenere insieme informazioni sparse in un testo lungo e ricavarne una conclusione.

Leggere si sa, capire meno

È proprio questa la competenza che l’Ocse misura ogni dieci anni sugli adulti fra i sedici e i sessantacinque anni. E, l’ultima rilevazione, del 2023, mette l’Italia in fondo alla classificain compagnia di Cile, Portogallo e Polonia. Il trentacinque per cento degli italiani si ferma al gradino più basso della scala: capisce testi brevi e chiari, si perde davanti a un contratto o a un estratto conto. Dieci anni prima era il ventotto: è peggiorato. E la media nazionale tiene insieme posti molto diversi, perché nel Nordest riguarda una persona su cinque e nel Mezzogiorno e nelle isole quasi una su due.

Le italiane leggono, eppure

Anche a livello di genere, le cose cambiano. Le donne in Italia leggono molto più degli uomini: più di sei su dieci hanno letto almeno un libro nell’ultimo anno, contro poco più di cinque uomini su dieci, e la distanza è massima intorno ai cinquant’anni. Verrebbe da pensare che davanti a quella busta se la cavino meglio. Sui testi, in effetti, uomini e donne in Italia se la cavano allo stesso modo. È sui numeri che le donne restano indietro: percentuali, interessi, confronti fra tariffe. Ed è un guaio, perché quasi tutto ciò che serve per far valere un diritto è scritto in numeri. Leggere un romanzo la sera e capire quale delle due offerte del gestore conviene, sono due cose che si imparano separatamente.

La scuola che non nomina nessuno

Contro tutto questo l’Italia ha uno strumento che esiste da anni e di cui non si parla quasi mai. Sono i Cpia, i centri provinciali per l’istruzione degli adulti: sono scuole statali, gratuite, aperte a chiunque abbia compiuto sedici anni. Ci si va per imparare l’italiano, per prendere la licenza media vent’anni dopo averla abbandonata, per arrivare al diploma lavorando di giorno. In questi giorni, riaprono come tutte le altre scuole, con la differenza che nei banchi si siedono persone di quaranta, cinquanta, sessant’anni.

Quanti sono gli studenti over 40

Quanti siano questi nuovi studenti si è saputo con precisione solo pochi mesi fa, quando il ministero dell’Istruzione e l’Indire, l’istituto pubblico che si occupa di ricerca sulla scuola, hanno pubblicato il primo censimento nazionale di questi corsi: oltre cinquecentoventiquattromila persone. Più di tre su quattro sono straniere, e la fetta più grande è iscritta ai corsi di italiano. Nello stesso censimento c’è, tuttavia, un dettaglio che stona con tutto il resto: quasi due iscritti su tre sono uomini.

Dove sono le donne?

Le donne, cioè, sono la minoranza di chi torna a scuola da adulto. Il censimento, però, dice quante sono. Non dice perché siano così poche. E qui i dati finiscono. Le spiegazioni possibili, tuttavia, esistono, basta guardare come sono organizzati i corsi: le lezioni si tengono nel tardo pomeriggio e la sera, cioè nelle ore in cui in molte case qualcuno, quasi mai un uomo, deve occuparsi di un bambino o di un anziano. Per le donne straniere, poi, che sono comunque la platea più grande dei corsi di italiano, alla stessa ora c’è spesso un lavoro di cura in casa d’altricon orari decisi da qualcun altro.

Quanto costa non capire

Non capire ha un prezzo, però, e alto anche: il bonus che non si chiede perché il modulo scoraggia. Il contratto firmato senza aver letto fino in fondo. Il foglietto del farmaco letto a metà. La raccomandata messa da parte e poi dimenticata. Nessuna di queste, presa da sola, è una tragedia. Tutte insieme, invece, fanno la differenza fra far valere un diritto per conto proprio e dover chiedere a qualcuno di farlo al posto tuo. Ma non solo: c’è anche un altro effetto che allarga la distanza invece di chiuderla: chi ha competenze basse, partecipa molto meno ai corsi di aggiornamento sul lavoro. Circa una persona su sette, contro sei su dieci fra chi quelle competenze le ha alte. Il risultato? Chi sa, impara ancora. Chi non sa, resta dov’è.

Al Digital Innovation Forum la tecnologia che genera sviluppo

www.ansa.it | ANSAcom – In collaborazione con Now Italia

‘L’Europa del Fare Innovazione’ è il tema della quarta edizione del Digital Innovation Forum, che punta il confronto sulla definizione delle politiche per l’innovazione capaci di produrre non solo regole, ma anche risultati tecnologici con impatti dal punto di vista industriale, economico e sociale. Tra gli obiettivi della ‘Cernobbio del Digitale’, in programma a Villa Erba dal 14 al 16 ottobre, anche l’elaborazione di un Manifesto con dieci azioni per l’Europa del ‘Fare Innovazione tecnologica’.
L’evento affronta alcuni dei nodi più sensibili dell’agenda tecnologica europea: dai modelli di intelligenza artificiali sviluppati in Italia e in Europa alle AI extra-UE, ma declinate per il mercato europeo; dalle strategie energetiche e di sicurezza sulle materie prime fino all’indipendenza digitale — cloud, data center, euro digitale — con il pacchetto sulla sovranità tecnologica (Chips Act 2.0, Cloud and AI Development Act, strategia open source). Ampio spazio anche a Difesa comune, cybersicurezza, crittografia post-quantum e computer quantistico, oltre a reti Tlc intelligenti, Spazio e cavi sottomarini tra Digital Networks Act ed EU Space Act. Non mancheranno best practise sulla digitalizzazione dalla Pa italiana, use case innovativi nella Sanità e agenti AI applicati al mondo dei media.


Ad approfondire i temi in agenda speaker di rilievo, tra i quali il ministro della Salute Orazio Schillaci, i sottosegretari Alessio Butti e Alberto Barachini, il direttore generale dell’Esa Josef Aschbacher, la vicedirettrice generale della Banca Europea degli investimenti Vanessa Butera, oltre agli onorevoli Angelo Bonelli, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, Salvatore Deidda e Andrea Casu, agli europarlamentari Elena Donazzan e Francesco Torselli, al presidente del Cnr Andrea Lenzi, al Vice Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, generale Massimo Mennitti e al Direttore Generale del DIS Vittorio Rizzi. Prevista la partecipazione dei ceo e dei top manager delle più importanti aziende tecnologiche, sono stati invitati anche l’astronauta Luca Parmitano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e i ministri Maria Elisabetta Casellati, Guido Crosetto, Gilberto Pichetto Fratin, Giuseppe Valditara e Paolo Zangrillo.

Cyber 4.0 e cooperazione internazionale: la sicurezza digitale parla italiano


www.agendadigitale.eu | 20 ago 2026

Il cyber capacity building è diventato uno strumento centrale della cooperazione internazionale e della diplomazia cibernetica. Dalle Nazioni Unite all’Unione europea, fino alla strategia italiana, il rafforzamento delle capacità cyber assume un ruolo decisivo per sicurezza, resilienza e sviluppo digitale

Nel nuovo scenario geopolitico, la competizione tra gli Stati si gioca sempre più spesso in una dimensione tanto immateriale quanto strategica: quella della cybersecurity. La crescente digitalizzazione delle economie, delle istituzioni pubbliche e delle infrastrutture critiche ha trasformato il digitale in uno spazio nel quale si intrecciano sicurezza nazionale, sviluppo economico, innovazione tecnologica e politica estera. Garantire sicurezza e resilienza non rappresenta più soltanto una sfida tecnologica, ma una componente essenziale della capacità di uno Stato di tutelare i propri interessi, proteggere i servizi fondamentali e preservare la propria stabilità economica.

La cybersicurezza è così diventata un elemento centrale delle politiche di cooperazione internazionale e una leva di sviluppo, capace di influenzare gli equilibri geopolitici e di ridefinire le tradizionali relazioni diplomatiche.

La natura stessa del cyberspazio rende tuttavia evidente come la sicurezza digitale non possa essere costruita entro i soli confini nazionali: attacchi alle infrastrutture critiche, campagne di disinformazione, criminalità informatica e utilizzo malevolo delle tecnologie emergenti producono effetti che superano le frontiere e richiedono risposte coordinate tra governi, organizzazioni internazionali e settore privato.

La cybersicurezza nella politica estera e nella diplomazia cibernetica

In questo contesto, la cybersicurezza è progressivamente entrata anche nella dimensione della politica estera, dando origine al concetto di diplomazia cibernetica, che rappresenta oggi una componente sempre più rilevante della proiezione internazionale degli Stati, poiché collega sicurezza digitale, sviluppo tecnologico e capacità di cooperazione. Attraverso questo approccio, dunque, gli Stati utilizzano il dialogo internazionale, gli strumenti multilaterali e le partnership tecnologiche per promuovere un cyberspazio aperto, sicuro e resiliente, favorendo la definizione di principi condivisi, il rafforzamento della fiducia reciproca e la cooperazione nella gestione delle continue sfide poste dall’evoluzione digitale.

Tra queste, l’intelligenza artificiale (IA) rappresenta senz’altro la sfida più significativa per la sicurezza informatica. L’adozione sempre più diffusa di sistemi di IA sta infatti modificando profondamente il panorama delle minacce: da un lato offre nuove opportunità per migliorare la prevenzione e la risposta agli incidenti cyber, mentre dall’altro consente agli attori malevoli di automatizzare e rendere più sofisticate tecniche di phishing, malware, social engineering e le campagne di disinformazione. L’IA diventa così un moltiplicatore tanto delle capacità difensive quanto di quelle offensive, con potenziali ripercussioni particolarmente rilevanti nei settori critici come sanità, energia, trasporti, finanza e pubblica amministrazione.

L’architettura europea tra AI Act e sicurezza informatica

Per rispondere a questa doppia natura delle tecnologie emergenti, l’Unione europea ha progressivamente delineato una propria architettura di governance digitale volta a coniugare innovazione, tutela dei diritti e sicurezza. A partire dal Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR), che ha definito un nuovo standard globale per la protezione dei dati personali, fino ad arrivare all’AI Act (Regolamento UE 2024/1689), il primo quadro normativo dedicato all’intelligenza artificiale, basato su un approccio proporzionato al rischio: il regolamento introduce una classificazione “piramidale” dei sistemi di IA, prevedendo obblighi crescenti in funzione del potenziale impatto sui diritti fondamentali e sulla sicurezza. A completare questa evoluzione si inserisce il recente ‘Action Plan on Cybersecurity and Artificial Intelligence’ della Commissione europea, che mira a rafforzare il rapporto tra sicurezza informatica e sviluppo dell’IA. L’obiettivo è creare un ambiente tecnologico più resiliente, capace di sfruttare le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale senza trascurare i rischi legati al suo utilizzo malevolo. In questa prospettiva, la cybersicurezza non viene più considerata soltanto una dimensione tecnica, ma un elemento strategico della competitività europea.

Il ruolo del cyber capacity building nella cooperazione internazionale

In un dominio per sua natura transnazionale come il cyberspazio, il livello di sicurezza complessivo dipende dalla capacità di ciascun Paese di prevenire, gestire e rispondere alle minacce informatiche. In questo scenario, il cyber capacity building (CCB) assume un ruolo strategico come strumento per rafforzare le capacità istituzionali, normative, organizzative e operative degli Stati, favorendo lo sviluppo di ecosistemi digitali resilienti. Il CCB non si limita al trasferimento di competenze tecniche, ma comprende la definizione di strategie nazionali, la formazione di professionalità specializzate e il consolidamento della cooperazione tra governi, settore privato, mondo accademico e organizzazioni internazionali. In questa prospettiva, il capacity building rappresenta una componente essenziale della governance globale del cyberspazio e uno strumento di politica estera volto a consolidare la fiducia reciproca, i partenariati di lungo periodo e la promozione di standard, principi e best practice condivisi.

Il CCB ha assunto una posizione sempre più centrale anche nell’agenda delle Nazioni Unite. Nell’ambito del Primo Comitato dell’Assemblea Generale, dedicato alle questioni di sicurezza internazionale, il rafforzamento delle capacità cyber è stato progressivamente riconosciuto come una delle condizioni necessarie per promuovere un comportamento responsabile degli Stati nel cyberspazio. Tale impostazione, maturata nei lavori dell’Open-ended Working Group (OEWG), trova oggi continuità nel nuovo Global Mechanism on ICTs in the Context of International Security, il quadro permanente delle Nazioni Unite per la cooperazione sulla sicurezza nel cyberspazio, concepito per favorire un maggiore coordinamento internazionale e sostenere lo sviluppo delle capacità cyber, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Convenzione ONU sul cybercrime e rafforzamento delle capacità nazionali

Un approccio analogo emerge anche dalla Convenzione delle Nazioni Unite contro il cybercrime, elaborata nell’ambito del Terzo Comitato dell’Assemblea Generale. Il trattato dedica infatti il Capitolo VII, e in particolare l’articolo 54 (Technical Assistance and Capacity-Building), alla cooperazione tecnica e al CCB, riconoscendo che il contrasto efficace al cybercrime richiede istituzioni solide, competenze adeguate e una cooperazione strutturata tra gli Stati. Entrambi i processi confermano come il rafforzamento delle capacità nazionali venga considerato un presupposto indispensabile per promuovere un cyberspazio più sicuro, stabile e resiliente.

Il riconoscimento del ruolo strategico del CCB si traduce progressivamente in strumenti di cooperazione più strutturati, capaci di trasformare principi e impegni internazionali in azioni concrete sul campo. Tra questi si colloca il Tallinn Mechanism, una piattaforma di coordinamento con un focus regionale specifico sull’Ucraina, nata per sostenere il rafforzamento della resilienza cyber del Paese attraverso il contributo congiunto di partner internazionali. Al suo interno cooperano Stati come Regno Unito, Canada, Stati Uniti, Francia, Finlandia, Paesi Bassi e Italia, insieme a organizzazioni come l’Unione europea e la NATO. L’obiettivo è quello di costruire capacità permanenti, favorendo il risanamento di adeguati livelli di resilienza cyber delle infrastrutture fisiche e digitali attraverso la cooperazione intergovernativa. In questo quadro si inserisce anche il contributo italiano, con il coinvolgimento dell’ecosistema nazionale della cybersicurezza e, in particolare, del ruolo del Centro di Competenza – Cyber 4.0 in qualità di partner. Questa partecipazione assume un valore strategico ancora più rilevante alla luce della presidenza del Meccanismo che l’Italia è chiamata ad assumere nel secondo semestre del 2026.

L’Unione Europea come attore globale del CCB

Come per le Nazioni Unite, il capacity building è diventato una priorità anche per altri importanti attori internazionali, come NATO, OSCE, Banca Mondiale, Unione europea e diversi organismi di cooperazione allo sviluppo. In particolare, l’Unione ha consolidato la propria posizione in questo ambito sostenendo attivamente lo sviluppo delle competenze cyber dei Paesi partner, promuovendo e finanziando iniziative e programmi specifici, tra cui il Global Gateway e il Digital for Development (D4D) Hub. Particolarmente rilevante è anche l’impegno nella promozione di un ecosistema europeo della cybersicurezza, che favorisca le sinergie e il coordinamento tra istituzioni, autorità nazionali, imprese, centri di competenza e mondo della ricerca.

In questa prospettiva si inseriscono numerose collaborazioni e iniziative di successo realizzate tra istituzioni, come ENISA, e network europei come EU CyberNet, l’European Cybersecurity Competence Center (ECCC), l’EU–LAC Digital Alliance. All’interno di queste reti opera attivamente anche Cyber 4.0, protagonista del contributo nazionale alle iniziative europee nel campo della sicurezza informatica.

Attraverso questi programmi e reti di cooperazione, l’Unione europea contribuisce sia alla diffusione di competenze tecniche e standard comuni, che alla costruzione di relazioni di lungo periodo fondate sull’interoperabilità, sulla fiducia e su un approccio condiviso alla cybersecurity.

Il CCB nella strategia italiana

Nel contesto nazionale, l’azione italiana si traduce in un progressivo inserimento del cyber capacity building tra gli strumenti principali della propria politica estera e di sicurezza. Infatti, la Strategia Nazionale di Cybersicurezza 2022-2026 individua tra le priorità nazionali il rafforzamento della cooperazione internazionale e la promozione di iniziative volte ad accrescere le capacità cyber dei Paesi partner. In particolare, le misure 69, 78 e 79 attribuiscono al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI) un ruolo centrale nello sviluppo di programmi di CCB, nella promozione della diplomazia cibernetica e nel consolidamento della presenza italiana nei principali network internazionali dedicati alla cybersicurezza.

Questa impostazione trova riscontro anche nella recente evoluzione organizzativa del MAECI, con la nascita della Direzione Generale per le Questioni Cibernetiche, l’Informatica e l’Innovazione Tecnologica, che coordina le iniziative italiane nel campo della diplomazia cibernetica e della cooperazione internazionale in materia di sicurezza informatica. Attraverso programmi bilaterali e multilaterali, il Ministero accompagna i Paesi partner nello sviluppo delle capacità istituzionali, promuovendo il dialogo, la condivisione di standard e best practice, e contribuendo al consolidamento di relazioni di fiducia tra gli attori coinvolti.

Cyber 4.0 e l’evoluzione della cooperazione cyber italiana

L’evoluzione delle politiche italiane ed europee in materia di cooperazione cyber costituisce il contesto nel quale si colloca l’azione del Centro di Competenza nazionale ad alta specializzazione sulla cybersecurity – Cyber 4.0, costituito nell’ambito del Piano Nazionale Industria 4.0 e cofinanziato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT). Nato come partenariato pubblico-privato con l’obiettivo di supportare la trasformazione digitale e la sicurezza delle imprese italiane, il Centro ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione oltre il contesto nazionale, valorizzando un ecosistema composto oggi da oltre cinquanta partner tra università, enti di ricerca, amministrazioni pubbliche, grandi imprese, PMI innovative e fondazioni.

L’internazionalizzazione di Cyber 4.0 rappresenta la naturale evoluzione della sua missione: le competenze maturate nel supporto alla trasformazione digitale delle imprese e delle organizzazioni italiane vengono oggi valorizzate in percorsi di cooperazione rivolti a rafforzare le capacità cyber di Paesi partner. Attraverso un modello che integra formazione specialistica, trasferimento di conoscenze tecnico-scientifiche, sviluppo delle competenze istituzionali e collaborazione tra attori pubblici e privati, il Centro opera come punto di connessione tra l’ecosistema italiano della cybersecurity e le reti internazionali dedicate al CCB.

L’azione di Cyber 4.0 si sviluppa lungo direttrici geografiche e ambiti ben definiti. L’orizzonte spazia dall’Europa ai Balcani Occidentali, fino all’Africa e all’America Latina, con un crescente interesse verso il Medio Oriente e l’area dell’Asia-Pacifico. Pur in contesti differenti, il filo conduttore delle iniziative rimane lo stesso: rafforzare competenze, capacità operative e modelli di cooperazione, adattando strumenti e metodologie alle specificità dei Paesi coinvolti.

In Europa, Cyber 4.0 partecipa a iniziative di cooperazione multilaterale, come il già citato Tallinn Mechanism, e alle reti europee promosse nell’ambito del CCB, affermandosi come snodo fondamentale tra competenze nazionali e processi internazionali di capacity building.

Dall’Africa all’America Latina, le iniziative internazionali di Cyber 4.0

Nel continente africano, dove la rapida crescita dei servizi digitali e delle infrastrutture tecnologiche rende sempre più urgente il tema della sicurezza, Cyber 4.0 sviluppa percorsi di cooperazione orientati alla formazione e al rafforzamento delle capacità istituzionali. In questa direzione si inserisce il programma bilaterale Italia-Ghana promosso dal MAECI, in collaborazione con la Cyber Security Authority (CSA) ghanese e Cyber 4.0 nel ruolo di soggetto implementatore. L’obiettivo è quello di sostenere lo sviluppo delle policy nazionali, delle competenze specialistiche e delle collaborazioni tra gli ecosistemi cyber dei due Paesi. Alla dimensione bilaterale si affianca il programma Cyber4Africa, nato nell’ambito dell’AI Hub for Sustainable Development in partnership con il United Nations Development Programme (UNDP), MIMIT e Cisco, dedicato al rafforzamento della sicurezza delle startup africane che operano nel settore dell’intelligenza artificiale attraverso formazione, consulenza e principi di security-by-design.

Un percorso analogo si sviluppa anche in America Latina e nei Caraibi, una regione caratterizzata da una rapida trasformazione digitale e da una crescente attenzione verso la resilienza cyber. In questo contesto, Cyber 4.0 promuove le competenze sviluppate dall’ecosistema italiano attraverso iniziative di cooperazione internazionale. Tra queste rientra la study and research visit dedicata a una delegazione colombiana, realizzata nel mese di aprile in collaborazione con il CISS (Center for International and Strategic Studies) della LUISS, il D4D Hub e l’AICS (Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo). L’iniziativa ha favorito il confronto tra la delegazione e istituzioni e imprese italiane sui temi della governance cyber, della formazione specialistica e della collaborazione tra settore pubblico e privato.

Sul piano multilaterale, Cyber 4.0, in qualità di partner, partecipa alle attività di LAC4 (Latin America and Caribbean Cyber Competence Centre), centro specializzato nel cyber capacity building, sostenuto dall’Unione europea e attivo nella regione latino-americana, che promuove il dialogo tra governi, organizzazioni internazionali, università, centri di ricerca e settore privato. Nell’ambito della CyberWeek@LAC4 2026, Cyber 4.0 organizzerà un workshop dedicato alla resilienza cyber transfrontaliera e alla cooperazione operativa tra gli ecosistemi italiano e latino-americano, con l’obiettivo di favorire lo scambio di competenze e buone pratiche.

Conclusioni

La crescente centralità della cybersecurity nella politica estera e nella diplomazia tecnologica riflette una trasformazione più ampia del modo in cui gli Stati affrontano le sfide del digitale. In un dominio caratterizzato da interdipendenze sempre più profonde, la capacità di coinvolgere istituzioni, imprese, università e centri di ricerca assume un valore strategico, contribuendo alla costruzione di un approccio condiviso alla sicurezza del cyberspazio.

In uno scenario nel quale minacce, infrastrutture e tecnologie superano i confini nazionali, il rafforzamento delle capacità cyber diventa una componente essenziale della sicurezza collettiva e dello sviluppo sostenibile degli Stati e dei popoli. È in questa prospettiva che il capacity building ha assunto un ruolo sempre più rilevante nell’agenda delle Nazioni Unite, dell’Unione europea e dei singoli Paesi, trasformandosi da semplice strumento di cooperazione tecnica a elemento strutturale delle politiche di sicurezza e innovazione. Il sostegno allo sviluppo di competenze, capacità istituzionali e modelli di governance contribuisce a ridurre le asimmetrie esistenti tra gli attori del cyberspazio e a creare condizioni più favorevoli per una cooperazione internazionale stabile ed efficace.

Il percorso di Cyber 4.0 si inserisce pienamente in questa evoluzione e nel più ampio quadro delle politiche italiane di cooperazione in ambito cyber. Nato per sostenere la trasformazione digitale del sistema produttivo nazionale, il Centro ha progressivamente esteso la propria attività anche ai contesti internazionali. Attraverso la partecipazione a programmi e network internazionali, Cyber 4.0 contribuisce infatti a portare l’esperienza italiana nei principali contesti esteri, con l’obiettivo di valorizzare, condividere ed esportare le expertise e le eccellenze nazionali in ambito internazionale.

Solo il 17% degli italiani ha un livello di alfabetizzazione finanziaria elevato

di Davide Volpi (MF-Newswires) www.milanofinanza.it
12 agosto 2026 |

È quanto emerge dalla 4 edizione del Financial literacy report di Allianz. I punteggi più bassi si registrano fra coloro che devono affrontare le maggiori sfide finanziarie: le donne e i giovani

Solo il 17% degli italiani ha un livello di alfabetizzazione finanziaria elevato. Si tratta di un dato in linea con la media del 17% che risulta fra Regno Unito (23%), Austria e Germania (entrambe al 22%), Stati Uniti (13%) e Francia (11%). È quanto emerge dalla 4* edizione del Financial literacy report di Allianz, che analizza i livelli di alfabetizzazione finanziaria tra più di 8 mila soggetti di 8 Paesi differenti.

I punteggi più bassi si registrano fra coloro che devono affrontare le maggiori sfide finanziarie. Le donne, ad esempio, devono accumulare ricchezza privatamente per finanziare pensioni più lunghe, ma hanno solo la metà delle probabilità degli uomini di raggiungere un tasso di alfabetizzazione finanziaria elevata (11% contro 24%). Lo stesso vale per le generazioni più giovani, che registrano i risultati più bassi: solo il 12% della generazione Z è altamente alfabetizzato (9% in Italia), rispetto al 22% dei baby boomers (19% in Italia).

Nello specifico, i livelli peggiori si riscontrano fra le donne della generazione Z (solo il 10%, il 6% in Italia), mentre gli uomini boomer ottengono i risultati migliori (29%, il 24% in Italia).
In questo contesto l’AI può essere utile per superare alcune barriere, ma rischia anche di provocare confusione o errori. Il 14% degli intervistati la identifica già come principale fonte di consulenza (9% in Italia e il 26% tra la generazione Z), ma rimane fondamentale avere dei propri strumenti per impiegare correttamente le informazioni ricavate per mezzo di questi strumenti.

“La sicurezza finanziaria è definita da molteplici fattori, dalle scelte individuali ai sistemi finanziari e sociali in cui le persone si trovano. Sebbene la responsabilità non ricada solo sulle famiglie, agli individui viene richiesto di assumersi una maggiore responsabilità per il proprio futuro finanziario; pertanto, hanno bisogno degli strumenti e delle conoscenze necessari a prendere decisioni consapevoli. A una maggiore responsabilità dovrebbe corrispondere una maggiore competenza finanziaria”, ha commentato Ludovic Subran, chief economist e chief investment officer di Allianz.

Imparare il valore del denaro fin da piccoli


www.marieclaire.it | di Alessandra Vescio | 30/07/2026

La dottoressa Narmin Nahidi, professoressa associata di Finanza all’Università di Exeter, nel Regno Unito, ha di recente tenuto alcune lezioni di educazione finanziaria ad alunni di scuola elementare. Durante i sei incontri organizzati, ha parlato con bambini tra i 10 e gli 11 anni di argomenti come il risparmio, le spese, l’aumento dei prezzi e i possibili rischi legati al denaro. L’obiettivo, ha scritto la professoressa Nahidi in un articolo su The Conversation, non era ovviamente quello di trasformare dei bambini in potenziali investitori, ma spiegare loro in modo semplice concetti chiave dell’economia, affinché in futuro siano in grado di prendere decisioni consapevoli. Questioni come l’affitto, il mutuo, le tasse, i prestiti e i debiti possono d’altronde riguardare chiunque, ha scritto Nahidi: “Comprendere meglio come funziona tutto questo non può che essere positivo”.

Perché l’educazione finanziaria a scuola è importante

L’importanza dell’educazione finanziaria a scuola è stata dimostrata da diverse ricerche e analisi. Uno studio condotto negli Stati Uniti ha ad esempio riscontrato che apprendere concetti di base in ambito economico da giovani è associato a un minor numero di casi di insolvenza, mentre secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) gli studenti che hanno migliori competenze in materia finanziaria si comporterebbero in modo più responsabile e sarebbero anche più lungimiranti e proattivi nella gestione del denaro: ad esempio, sarebbero più in grado di risparmiare e di fare acquisti consapevoli.

Secondo Paola Bongini, Professoressa di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università di Milano-Bicocca, l’educazione finanziaria è fondamentale “per la formazione di cittadini responsabili e consapevoli: la letteratura empirica mostra che una maggiore competenza finanziaria si associa, a livello di Paese, a una maggiore crescita economica, e a livello individuale, a una maggiore capacità di arrivare alla fine del mese, rispettare il servizio del debito, evitare un sovraindebitamento, far fronte a uno shock finanziario”, come un appuntamento dal dentista o affrontare le spese di un incidente, “risparmiare e pianificare per la pensione”. Inoltre, “sviluppare le competenze finanziarie è fondamentale per il benessere finanziario e il controllo del denaro, il primo pilastro dell’indipendenza economica”, e questo, spiega la professoressa Bongini, “vale ancora di più per le donne che sono anche più soggette al rischio di violenza economica”.

Le competenze finanziarie tra gli studenti in Italia

Stando agli ultimi dati disponibili, però, in Italia le competenze finanziarie tra le persone più giovani sono molto basse. Nonostante un certo miglioramento nel corso degli anni, l’ultima rilevazione condotta dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) che risale al 2022 ha riscontrato che gli studenti di 15 anni in Italia continuano a ottenere un punteggio più basso rispetto alla media OCSE in ambito di alfabetizzazione finanziaria. Circa il 18% non raggiunge poi neppure il livello base di competenze, mentre solo il 5% raggiunge quello più alto, contro una media dell’11%. La rilevazione segnala anche una forte disparità di genere. I ragazzi in Italia hanno infatti ottenuto 20 punti in più rispetto alle ragazze in materia di alfabetizzazione finanziaria: in media, nei Paesi OCSE la differenza tra maschi e femmine è invece di 5 punti.

Secondo Aminata Gabriella Fall, divulgatrice e consulente finanziaria nota online come Pecuniami, questa differenza potrebbe essere dovuta al fatto che continuiamo “ad agganciare la finanza e la matematica, cosa che esclude le ragazze, lo sappiamo statisticamente”. A causa di norme sociali e di genere diffuse, le donne fin da piccole sono infatti indotte a credere che le discipline e le professioni scientifiche non siano adatte a loro: di conseguenza, in questi settori – che sono anche quelli ad oggi più remunerativi – continuano a essere una minoranza. Ma “la finanza non è matematica”, afferma la divulgatrice, e “si può benissimo fare finanza senza avere a che fare con i numeri, per una buonissima parte del percorso”.

Fall, che tiene anche incontri di educazione finanziaria nelle scuole, ha notato poi un altro problema tra le persone più giovani, ovvero “l’esasperazione del guadagno facile: le nuove generazioni sembrano conoscere molto bene alcuni strumenti tecnici, ma la finalità per cui vengono utilizzati è quella di fare i soldi subito”, un comportamento che non è soltanto “contrario a qualunque logica di gestione del denaro”, ma che può anche rivelarsi “preoccupante: soprattutto nelle scuole superiori, le professoresse mi segnalano la diffusione del gioco d’azzardo e dell’utilizzo di canali finanziari alternativi”, afferma Fall.

L’educazione finanziaria a scuola

Il ruolo della scuola può essere allora centrale nel fornire competenze adeguate in ambito finanziario. Dal 2024, in Italia l’educazione finanziaria è stata inserita nei programmi scolastici di educazione civica, e nel 2026 il Ministero dell’istruzione e del merito ha sottoscritto un protocollo con la Banca d’Italia per sviluppare percorsi di formazione per i docenti e gli studenti. Intanto, è stato pubblicato anche un sondaggio tra insegnanti e dirigenti scolastici che ha rilevato come nella maggior parte dei casi sarebbero state attivate delle iniziative o dei percorsi di educazione finanziaria: a essere coinvolte però sono principalmente le classi degli ultimi anni del ciclo di studi e gli argomenti trattati si concentrano soprattutto su concetti economici e finanziari di base, mentre i temi previdenziali e assicurativi sono affrontati più raramente. Inoltre, è stata notata anche una certa disomogeneità territoriale: i percorsi di educazione finanziaria sono stati attivati principalmente nelle regioni settentrionali, mentre meno della metà delle scuole meridionali avrebbe avviato iniziative simili.

Secondo Fall, “per quanto sia importante che a scuola se ne parli, è altrettanto importante costruire un percorso formativo per riuscire a parlarne correttamente”. La soluzione allora, afferma la divulgatrice, non può essere quella di affidare il compito a un docente che si occupa d’altro, che non ha competenze anche pratiche sull’argomento e che inevitabilmente si porterà dietro bias e valori personali nell’ambito della gestione del denaro: così facendo, infatti, si rischia che l’educazione finanziaria diventi l’ennesima materia teorica da studiare.

“La competenza finanziaria”, afferma invece Fall, “è una cosa estremamente pratica, e per coinvolgere le persone giovani è necessario mostrarla come tale. È importante, ad esempio, che sappiano calcolare un tasso di interesse, ma è ancora più importante che lo sappiano riconoscere in un documento”. E ancora, “è importante che sappiano cos’è il TAN”, e cioè il costo base di un prestito, “e il TAEG”, che considera anche le spese aggiuntive, ma è ancora più importante che sappiano che “se vanno a comprare una macchina o un motorino questi concetti sono utili per capire quanto costa il finanziamento”. Secondo Fall, insomma, è fondamentale applicare i concetti teorici alla vita reale e mostrarne l’utilità: solo così si può davvero attirare l’attenzione delle persone più giovani e diffondere una cultura finanziaria responsabile e consapevole.

Ancor più degli adolescenti, la professoressa Bongini segnala poi dei livelli di competenza finanziaria molto bassi anche tra i giovani adulti: “Occorre trovare un modo per raggiungere quei giovani che dopo il diploma superiore entrano subito nel mondo del lavoro e quindi escono dai radar dei progetti di educazione finanziaria; catturarli con il sistema delle imprese, dei sindacati, delle associazioni di categoria come avviene in altri Paesi sembra funzionare”.

Lavoro, sapere gli stipendi riequilibra il potere negoziale delle donne


di Ilaria Ramoni* | 23 luglio 2026 | https://27esimaora.corriere.it/


Il gender pay gap non è soltanto un’ingiustizia salariale: può diventare una delle radici della dipendenza economica

La violenza economica non lascia sempre segni visibili, ma può incidere in modo decisivo sulla vita di una donna. Può voler dire non avere accesso al proprio stipendio, non poter usare liberamente un conto corrente, dipendere da altri per le spese quotidiane, per pagare un affitto, una cura o per spostarsi in un luogo sicuro. In questi casi il denaro non è un dettaglio pratico: diventa il confine concreto tra la possibilità di essere libere e l’impossibilità di farlo.

Secondo Eurostat, nel 2024 l’Italia registrava il più ampio divario occupazionale di genere nell’Unione europea, pari a circa 19 punti percentuali: meno del 60% delle donne tra i 20 e i 64 anni risultava occupata, contro oltre il 75% degli uomini. Le analisi ISTAT-CNEL mostrano inoltre che quasi un terzo delle donne occupate lavora part-time, con un’incidenza più forte tra le giovani madri. Alla fragilità reddituale si aggiunge quella finanziaria: la Banca d’Italia rileva che il divario di genere nell’alfabetizzazione finanziaria riguarda soprattutto la conoscenza. Il punto è semplice: molte donne non partono dalle stesse condizioni materiali degli uomini, né nel lavoro né nella gestione del denaro.

Su questa linea si colloca la prima Relazione sulla violenza economica di genere, approvata il 15 aprile 2026 dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza di genere. Il documento descrive la violenza economica come una forma di coercizione capace di minare l’indipendenza della vittima e le sue possibilità di fuga. Tra le proposte figurano il riconoscimento autonomo della violenza economica nel codice penale, il rafforzamento dell’educazione finanziaria, guide sui sostegni economici per le donne vittime di violenza e l’obbligo di versare la retribuzione della lavoratrice su un conto corrente a lei intestato. Reddito, lavoro stabile e disponibilità diretta del denaro diventano così condizioni materiali di libertà.

È in questa prospettiva che assume rilievo il contrasto al gender pay gap. Il Decreto Legislativo 7 maggio 2026, n. 96, in vigore dal 7 giugno 2026, recepisce la Direttiva UE 2023/970 e introduce obblighi concreti per i datori di lavoro. La trasparenza retributiva diventa uno strumento di equità nel mercato del lavoro, ma anche un presidio contro quelle condizioni economiche che possono alimentare vulnerabilità, isolamento e dipendenza.

La riforma incide anzitutto sulla fase di selezione. I datori di lavoro dovranno indicare la retribuzione annua lorda iniziale, o la relativa fascia, negli annunci di lavoro o comunque prima del colloquio. Sarà inoltre vietato chiedere ai candidati informazioni sullo stipendio percepito nelle precedenti esperienze professionali, per evitare che vecchie penalizzazioni economiche si trascinino nel tempo. Viene poi sancita la nullità delle clausole che impongono ai dipendenti la riservatezza sul proprio trattamento economico.
A questi divieti si affianca la rendicontazione del divario retributivo per le aziende con almeno 100 dipendenti. Le imprese con oltre 250 dipendenti e quelle tra 150 e 249 lavoratori dovranno presentare il primo rapporto dal 7 giugno 2027; per la fascia tra 100 e 149 dipendenti la scadenza triennale è fissata al 7 giugno 2031. Se emerge un divario salariale pari o superiore al 5% nella stessa categoria di lavoratori equivalenti, non giustificato da criteri oggettivi e neutri, l’azienda dovrà avviare entro sei mesi una valutazione congiunta con le rappresentanze sindacali.

La legge rafforza anche le tutele individuali. Ogni dipendente potrà chiedere per iscritto i livelli retributivi medi della propria categoria, suddivisi per sesso, così da verificare eventuali disparità a parità di mansioni o per lavori di pari valore. In giudizio opera l’inversione dell’onere della prova: non sarà la lavoratrice a dover dimostrare la discriminazione, ma il datore di lavoro a provare che le differenze retributive dipendono da criteri oggettivi. In caso di violazione, saranno dovuti il risarcimento integrale e il recupero delle differenze arretrate.

Il punto di forza della riforma è il passaggio da interventi isolati a una mappatura più strutturale dei compensi. Rendere visibili le retribuzioni già prima dell’assunzione può riequilibrare il potere negoziale delle donne, spesso svantaggiate nelle trattative economiche. È inoltre rilevante il riconoscimento della discriminazione intersezionale, che considera le forme cumulative di svantaggio legate non solo al genere, ma anche, ad esempio, all’origine etnica o alla disabilità.

Restano però alcune criticità. L’esclusione delle imprese con meno di 100 dipendenti dagli obblighi di rendicontazione lascia fuori una parte rilevante del mercato del lavoro italiano, composto in larga misura da realtà di piccole dimensioni. Inoltre, l’affidamento alla contrattazione collettiva non sempre consente di intercettare premi individuali, superminimi ad personam e segregazioni occupazionali interne, dove spesso si annida il divario più concreto. Anche i tempi di attuazione, soprattutto per le aziende medio-piccole, rischiano di rallentare un cambiamento ormai necessario. 

Il gender pay gap non è soltanto un’ingiustizia salariale: può diventare una delle radici della dipendenza economica. Ridurlo significa intervenire su una condizione che, in alcuni contesti, può rendere più difficile per una donna scegliere, denunciare o allontanarsi da una relazione violenta.
Un salario equo e realmente disponibile può cambiare le possibilità concrete di una donna perché la libertà passa anche da strumenti economici molto concreti: un contratto, uno stipendio, un conto corrente, la possibilità di decidere come usare le proprie risorse. Strumenti che rischiano, però, di rimanere solo meri adempimenti burocratici se non si affrontano i temi centrali della libertà economica femminile: il part-time involontario, le interruzioni di carriera dovute alla maternità e una cultura che spesso relega ancora solo le donne ai carichi di cura familiari.

*Ilaria Ramoni è avvocata del Foro Milano, esperta in contrasto al crimine organizzato e alla violenza di genere; amministratrice giudiziaria esperta in gestione aziendale; consulente della Commissione parlamentare antimafia nella XIII e XIX legislatura ancora in corso; presidente del Comitato regionale antimafia di Regione Lombardia. Autrice di libri, saggi e relatrice in numerosi convegni e seminari e docente sui medesimi temi in diverse Università italiane

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La vera sfida dell’intelligenza artificiale si gioca su energia e cybersicurezza


di Oreste Pollicino* e Lorenzo Parola** | 22 luglio 2026 | www.milanofinanza.it

Per molto tempo l’intelligenza artificiale è stata descritta come immateriale: algoritmi, modelli, dati e cloud, quasi termini senza una dimensione fisica. La realtà è opposta. L’AI usa elettricità, occupa territorio, utilizza acqua, richiede connessioni alla rete e impone investimenti infrastrutturali.

Da qui muove la tabella di marcia della Commissione Ue per la digitalizzazione e l’AI nel settore energetico. Bruxelles riconosce che la crescita dei data center è necessaria per assicurare capacità computazionale e competitività nell’AI, ma incide su reti, prezzi dell’energia e sicurezza degli approvvigionamenti. La proposta intende abbandonare la falsa alternativa tra sviluppo digitale e sostenibilità.

I data center non sono descritti come strutture estranee né come utenti privilegiati: devono diventare parte attiva e responsabile del sistema energetico. La Commissione propone: accordi tra operatori, utility e autorità pubbliche; contratti di acquisto di energia (ppa-power purchase agreement); nuova produzione rinnovabile, anche in loco, attraverso strutture di autoconsumo; flessibilità responsabile della domanda per contribuire alla sicurezza del sistema elettrico; recupero del calore; una classificazione europea basata su efficienza, acqua, fonti pulite e stabilità della rete.

Il ppa ventennale tra Microsoft e Constellation, alla base del riavvio dell’Unità 1 di Three Mile Island, mostra la funzione più ambiziosa dei ppa: rendere finanziabile nuova capacità decarbonizzata responsabilizzando gli hyperscaler. La direzione è corretta ma resta aperta la questione dei costi.

Le mosse italiane sui data center e il caso newyorkese

Anche l’Italia si sta muovendo: la Legge Regionale Lombardia 11/2026 disciplina priorità energetico-ambientali e compensazioni territoriali; il ddl delega nazionale, approvato dalla Camera, è ora al Senato. Accordi, rating e incentivi non bastano senza stabilire chi paga l’espansione della rete richiesta dalla domanda computazionale. Scaricare tali oneri sulle bollette finanzierebbe investimenti privati con risorse di famiglie e imprese, senza benefici proporzionati.

La sostenibilità riguarda quindi le emissioni e l’impatto sul territorio. Riguarda anche la distribuzione dei costi e dei vantaggi della trasformazione digitale. Servono inoltre accordi con le comunità ospitanti, perché parte del valore generato ritorni al territorio in infrastrutture, calore recuperato, occupazione e compensazioni proporzionate.


È significativo il confronto con New York. La moratoria temporanea sui nuovi data center hyperscale non rappresenta un divieto definitivo né una scelta contro l’AI: è una pausa per valutare effetti su energia, acqua, aria, reti e bollette. New York sospende per governare; l’Europa prova a governare per non dover sospendere. L’obiettivo è evitare che investimenti rapidi rendano irreversibili decisioni infrastrutturali prima di attribuire costi, rischi e responsabilità.

L’iniziativa newyorkese afferma inoltre che i grandi data center devono contribuire direttamente al rafforzamento e alla resilienza della rete e, quando necessario, finanziare nuova generazione pulita e sistemi di accumulo dedicati. È una responsabilità infrastrutturale più esplicita di quella affidata inizialmente dall’Europa agli accordi tripartiti e alla disciplina delle connessioni.

Perché la cybersicurezza è cruciale nell’AI

L’energia, tuttavia, è solo il primo lato del problema. Il secondo è la cybersicurezza. Quanto più il sistema elettrico diventa intelligente, interconnesso e governato mediante dati e algoritmi, tanto più cresce la superficie esposta ad attacchi, manipolazioni e dipendenze tecnologiche. L’AI può migliorare previsioni, individuazione dei guasti, gestione delle congestioni e bilanciamento tra domanda e offerta, ma può anche creare vulnerabilità in un’infrastruttura essenziale.

La Commissione non tratta la cybersicurezza come un’aggiunta finale: propone strumenti dedicati, sperimentazioni regolatorie, monitoraggio dei casi ad alto rischio e soluzioni europee basate sull’AI per individuare vulnerabilità, controllare in continuo la rete, riconoscere anomalie e rispondere agli incidenti.

Richiama anche i rischi delle catene di fornitura e dei dispositivi connessi, la cui compromissione può consentire accessi non autorizzati ai dati operativi o interferenze sulla produzione elettrica. L’AI impiegata per difendere le reti non sostituisce però la sicurezza dell’architettura, dei componenti, dei fornitori e dei processi decisionali. Servono sistemi progettati per limitare la propagazione degli attacchi, garantire l’integrità dei dati e mantenere un controllo umano effettivo sulle funzioni critiche.

Sostenibilità energetica e cybersicurezza sono quindi un unico dossier. La crescita dei data center aumenta la dipendenza del digitale dall’energia; l’uso dell’AI nelle reti aumenta, in senso inverso, la dipendenza dell’energia dal digitale. Si forma una relazione circolare, potenzialmente virtuosa: l’AI richiede un sistema elettrico affidabile e economico, mentre il sistema elettrico usa sempre più l’AI per restare affidabile e economico. Ogni connessione, meccanismo di flessibilità, scambio di dati o gestione automatizzata è insieme una risorsa energetica e un punto di esposizione informatica. Un data center non è sostenibile se è efficiente ma vulnerabile; una rete non è sicura se resiste agli attacchi ma non assorbe la domanda generata dalla corsa all’AI.

La sfida europea non consiste soltanto nel costruire più capacità computazionale, ma un’infrastruttura in cui energia, dati, algoritmi e sicurezza siano governati insieme. È il passaggio dalla regolazione della tecnologia alla regolazione delle sue condizioni materiali di esistenza. L’intelligenza artificiale non vive in una nuvola: vive dentro reti elettriche, territori, catene di fornitura e infrastrutture critiche. È lì che si misureranno competitività e sovranità tecnologica europea. (riproduzione riservata)

*ordinario di Diritto Costituzionale e Digital Regulation all’università Bocconi

**fondatore di Parola Associati

L’Italia ha paura di investire così si bloccano i risparmi

Achille Perego | Quotidiano Nazionale | 20 luglio 2026 | www.quotidiano.net

INSICUREZZA: è il muro invisibile che separa gli italiani dai propri risparmi. In un contesto di cambiamenti rapidi e mercati…

NSICUREZZA: è il muro invisibile che separa gli italiani dai propri risparmi. In un contesto di cambiamenti rapidi e mercati volatili, l’Italia si scopre finanziariamente fragile, con oltre la metà degli italiani (51,1%) che ammette di avere una preparazione debole o nulla in materia. Un linguaggio quasi sconosciuto che ha spinto ben 2 connazionali su 3 (65,6%) a rimandare o evitare decisioni su risparmi e investimenti per paura di commettere errori. Eppure, emerge una forte domanda di alfabetizzazione: l’80% della popolazione invoca l’educazione finanziaria come priorità nazionale, da introdurre sui banchi di scuola prima ancora della maggiore età (67,7%). A frenare il passo, però, non sono solo la carenza di conoscenze (29,8%) o la limitata disponibilità economica (40,2%), ma anche il fatto che il rapporto con il denaro continui a restare confinato nella sfera domestica.


Oggi la gestione delle risorse economiche è ancora in gran parte un “family business”: il 54% delle persone se ne occupa in autonomia, un ulteriore 39,3% ne discute all’interno del nucleo familiare, e solo il 6,4% si affida a esperti esterni. Per orientarsi nel panorama finanziario, gli italiani si affidano invece a una “dieta” evoluta in cui convivono tradizione e innovazione. A vincere è l’integrazione: i media tradizionali (stampa e online) restano un punto di riferimento per il 44,4% del campione, seguiti dai motori di ricerca e dall’AI (42,4%) e da corsi di formazione ed esperti (40,8%). In questo scenario statico, si registra una scossa sociodemografica: il 51% delle donne sono responsabili dell’economia familiare. L’Italia procede, dunque, a due velocità: un presente paralizzato dall’incertezza – dove il 45,9% dei cittadini è privo di qualsiasi protezione contro i grandi imprevisti – e un futuro che punta sulla tecnologia. Entro il 2030, la figura del consulente sarà un ibrido: per oltre un terzo degli italiani (34,6%) intelligenza artificiale e sensibilità umana avranno un peso paritario, mentre 1 persona su 2 è già pronta ad affidarsi a piattaforme digitali automatizzate per un’allocazione delle risorse ottimizzata. È questa la fotografia scattata dall’indagine “Soldi, Soldi, Soldi: l’Italia e l’educazione finanziaria che non c’è”, realizzata da Groupama Assicurazioni – prima filiale del gruppo francese Groupama e tra i più importanti player assicurativi in Italia – in collaborazione con AstraRicerche nell’ambito dell’Osservatorio “Change Lab, Italia 2030”.


“L’indagine di quest’anno rivela un’Italia caratterizzata da un profondo paradosso: gli italiani si confermano un popolo di risparmiatori, ma la paura di sbagliare continua a frenare la capacità di trasformare il risparmio in scelte consapevoli di protezione, pianificazione e investimento – commenta Pierre Cordier, amministratore delegato e direttore generale di Groupama Assicurazioni –. In questo quadro, il dato forse più significativo che emerge dall’Osservatorio è la crescente consapevolezza del valore dell’educazione finanziaria, riconosciuta come leva di autonomia, responsabilità e inclusione”.
“La ricerca mostra come il rapporto degli italiani con il denaro sia ancora fortemente influenzato da fattori culturali, emotivi e sociali – aggiunge Aminata Gabriella Fall, divulgatrice ed educatrice finanziaria – sono un popolo di risparmiatori. Anche davanti al grande potenziale dell’intelligenza artificiale, la consulenza mirata delle persone diventa ancora più importante: la tecnologia può aiutare ad analizzare e semplificare, ma la fiducia, l’ascolto e la capacità di leggere i bisogni reali restano elementi profondamente umani”.

La cybersicurezza frontiera della responsabilità d’impresa

www.ilsole24ore.com – di Ivano Maccani – 1 luglio 2026

L’entusiasmo che accompagna la diffusione dell’intelligenza artificiale nelle imprese rischia di oscurare una domanda fondamentale. Chi risponde quando un algoritmo sbaglia? I reati informatici e quelli commessi mediante strumenti informatici non costituiscono una categoria residuale, ma rappresentano oggi una delle aree più dinamiche e pervasive del rischio penale d’impresa che è destinato a crescere con la recente previsione di nuovi reati per sanzionare l’omessa adozione di misure di sicurezza nei sistemi di intelligenza artificiale, i casi di deep fake e l’illecita diffusione di contenuti generati o alterati con sistemi di intelligenza artificiale.
Sono tutte questioni che stanno già assumendo un peso crescente nei consigli di amministrazione e nelle funzioni di controllo delle società.
In effetti, mentre le aziende accelerano gli investimenti in automazione e sistemi intelligenti, emerge con sempre maggiore evidenza che il vero nodo riguarda la capacità di governare le decisioni delle macchine, comprenderne le logiche e assumerne la responsabilità.
Il rischio informatico non può pertanto più essere confinato all’interno delle funzioni tecnologiche. È diventato un tema strategico che coinvolge direttamente la governance dell’impresa e la sua esposizione a responsabilità di natura economica, reputazionale e penale.
In questo scenario la cybersicurezza smette necessariamente di essere una materia riservata solo agli specialisti informatici per diventare un elemento centrale della gestione aziendale.
Ne consegue che i vertici aziendali devono non solo approvare formalmente il modello organizzativo, ma anche assumere un impegno concreto nella sua attuazione.

Allo stesso tempo i modelli 231 non possono più limitarsi a identificare i rischi e a prevedere misure di controllo formali ma devono essere in grado di dimostrare che tali controlli sono realmente efficaci, aggiornati e integrati nella gestione quotidiana dell’organizzazione. La prevenzione diventa così un processo continuo che richiede il coinvolgimento delle funzioni operative e degli organi di vigilanza.

In tal senso l’intelligenza artificiale offre strumenti straordinari per rafforzare questa capacità di controllo. Sistemi di monitoraggio avanzato, analisi comportamentali, rilevazione automatica delle anomalie e piattaforme capaci di elaborare enormi quantità di dati consentono di individuare segnali di rischio con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa. Tuttavia, allo stesso tempo, l’evoluzione tecnologica introduce nuove criticità come il fenomeno della c.d. opacità algoritmica.

Se un’organizzazione non è in grado di ricostruire il percorso logico che ha portato un sistema di intelligenza artificiale a formulare una determinata decisione, diventa difficile attribuire responsabilità, verificare eventuali errori e dimostrare l’adeguatezza dei controlli adottati. In altre parole, aumentano i rischi di creare aree di irresponsabilità incompatibili con i principi fondamentali della governance moderna. Sistemi formalmente corretti possono peraltro generare seri problemi se inseriti in processi decisionali non adeguatamente gestiti.

I rischi informatici possono inoltre originare da fornitori, partner commerciali, consulenti o altri soggetti terzi che accedono ai sistemi o ai dati dell’impresa. La missione degli organismi di vigilanza, delle funzioni di risk management, dei responsabili della sicurezza informatica e della protezione dei dati deve pertanto proiettarsi anche oltre i confini aziendali. Diventa quindi essenziale introdurre procedure di due diligence, clausole contrattuali di sicurezza e meccanismi di verifica come audit, questionari e certificazioni. Occorre stabilire chi può accedere ai sistemi, con quali credenziali, secondo quali autorizzazioni e con quali controlli nonché garantire il raccordo tra i presidi cyber e l’OdV, anche tramite flussi informativi tempestivi, soprattutto in caso di incidenti di sicurezza informatica, data breach, esiti negativi delle simulazioni di phishing, segnalazioni di whistleblowing, modifiche normative o provvedimenti delle autorità competenti. Allo stesso tempo l’OdV può e deve prevedere specifiche verifiche sull’effettività e completezza della formazione in ambito cybersicurezza.
L’evoluzione tecnologica richiede quindi un equilibrio tra innovazione e controllo umano che rimane pertanto elemento imprescindibile affinché l’utilizzo dell’intelligenza artificiale sia coerente con i principi di trasparenza, responsabilità e buona organizzazione che costituiscono il fondamento del sistema di compliance aziendale.

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Emergenza educazione finanziaria tra i giovani

di Martino Scacciati – 30/06/2026 – www.italiaoggi.it

Ricerca al Senato: quasi due su tre non hanno sufficiente dimestichezza nel saper distinguere, per esempio, tra entrate e uscite, nel capire l’importanza del risparmio o valutare l’effetto dell’inflazione

Un giovane su cinque può contare su un proprio reddito, spesso grazie ad attività digitali, ma, allo stesso tempo, solo uno su tre ha delle competenze finanziare minime. È il contraddittorio panorama che risulta da una ricerca promossa dal senatore di FI Dario Damiani, presentata la settimana scorsa al Senato durante il convegno “Educazione finanziaria e giovani. Comprendere la Gen Z per costruire il futuro”.

Patrocinato dal ministero dell’Economia, lo studio si concentra su comportamenti economici, valori e aspettative dei ragazzi nati tra il 1997 e il 2012 in un contesto, come quello attuale, caratterizzato da incertezza, accelerazione tecnologica e modalità di lavoro e consumo in continua trasformazione.

L’indagine rivela così che solo il 35% di chi ha un’età compresa tra 14 e 29 anni possiede competenze finanziarie di base. Gli altri,quasi due su tre, invece non hanno sufficiente dimestichezza nel saper distinguere, per esempio, tra entrate e uscite, nel capire l’importanza del risparmio o valutare l’effetto dell’inflazione. Queste difficoltà collocano l’Italia negli ultimi posti della classifica dei Paesi dell’area Ocse sui temi dell’alfabetizzazione finanziaria giovanile.

La Gen Z sembra tuttavia consapevole di questi suoi limiti. Secondo la ricerca, i giovani sentono il bisogno di una maggiore formazione economico-finanziaria. Soprattutto, chiedono strumenti per poter controllare le proprie spese, maggiore trasparenza e servizi personalizzati.

Qual è il canale attraverso cui quel terzo di ragazzi più consapevoli ha appreso nozioni economiche o finanziarie? La ricerca spiega che sempre più giovani si informano in Rete. E dunque sui social network, per mezzo di creator digitali o community online. Il Web è un punto di riferimento imprescindibile anche quando si tratta di prendere delle decisioni economiche. In casi del genere, gli appartenenti alla Gen Z si affidano a influencer e digital creator. Ma anche ai familiari.
Quando decide di investire dei soldi, il 42% dei giovani Z utilizza piattaforme di investimento digitale. Il 22%, invece, riesce a generare un reddito autonomo. Spesso, attraverso attività digitali, freelance o creator economy.

«La Gen Z – ha commentato il senatore Damiani – prende decisioni economiche in un contesto sempre più digitale e complesso, spesso senza strumenti adeguati. I dati della ricerca presentata oggi indicano un divario da colmare e una grande opportunità: rendere l’educazione finanziaria una competenza concreta, diffusa e accessibile».

Ciao, sono Caterina! 👋
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